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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Il collaudatore, di massimolegnani 22/02/2020
 
Il collaudatore

(dicembre 1959)

di massimolegnani



Nella notte aveva nevicato in abbondanza su Milano.

Oreste fu svegliato dal grattare delle pale sul pavè di piazza Missori. Avrebbe voluto dormire ancora ma sapeva che con quel tempo infame presto sarebbe arrivata la telefonata dallo stabilimento di Arese.

Così si alzò quasi di scatto, si lavò in fretta e accese il gas sotto la moka.

Mentre sorseggiava il caffè, guardò dai vetri gli spalatori all’opera, una manna la neve per tanti disoccupati. Nei primi inverni del dopoguerra anche lui aveva pregato per un po’ di neve e la conquista di una pala del Comune. Poteva dirsi fortunato perché ora aveva un lavoro vero che lo appassionava. Invece storse la bocca in un ghigno rabbioso all’idea che in realtà gli era capitata una sfiga cosmica, come a tanti altri della sua classe: 1921, la classe esatta per la guerra. Dai primi successi sui circuiti di Pescara, Imola, Torino, quattro balle di paglia a delimitare tracciati tortuosi tra marciapiedi e lampioni, si era di colpo ritrovato a guidare camion militari per le strade ancora più tortuose dei Balcani. Mussolini, anziché spezzare le reni alla Grecia, aveva spezzato a lui la carriera da pilota.

Lo squillo del telefono lo distolse da quel cupo rimestare: Lamberti, è il giorno giusto, tu che volevi provare la macchina in condizioni estreme. Tra due ore ti aspettiamo in pista.

La pista era il circuito privato di Balocco, a metà strada tra Milano e Torino, dove lui collaudava i prototipi della Casa milanese prima che il modello entrasse in produzione. Erano macchine ancora senza nome, solo una sigla. AF59 quella che avrebbe provato oggi.

Ficcò in una sacca la tuta grigia, ormai lisa alle ginocchia e chiazzata qua e là di grasso nero, le scarpe da guida, i guanti di daino, prese il casco e uscì.

L’autostrada per Torino era chiusa per il maltempo, perciò Oreste si diresse al ponte di Oleggio per superare il Ticino. Guidava tranquillo, con prudenza, non lo spaventavano di certo le pessime condizioni delle strade ma non sentiva la fregola di spingere sull’acceleratore tanto per fare il bullo. Era un professionista serio, lui.

Attraversò uno dopo l’altro una serie di paesini tutti uguali, quattro case, una chiesa, un bar. Oreste non amava la campagna, d’inverno poi, quando tutto è ancora più fermo, la trovava un paesaggio deprimente, non un carro per strada, non un contadino nei campi, solo quella nebbiolina sciocca che copriva il nulla. Lui era un animale urbano, gli piaceva il traffico, lo scampanellio dei tram, i clacson, le luci, la Milano mai ferma neanche di notte, gli ultimi nottambuli, lui stesso qualche volta, mescolati a quelli che erano già in piedi alle quattro per il turno del mattino in fabbriche lontane.

Mentre guidava gli tornò in mente, a sprazzi, l’incubo che gli aveva agitato la notte: una curva infinita, un volante che non rispondeva ai suoi comandi, una tangente ineluttabile verso un muro sempre più vicino. Il sogno s’interrompeva appena prima dello schianto per poi riprendere da capo come un disco incagliato all’infinito nel medesimo solco. Si chiese se il sogno fosse stato davvero così, senza una conclusione, o se fosse stata la sua mente al risveglio a cancellare d’istinto un epilogo verosimilmente tragico. In ogni caso lui non era tipo da lasciarsi suggestionare dai sogni.

A Balocco lo attendevano i progettisti, i meccanici, gli operai. Questi ultimi avevano fatto un buon lavoro, avendo sgomberato dalla neve alcuni tratti della pista, lasciandone altri innevati in modo da creare un tracciato dalle condizioni imprevedibili, come può capitare a un comune automobilista.

Ti abbiamo preparato due macchine con un assetto diverso delle sospensioni, così puoi fare un confronto. E speriamo che almeno una delle due sia di tua piena soddisfazione.

Oreste sbuffò mentre si infilava la tuta, c’era spesso un sordo attrito tra lui e gli ingegneri: dovreste essere contenti ogni volta che esprimo una critica. A che serve un collaudatore se non aiuta a migliorare un progetto?

Si ficcò il casco in testa per non ascoltare i loro borbottii.

Carattere difficile l’Oreste, ma è un collaudatore scrupoloso, disse qualcuno guardandolo partire.

Inanellò una ventina di giri ad andatura quasi turistica, perché per lui la macchina non era diversa da un cavallo con cui occorre entrare in confidenza. E in quel prototipo di cavalli da domare ce n’erano parecchi. Sedile e sella erano simili, perché sotto il sedere percepisci i fremiti della bestia. Un pilota in gamba guida col culo, amava dire quando voleva spiegare a qualcuno il suo modo di sentire la macchina.

