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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  All'ombra dell'acacia, di Mariangela De Togni 22/02/2020
 
All’ombra dell’acacia

di Mariangela De Togni




Angelina, era una bambina bionda, dai grandi occhi azzurri. Viveva con la nonna, da quando aveva perduto la mamma, e la casa, e tutto ciò che possedevano. Il papà era stato ucciso durante la guerra. Era Capitano degli alpini. Com’era bello, nella sua divisa e il cappello con la piuma. Poi, in un tremendo bombardamento, i tre fratelli, maggiori di lei, rimasero sotto le macerie. La mamma, allora si salvò, perché era uscita per andare a visitare una anziana signora. Ma dopo quel dolore, Marianna, così si chiamava la mamma di Angelina, non si riprese più. Rimase pallida, pareva senza vita. Il suo bel viso era senza sorriso. E un giorno, un giorno in cui anche il tempo era triste di pioggia, la mamma morì. “Consumata dal dolore”, diceva la gente. Angelina rimase sola, con la nonna.


Vivevano in una casupola, ora, quasi sulla riva del mare di Levante, poveramente, ma colma di allegria. La nonna era una donna forte e piena di fede. Come l’acacia ch’era vicino al torrente, pareva forte la sua fede.


Ad Angelina piaceva tanto passare sul sentiero stretto che portava alla chiesa, colmo di pratoline e miosotis e campanule e minuscoli fiori gialli e rosa, fermandosi sotto l’ombra frondosa di una vecchia acacia. Le piaceva il colore perlaceo delle sue foglie, dopo la pioggia, illuminate dal sole. L’affascinava il suo profumo, e quegli spicchi di cielo, che si intravedevano, guardando all’insù. L’orizzonte poi, aveva un fascio di ginestre che si affacciava proprio sul mare.


Era una bambina vivace e sempre allegra. Quel giorno, era domenica, si stava recando, a piedi nudi, saltellando spensierata e felice, verso il richiamo della campana della chiesa. Però, prima di giungere sul sagrato, si ricomponeva tutta come una madonnina. Che avrebbe detto, altrimenti, la nonna? Già era un grande privilegio, poter arrivare da sola, per un viottolo che ella non faceva, per non sporcare le scarpe della festa.


A quella Messa Grande, andavano tutte le famiglie e, da ultima, facendo finta di attardarsi per chissà quali cose ancora da fare, la nonna, che senza apparire, seguiva con gli occhi la fanciulla. Sapeva, quanto piacessero ad Angelina, quelle corse da monella, quei suoi incantamenti, nel sapore festivo di tutte le cose.


Un giorno, era domenica anche allora, sotto la pianta che considerava “sua”, vide una signora; guardò con dolcezza gli occhi azzurri di Angelina e le domandò un sorso d’acqua. “Ho camminato tanto, disse, e sono stanca. Vorrei anch’io, poter andare alla Messa Grande”. Angelina, un poco si stupì, di quel domandare una cosa che tutti conoscevano, la fontanella era proprio lì, a due passi. E aveva un’acqua così fresca e buona! “ Sì, signora, disse invece, gliela porto subito”.


Corse alla fontana e riempì la ciotola che c’era sempre, per chi ne avesse bisogno. Ritornò con l’acqua che un poco si versava, lasciando dietro di sé come la traccia di un sentiero, tanta era l’emozione e l’importanza nel compiere un gesto che il vecchio Parroco diceva essere evangelico: “Se darete anche solo un bicchiere d’acqua fresca per amore mio”… Ma quando arrivò, non vide più nessuno. Rifletté che, forse, era già entrata in chiesa. E non ci pensò più, fino a quando una sera fredda d’inverno, era il mese di dicembre, quasi vicino a Natale, ritornando da scuola, discutendo tra se e se su come fare il tema che la maestra aveva dato come compito, e poco prima di entrare dal cancello,vide una macchina ferma proprio davanti alla casa. Incuriosita, entrò in punta di piedi. Stava salendo le scale quando si senti chiamare dalla nonna: “Angelina, vieni a salutare”. Entrando nella cucina, che faceva anche da sala e che profumava di limone fresco, salutò con un inchino la signora e quale non fu il suo stupore, nel riconoscere in lei, la vecchia signora dell’acqua. Ma era proprio lei? O, forse soltanto le assomigliava?


