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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Sfranchirsi, di Franca Canapini 01/07/2020
 
Sfranchirsi

di Franca Canapini



Primi di luglio del 1964. Per “sfranchirmi” che poi voleva dire uscire dalla libertà selvatica della campagna per capire come va il mondo, non trascorrere l’estate a leggere fumetti, vincere l’estrema timidezza, imparare un mestiere, il mio babbo decise che dovevo “passare la stagione” in qualche negozio delle Terme.
Doveva essere facile allora trovare un’occupazione qualsiasi perché, detto/fatto, venni accolta come aiutante di mia cugina Corradina, commessa rifinita dal biondo chignon sempre in ordine, nel negozio di abbiglimento Arbiter. Sì, proprio quel negozio situato, per chi viene da Piazza Italia, sul lato sinistro di viale Roma, sotto il Grand Hotel.
E così, all’improvviso, fui scaraventata dall’estrema periferia del territorio chiancianese nel suo centro più vivace e stimolante. Ora quelle insegne all’orizzonte dalle luci intensamente colorate, che di notte contemplavo da casa mia quasi fossero mondi meravigliosi e lontani, mi circondavano e, nella luce diurna dell’estate, perdevano il loro fascino immaginifico per acquistare quello di una realtà di vita variegata e sorprendente.
Non era una vera e propria assunzione la mia. Ero la ragazzina di bottega alla quale si chiedeva più di guardare che di lavorare e che, talvolta, veniva usata per portare pacchi agli alberghi o per aiutare la sarta che, nella sua postazione sul soppalco del negozio, provvedeva ad aggiustare gli abiti dei clienti.
Il babbo mi accompagnava in lambretta fino a Mezzomiglio, dopodiché si recava a lavorare in qualche cantiere edile. Da lì, a piedi, percorrendo viale della Libertà nel profumo dolciastro dei tigli in fiore, raggiungevo Piazza Italia ed entravo a far parte del flusso della tanta gente in movimento, che stava iniziando la giornata: da una parte i “clienti”, che si sarebbero accalcati numerosissimi in fila con il bicchiere graduato in mano per tutta la mattinata alle Fonti e, in seguito, si sarebbero sparsi per i viali, nei parchi oppure,vogliosi di acquisti, avrebbero affollato i tanti variopinti negozi; dall’altra parte i “lavoratori” già in piena entusiasta attività, pronti a servire con dedizione gli ospiti che arrecavano lavoro e benessere economico.
Lungo i marciapiedi di Viale Roma già dal primo mattino stazionavano parcheggiate decine e decine di automobili lucenti, in prevalenza milleecento ma anche Giuliette bianche come quella del sor Luigi, padrone dell’Arbiter. L’ampio marciapiede diveniva ben presto palcoscenico per i proprietari dei negozi che lì s’incontravano per salutarsi, accordarsi per un caffè, raccontarsi la vita seduti all’ombra degli alberi e spiare eventuali clienti che si fermavano davanti alle loro vetrine. A qualche passo dall’Arbiter, direzione Acqua Santa, potevi vedere il gioielliere Raffaele Jacente, sempre elegantissimo tanto da parermi un Onassis nostrano, in giacca blu e anello squadrato al mignolo, che intratteneva lunghe conversazioni con figli e parenti. Più su, direzione Piazza Italia, dal piccolo negozio di vini, situato accanto alle scalette che dal parco del Grand Hotel conducono al viale, usciva la sempre allegra e ben truccata Valeria, quell’estate incinta del primo figlio che, appena poteva, s’intratteneva con mia cugina in lunghe conversazioni sulla sua gravidanza e relative voglie di cibo; “oggi ho mangiato un chilo di ciliegie!” esclamava, ridendo contenta. All’interno del negozio la Signora Imola e il Sor Luigi guidavano con austera benevolenza il balletto giornaliero, dando disposizioni alle commesse e intrattenendo i numerosi e affezionati clienti, mentre io m’incantavo sugli abiti femminili e in particolare su uno fucsia, alla charleston, appeso in bella vista, ricoperto di fitte file di perline che, scuotendolo, cangiavano colore.
Era un mondo tutto bello, mobile, pieno di sorprese. Un pomeriggio verso le sei entrò in negozio Valeria eccitatissima, esclamando: “C’è Fellini! C’è Fellini!”
