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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Tornavento e la Malpensa, di massimolegnani 03/05/2020
 
Tornavento e la Malpensa

di massimolegnani



C’è questa piazzetta di platani bianchi e ciottoli ben messi che fa da balconata sul Ticino e i suoi canali. In lontananza la sagoma maestosa del Monterosa e la corona candida delle Alpi. Ha un nome suggestivo questo luogo, Tornavento, che fa pensare a folate d’aria di ritorno che improvvise scompigliano ogni cosa e poi si quietano.

Ci venivo a volte da studente, in quella mia età stupida in cui preferivo il motore ai pedali, il vino alle parole, la notte al giorno. Era un luogo strano, meta e limite del nostro andare, si arrivava fino a lì come a un minimo finisterre, che oltre il fiume si stendeva il buio, si percepiva un’altra terra e si annusava il futuro incerto.

La Malpensa, lì vicino, era uno scalo secondario, pochi gli aerei che si levavano di notte. Noi stravaccati sulle seggiole seguivamo con lo sguardo intorpidito quei lumini rossi che punteggiavano il buio e poi sparivano, non diversi dai nostri pensieri intermittenti, accennati e subito scordati. Correva voce che la Malpensa sarebbe diventata un aeroporto faraonico. Questo posto sparirà, ci dicevamo come ci importasse qualcosa del bello e dell’incontaminato tutto attorno a Tornavento. In realtà di quel posto conoscevamo unicamente l’osteria dove ci piaceva contarcela e dare forma all’inquietudine, aiutati in questo da pane, salame e una bottiglia.

Ora ci passo spesso, in pieno giorno, pedalando sull’alzaia del Naviglio Grande o sullo sterrato che costeggia il Villoresi. È diventato per me un punto di sosta e di sguardi curiosi intorno, fatti con decine d’anni di ritardo. Finalmente noto la vecchia chiesa priva di pretese, i platani che nel frattempo si sono fatti imponenti, vedo un bar dove prima c’era l’osteria, una fontanella dove dissetarmi che un tempo non ci avevo mai bevuto. Solo vino sciocco, allora. E vedo gli aerei, tanti, che arrivano e partono da quello che è effettivamente diventato l’aeroporto principale di Milano.

Malpensa e Tornavento hanno trovato un equilibrio di convivenza o forse l’ho trovato io per loro, accettando di questi due luoghi contrastanti la necessità del presente e la bellezza del passato. Più delle piste per gli aerei, che non vedo ma so poco lontano, ho simpatia per la strada di terra battuta qui nella boscaglia dove un tempo i cavalli trasportavano i barconi di ritorno verso il lago in un tratto in cui era impossibile trainarli dall’alzaia.

Guardo sotto di me il Naviglio e mi sembra ancora di vederli quei barconi scivolare placidi sull’acqua a rifornire Milano di marmo e grano.

 
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