La mia mamma, raccontava, intanto, la forestiera, è morta di uno strano male, tanti anni fa. Aveva una grave malattia che le portava sempre una grande sete. A niente sono valsi i medici e le cure più costose. Neppure i soggiorni al mare. Andammo, anche, come lei aveva desiderato, al santuario mariano di Lourdes. Morì là, infatti, serenamente.” Il silenzio, riempì lo spazio che separava il giorno dal crepuscolo. Poi, rivolgendosi ad Angelina, le domandò qualcosa della scuola, e se rammentasse il giorno che vennero, con Gabriella, sua figlia, a raccogliere i lamponi. La figlia, diceva, era ora, sposata lontana, in Inghilterra.

Dopo quell’avvenimento, tutto seguì di corsa, come se le cose avessero una gran fretta di passare.


Angelina , intanto, cresceva, col cuore buono e generoso. La scuola stava per terminare e le vacanze arrivavano sempre come una bracciata di libertà. Quante cose avrebbe potuto fare! Raccogliere fiori e farli essiccare per poi venderli alle signore. Oppure raccogliere le bacche per farne delle marmellate. Tutte cose, queste, che aveva imparato dalla santa di sua nonna. Ma, soprattutto, le piaceva disegnare e scrivere. In quelle cose, la sua mente e la sua anima si libravano, allora, in spazi larghi, pieni di meraviglia e di sogni.

Una sera, mentre aiutava per la cena, all’improvviso la nonna le domandò: “Angelina, che cosa ti piacerebbe fare, da grande?” “Oh, vivere con te, nonna, aiutarti.” “Vedremo!” le rispose pensierosa la donna. E tutto parve finire lì. Ma il cuore della fanciulla rimase turbato. Talvolta si scopriva dentro tanta paura. Mai, prima d’allora, le era stato domandato, una cosa del genere. E cosa mai avrebbe potuto fare , Angelina, se non vivere con la nonna e poterle essere d’aiuto sempre?


Il tempo passava, sulle cose, con le pennellate di colore proprie di ogni stagione. Angelina divenne una graziosa signorina, e la nonna si beava di tanta gentile bellezza, della finezza dei suoi modi e spesso ripeteva: “Quanto assomigli alla tua povera mamma!”.

Ora non correva più a piedi scalzi sui prati, prima della Grande Messa. Ora camminava tutta assorta accanto alla nonna. Aveva imparato a ricamare, a cucire, a confezionare cappelli di paglia per l’estate, e quei piccoli gingilli con i fiori secchi, che ai villeggianti piacevano tanto. Le rimaneva, segreto, il bisogno di scrivere e di disegnare. Ma lo faceva quando nessuno poteva vedere, un po’ di nascosto.


Era la sera del 10 agosto. Aveva ricordato la poesia di Giovanni Pascoli e guardando in cielo, le parve anche, di scorgere la scia luminosa di una stella cadente. Quel giorno, la nonna, non si era sentita tanto bene. Ma, non sembrava una cosa grave. Si disse che il giorno dopo, sarebbero andate da Sr. Rosaria, amica della nonna, a domandare qualche consiglio. Infatti, il mattino dopo la nonna si alzò, come sempre faceva, di buon mattino, per non perdere la Messa. Andarono assieme e dopo, scesero il sentiero che portava al Monastero di S. Chiara. Quale non fu la gioia di Sr. Rosaria nel rivedere la nonna e Angelina. Si guardarono con uno sguardo intenso e penetrante. Quante cose si dissero le due anziane donne! Poi, passarono nella Cappella del Convento. Era l’ora Terza.(Com’era bello quel canto!) E Angelina si trovò a meditare sul bel salmo: “Mio rifugio e mia salvezza è il Signore, di chi avrò timore?” Ripiegò nel cuore con cura, quelle parole.

La funzione terminò e la nonna si accostò all’orecchio di Angelina per sussurrarle: “Aspettarmi qui, un momento, devo dire una cosa ancora, a Sr. Rosaria”. E Angelina, pronta, ricordò alla nonna di parlare anche del suo malessere. Si sorrisero, mentre accennava di sì, con il capo. Rimase sola, nel silenzio profumato d’incenso dell’antica Cappella.


Angelina, conosceva a memoria i riflessi cupi degli archi a tutto sesto che servivano la parte esterna del Monastero. Così come aveva imparato le sfumature e il riverbero che la luce timida nel nascere del giorno si stagliava sulle finestre tardo gotiche della chiesa.

