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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Maledetto Magadino, di massimolegnani 15/03/2020
 
Maledetto Magadino

di massimolegnani



La Svizzera mi mette l’ansia.

Mi basta varcare la frontiera, anche se in pratica la dogana non esiste più, per sentirmi a disagio. Forse è il ricordo di quando la gita domenicale a Chiasso era un’avventura di piccolissimo contrabbando, due o tre pacchetti di sigarette più del consentito per papà, gomitoli di lana per mamma, cioccolata a iosa per me e mia sorella. Tutto costava meno che da noi ma i quantitativi permessi erano assai limitati e i controlli di dogana erano severi. Entravo in Svizzera con la coscienza del piccolo malfattore e la certezza di essere smascherato al rientro. Quella sensazione di essere fuori posto e a rischio di sanzione o di sopruso appena messo piede in territorio elvetico mi è rimasta. Francia, Germania, Austria o Istria non mi danno alcun patema, è proprio una questione tra me e questo scomodo vicino che, piazzato lì in mezzo all’Europa, ogni tanto lo dobbiamo attraversare. Come l’altro giorno.

Dopo tanta pioggia avevano preannunciato due giornate di sole e io in tutta fretta ho preparato la bici e un minimo bagaglio (sono diventato un esperto in essenzialità) e sono partito alla volta del Lago Maggiore. L’idea era quella di fare il giro completo del lago, passando quindi anche per la sua porzione elvetica. Di questa stagione le ore di luce sono poche, perciò occorre macinare chilometri di buona lena per non farsi sorprendere dall’oscurità lontani da un punto d’approdo.

La gamba è discreta e il tempo ottimo, non potevano capitarmi giornate migliori. Quando raggiungo il confine ho il morale a mille, questa volta la Svizzera non mi spaventa. Me lo dico e me lo ripeto come un mantra e per un buon tratto sembra che funzioni.

Ma poi arrivo a Magadino.

Maledetto Magadino, paesotto insignificante ma anche snodo cruciale dove è facile sbagliare. Lì il Ticino si butta nel lago formando un delta acquitrinoso che si deve aggirare risalendo il fiume per alcuni chilometri. Nella stessa aerea ci sono anche l’aeroporto, lo scalo ferroviario e molte industrie che costituiscono ulteriori ostacoli a quella che sarebbe la direzione naturale del mio viaggio. Ho già un centinaio di chilometri sulle spalle, la stanchezza comincia a farsi sentire e con la stanchezza inizia a serpeggiarmi dentro l’ansia svizzera.

Entro in una bettola per prendere un caffè e chiedere informazioni. Mi dicono di proseguire dritto fino a un incrocio con una chiesa ben visibile e lì di girare a sinistra. A cose fatte posso dire che nella bettola mi sono preso una doppia fregatura, il caffè (un brodetto imbevibile) l’ho pagato 2 euro e 30 e la chiesa ho ancora da trovarla.

Continuo a pedalare in una piana sterminata, consapevole di allontanarmi sempre più da Locarno, la mia meta in cima al lago, e impiego del tempo prima di capire che la chiesa, se esiste, l’ho superata e non l’ho vista.

Per non rifare lo stesso percorso a ritroso prendo, a naso, una strada a sinistra che sembra promettente. Convinto di sbucare prima o poi sulla direttrice principale per la città, non faccio tanto caso che la strada si va sempre più restringendo. Solo quando diventa un viottolo fangoso mi preoccupo. Sono in aperta campagna, probabilmente a ridosso del Ticino che ancora non ho superato, il sole ormai è tramontato e non vedo all’orizzonte le luci di un paese: c’è poco da stare allegri, mi sono perso.

Tornare verso Magadino significa allungare di parecchio, l’unica è andare avanti sperando in bene. Ma bene ce n’è davvero poco, procedo tra fango, foglie ed enormi pozzanghere, la bici scivola, cado più volte imbrattandomi tutto, alla fine decido di andare avanti a piedi. Sono sfinito e disorientato in un paesaggio surreale dominato dal crepuscolo. Maledico la mia voglia di avventura, rimpiango le pantofole.

In un silenzio spettrale a un certo punto sento un lontano nitrire di cavalli e qualche voce. Sono capitato vicino a un maneggio. Entro nel capannone, mi si avvicina un’amazzone che mi parla senza scendere di sella. Ho gli occhiali appannati e sporchi, non vedo il volto della donna, distinguo solo la faccia del cavallo a pochi centimetri dai miei occhi e, rincoglionito come sono, mi rivolgo a lui, il cavallo, per avere informazioni. Lui mastica annoiato e sembra che doppi la voce della donna. Inframmezzate da qualche nitrito escono parole rassicuranti, è semplice, vengo tutti giorni da Locarno seguendo l’argine. Prosegui lungo il sentiero e tra qualche chilometro sbucherai sulla statale vicino all’aeroporto. Basta che superi il ponte sul Ticino e sei...a cavallo. Un nitrito stridulo come una risata satanica sottolinea la battuta. Il cavallo ha una inflessione ticinese che sembra una parodia dell’italiano, ma non è il momento di disquisiire sulla purezza della nostra lingua rovinata dalla parlata sgraziata degli svizzeri, tantopiù trattandosi di un cavallo. Lo ringrazio per la sua cortesia, faccio anche un cenno di saluto vago verso la donna che non vedo e riprendo la mia marcia.

Dopo una mezz’ora vedo nel buio più completo le prime luci della città.

Sono salvo, l’incubo è finito.

Grazie cavallo, mio salvatore senza nome!

 
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