Tutti uscimmo immediatamente in strada, appena in tempo per vedere Federico Fellini e Giulietta Masina che si dirigevano verso il parco dell’Acqua Santa, seguiti da uno stuolo di persone in visibilio, che li stavano rincorrendo per avere l’onore di complimentarsi con loro e, magari, chiedere qualche autografo da riportare a casa come trofeo.
Capitava spesso di incontrare personaggi famosi. Potevano essere una Rita Pavone con annesso Teddy Reno, incontrata per le scalette del palazzetto delle Poste l’anno dopo oppure una Lucia Mannucci, componente del Quartetto Cetra, entrata in negozio dopo un lungo temporale estivo.
“C’è quella del Quartetto Cetra” sussurrò mia cugina arrossendo compiaciuta e le si avvicinò per servirla. Io intanto le guardavo stupita i piedi. Calzava gli stessi stivali di gomma che mia madre usava per andare a governare gli animali quando pioveva e le piazze si riempivano di fango! Com’era possibile che li indossasse anche un personaggio così noto e popolare e soprattutto in città per camminare sull’asfalto? Non sapevo ancora che quell’anno gli stivali di gomma ribattezzati raffinatamente “calosches” fossero di gran moda!
Non sapevo tante cose e avevo molta paura di rendermi ridicola. Quando il sor Liugi mi metteva sulle braccia il pacco di abiti da consegnare in qualche hotel, cadevo quasi in crisi di panico. Cominciavo a sentirmi calda per l’emozione già all’uscita del negozio e mi dirigevo lentamente verso l’hotel in indirizzo, ripassando mentalmente quello che avrei detto alla consegna. “Buongiorno, devo consegnare questo pacco al signor …”.
L’ Hotel Patria mi divenne presto familiare; l’Hotel Milano mi dava poca preoccupazione perché ne conoscevo il portiere; i problemi più grossi venivano quando dovevo consegnare nei grandi alberghi come l’Ambasciatori o l’Excelsior. Lì, varcata la porta a vetri, mi venivano incontro dal fondo delle vastissime hall il portiere e ben due suoi aiutanti, tutti impettiti in divisa nera, alamari e chiavi d’oro. La paura che mi sarei impappinata nel porgere loro il pacco e le poche parole di accompagnamento mi travolgeva; anche se, costoro, che poi erano solo i ragazzi del paese in alta uniforme, mi venivano incontro gentili e mi sollevavano velocemente dalla gravosa incombenza.
Una volta, però, all’Excelsior, il portiere invece di prendermi il pacco, si rivolse a un signore che stava beatamente intrattenendosi con gli amici nella hall, informandolo: “Signor…, le hanno portato il pacco.” Il signore in questione si girò verso di me, prese il pacco, si frugò in tasca, e mi diede varie monete da cento lire ringraziandomi molto. Tornai al negozio e porsi le monete al Sor Luigi, il quale restò per un po’ imbambolato e poi cominciò a ridere e non la smetteva più. “Questi soldi sono tuoi! Ti ha dato la mancia!” E’ proprio il caso di dire che ero più “candida” di Candide!
In quei miei primi due mesi di “lavoro” tra clienti, datori di lavoro e lavoranti conobbi tanta persone, alcune del paese, altre che venivano da fuori e tutte per un verso o per l’altro interessanti, ma colui che mi ritorna più spesso in mente è Raffaele, il vecchio lustrascarpe napoletano che stazionava con il suo carretto alla fine di Viale della Libertà, proprio all’angolo in cui si deve svoltare per imboccare viale Roma.
Ogni mattina lo trovavo lì con la sua vestaglia nera, le spazzole in mano, il carretto aperto pronto ad accogliere i clienti. Mi salutava con qualche battuta divertente e riusciva sempre a coinvolgermi in brevi chiacchierate prima dell’”arrivederci e buona giornata”.
Da lì a poco qualche cliente, uscito dal Grand Hotel con il quotidiano in mano, si sarebbe seduto sul suo scranno aprendo il giornale e allungando prima un piede e poi l’altro. Raffaele si sarebbe chinato ai suoi piedi e, in cambio di una magra ricompensa, gli avrebbe lucidato le scarpe.
A pensarci, mi sembrava così ingiusto. Perché un essere umano è costretto dalla necessità a piegarsi davanti ad un suo simile? E soprattutto come può il più fortunato accettare con indifferenza di ricevere un simile servizio?
Per queste domande, a cui devo ancora trovare una risposta, la serena rassegnazione di Raffaele è quanto di più umanamente intenso ricordi di quei tempi.

Chianciano Terme anni Sessanta – Ricordi


 
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