Tenue il canto del lilla duettava al rosa antico nello spegnersi malinconico dell’estate. Settembre manteneva il suo sapore unico, poiché nessuna stagione dona così tanti colori al mare, che pare acquietarsi, quasi addormentarsi in un lento sciabordio.

Quella mattina l’aria era densa e luminosa e le voci mescolavano idiomi e profumi. Un solfeggio antico, nello scorrere dei pensieri che conservavano un mondo intatto di poesia, vivendo di riflesso parole e promesse. Angelina, sola, si attardava ad ascoltare il silenzio delle pietre. Condensava l’Amore e il senso estivo delle siepi di mare e il sale che al tocco si sbriciola in polvere.

Non s’avvide dello sguardo triste della nonna, nell’entusiasmo caldo che sapeva bastare al cuore. L’immagine e il suono che a stento conteneva i suoi profili e la sua voce, si perdevano dentro l’inchiostro ritorto dei capelli dell’autunno, come canestri di bambagia.

Il pensiero spioveva in preghiera, da un tempo di resina e sale. In una luce smorta per mano di una stagione solitaria. Le mani plasmavano poesia. Qualche passo ancora e si sarebbero trovate sulla soglia di casa.


Era rimasto poco dell’elegante Signora di tanti anni prima, poco era rimasto in quella donna un po’ curva e silenziosa, oggi, che sembrava conoscere a memoria solo la strada che portava al convento.

Era come se raccontasse nei passi stanchi la sua solitudine, nascosta tra le pieghe dell’anima, come se la vita avesse spremuto dai suoi occhi l’ultima luce, lasciando spazio a un lutto profondo e irrinunciabile. Si volse a guardare Angelina, temendo che la sua tristezza fosse palese anche agli occhi della fanciulla. E’ sempre difficile stabilire la stagione, per manifestare una rassegnazione.


Intanto, compiaciuto alle stravaganze che la luce si divertiva a indossare, acciambellato su una vecchia sedia, Gervasio, sembrava dormire, ben sapendo di apparire, nel mantello, un felino di rara bellezza. Con quel taglio a mandorla di sovrana indifferenza. Si metteva diritto sulle zampe e, inarcando la schiena, scuoteva l’inerzia della sua natura. Poi, per salutare, si sperticava in uno sbadiglio. Non si poteva, allora, negare una carezza, a quel suo manto lucido, anonimo e misterioso.

Angelina rimaneva sempre incantata da quel gatto vecchio, eppure ancora attento a ciò che lo circondava. Le sue fusa erano la musica più tenera che potesse ascoltare.

Mentre ancora assaporava il pensiero di tenerezza che suscitava in lei, il gatto abbandonò la sua postazione. Lei lo raccolse fra le braccia e cominciò a parlargli prima che i suoi occhi verdi si aprissero alla penombra e ai profumi della casa.


Nulla era scritto nell’aria mite di quell’inizio d’autunno. Ma da lontano, come sospinte da un refolo leggero, giunsero in risposta al pensiero che le faceva nodo alla gola, le parole che, la nonna, aveva sempre temuto: Angelina era malata. Sr. Rosaria, glielo aveva fatto capire, quella mattina. Anche se, apparentemente, nulla lo faceva presagire. “Il cuore” le disse in un sussurro l’anziana suora. “Come la sua mamma”.

La donna tentò una sortita di cuore per non affogare dentro la tentazione di una promessa, ma l’ambra risaliva la china di un nero a righe verticali e il denso intuire del suo profumo le fece accettare il dolore dalle mani di Dio.


Angelina fu portata nel camposanto che era vicino all’acacia, in una giornata piena di sole. Pareva che anche la natura si fosse inghirlandata a festa, per accoglierla. “Un fiore bianco, disse il Parroco, giace ora, sotto l’ombra di quella immensa e bella acacia, che lei amava tanto”.

Mentre l’anziana donna nel suo vestito nero si allontanava da quel luogo dove sapeva che anche lei un giorno non lontano, avrebbe riposato, un’allodola, levò il suo canto, nascosta chissà dove. E mentre il calmo sciabordare dell’acqua mossa appena dalla brezza, rompeva l’indugio della quiete, sembrava snodarsi nell’aria e sotto le volte del pontile, le note fluide di un flauto in un semplice adagio.

Qualcosa mancava per sempre, affidata all’azzurro del cielo lasciando traccia del suo sguardo, ma solo per una gioia minuta di profonda luce.

 
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