Dopo il lungo riscaldamento incominciò a pigiare sull’acceleratore per verificare i limiti dell’auto. Oreste si accorse che la curva n. 7, ampia e dal raggio ingannevole, assomigliava molto a quella del sogno. Questo non gli impedì di provare proprio lì, nel tratto più impegnativo del circuito, la tenuta del prototipo in condizioni estreme. Furono frenate improvvise, controsterzi esasperati, testacoda controllati a fatica.

Rientrò ai box per cambiare auto e fare un raffronto tra le prestazioni dei due modelli. Mentre saliva sulla seconda macchina disse ai tecnici che lo attorniavano: non ci siamo, ragazzi. Fatemi provare anche questa poi vi spiego. E ripartì rombando.

Questa volta il riscaldamento fu breve, dopo appena due giri Oreste si mise a spremere il motore e ad aggredire le curve dell’autodromo.

Il motore rispondeva con immediatezza alle sue sollecitazioni e la stabilità del mezzo in curva sembrava superiore al modello provato in precedenza. Ma quando affrontò la 7 a una velocità particolarmente sostenuta la macchina improvvisamente si mise a saltellare sulle ruote posteriori, come un cavallo che scalcia imbizzarrito. Il pilota cercò in tutti modi di riprendere il controllo ma l’auto non sembrava più rispondere: dapprima s’intraversò verso l’interno poi rimbalzò nella direzione opposta, disegnando la tangente della curva come un missile fuori dalla sua orbita. A una decina di metri dall’asfalto c’era il muro di recinzione e verso questo puntava la macchina nella sua corsa inarrestabile. Oreste vide la morte in faccia e sicuramente sarebbe stato quello l’epilogo se all’ultimo istante il grosso cumulo della neve rimossa dalla pista non avesse bloccato il bolide impazzito. La AF59 si adagiò su un fianco come un animale esausto dopo tanta corsa.

Il collaudatore uscì dall’abitacolo con qualche fatica e tornò a piedi verso i box dove l’attendeva il personale che aveva assistito all’incidente.

Questa macchina è pericolosa. Ha un motore eccellente, freni adeguati, ma le sospensioni non sono all’altezza: rispondono bene fino a che non raggiungi il limite, allora è come entrassero in vibrazione, in dissonanza. Fanno saltellare l’auto in modo imprevedibile e tu non hai modo di porvi rimedio.

Parlava al capannello di persone che gli stava intorno, ma le sue parole erano rivolte soprattutto ai progettisti.

L’ingegnere-capo si sentì chiamato in causa e reagì in modo brusco: non è colpa dell’AF59, sei tu che hai preso quella curva a una velocità assurda.

Capo, è il mio mestiere andare oltre il limite per capire il comportamento dell’auto in una situazione critica. E l’AF59 in queste condizioni semplicemente impazzisce.

Sei il solito esagerato. Abbiamo già modificato una volta le sospensioni dopo le tue critiche.

Oreste insistette:

Dovete ridisegnarle radicalmente, insieme a tutto il ponte posteriore.

Oreste, non sta a te dirmi che cosa devo fare, chiaro?

Beh, sareste degli incoscienti a mettere in produzione l’auto così com’è.

L’ingegnere represse la rabbia e pose fine al battibecco sostenendo che Oreste era troppo scosso dall’incidente per continuare le prove. Lo rispedì a casa dandogli un appuntamento, velatamente minaccioso, per il giorno seguente in fabbrica, alla presenza del direttore generale.

Il pilota raccolse le sue cose e ripartì di malavoglia, senza salutare nessuno. Fosse stato per lui avrebbe continuato a girare, l’uscita di pista non lo aveva per nulla impressionato, altro che scosso!, aggiunse a voce alta dando un pugno sul volante. Amava il suo lavoro e soprattutto amava quel prototipo dalla lunga e difficile gestazione. Era una macchina dalle grandi potenzialità, per questo l’avrebbe voluta perfetta, senza pericolosi difetti di gioventù che potevano mettere a repentaglio la vita dei primi clienti. Ma loro non capiscono, si disse sconsolato pensando ai propri superiori. In fabbrica c’era molta attesa per questo nuovo modello la cui uscita tardava rispetto ai programmi aziendali e su cui si puntava per il rilancio del marchio. Correva voce che il nome della macchina sarebbe stato scelto tra tre candidati assai diversi tra loro: Dolomiti, Giulietta, Leonessa. A lui sarebbe piaciuto il secondo che gli ricordava un suo amore altrettanto esaltante e travagliato. Questi ultimi pensieri lo rilassarono.

Aveva ripreso a nevicare e dai campi si levava una nebbiolina azzurra che a tratti arrivava anche sulla strada. Oreste guidava attento ma senza particolari timori. Ripensò all’incubo notturno e alla strana analogia con quanto gli era appena accaduto. Non era superstizioso e comunque, anche ad attribuire al sogno un significato premonitore, lui aveva già dato con l’incidente in pista. E in fondo tutto si era risolto per il meglio.

Il ritorno procedeva pigro, il collaudatore non aveva fretta di tornare a casa.

Era arrivato in prossimità di Oleggio quando da un viottolo di campagna alla sua destra sbucò un trattore. Il contadino si accorse troppo tardi del sopraggiungere della macchina e per lo spavento inchiodò il trattore di traverso sulla carreggiata, rendendo inevitabile lo scontro.

E un trattore non è molto diverso da un muro.



 
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