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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Rondini e falchetti, di massimolegnani 06/09/2020
 
Rondini e falchetti

di massimolegnani


Dovessimo dare ascolto al meteo il nostro viaggio slitterebbe ancora, pessime previsioni per tutta la settimana, ma noi siamo stufi di rinvii, Concarena sta diventando il titolo di una novela senza tele e senza fine. Così partiamo in un’alba che non promette niente di buono, un breve tratto in macchina per portarci in zona, e poi via con i pedali come fossimo giovani incoscienti.

Durante una sosta in riva al lago a piluccar ciliegie, Giusi, il mio gemello d’argento, che per l’occasione ha sacrificato la sua coda per un taglio più adatto alla fatica, studia il clima incerto con occhio esperto, a metà tra il contadino e lo scienziato:

Vedi le rondini? Volano basso.

E allora?

Significa che in alto non ci sono insetti, sono schiacciati giù dalla bassa pressione.

Quindi?

Quindi è facile che piova nelle prossime ore.

Ah, bè, adesso sono più tranquillo.

Però osserva quel falchetto, sta roteando, anche lui a bassa quota, alla ricerca di una corrente ascensionale.

Guardo nella direzione che mi ha indicato: in effetti ora il rapace, senza dare un colpo d’ala, sta salendo in ampi giri a spirale come sospinto da una forza invisibile. È ormai altissimo, un puntino nel cielo. Sono perplesso:

Bellissimo da vedere, e buon per lui che sale senza faticare, ma, scusa, a noi che cosa cambia?

Cambia, cambia! Vuol dire che ci sono sacche di alta pressione e il tempo può tenere.

Ma insomma, dobbiamo credere alle rondini o al falchetto?

Giusi risale serafico in sella scrollando testa e spalle in modo eloquente, come dire che è giusto osservare i segni ma poi bisogna decidere senza titubare tra domande sciocche, le mie. A volte lui ha una saggezza spicciola che mi ricorda Camillo.

Così pedaliamo abbastanza fiduciosi costeggiando l’Iseo alla volta della ValCamonica. Troviamo e perdiamo di continuo la pista ciclabile dell’Oglio che a tratti sembra sparire nel nulla e ci costringe a chilometri di statale. Comunque è un bel pedalare pianeggiante tra campi, vigneti e fiume, in attesa di affrontare la salita.

A Cividate abbandoniamo la piana per inerpicarci in una valle laterale che ci avvicina alla Concarena, anzi poco alla volta gireremo intorno a questa vetta.

È la prima vera salita di quest’anno e per me è uno strazio, gambe molli e fiato in affanno già dopo un chilometro. Ripenso al falchetto, alla sua tecnica di volo ascensionale così proficua. Spalanco le braccia e aspetto una corrente che mi porti in alto ma non succede nulla se non un oscillare pericoloso della bici. Mi rassegno a salire con il mio ritmo, faticoso e lento, senza tentare di tenere il passo più sostenuto del mio amico. Ogni tanto alzo lo sguardo verso le cime alla mia destra e mi domando quale sia tra queste la Concarena, ma le vette più alte sono coperte dalle nuvole e poi non so come sia fatta questa montagna, non ho cercato sue foto in internet, voglio la sorpresa.

Alla Croce di Salvem finisce la salita tra pascoli e boschi. Ci tuffiamo nella discesa per una strada stretta tutta curve che ci porterà al fondovalle della Presolana. Il piacere di una discesa impegnativa è offuscato dal pensiero che più scendiamo e più dura e lunga sarà la risalita verso Schilpario e il passo del Vivione.

Quando ripartiamo da Schilpario è una mattina fredda e nebbiosa, forse pioviggina o forse è la condensa della nebbia, le montagne circostanti sono avvolte dalle nuvole, di sperare di vedere finalmente la Concarena non se ne parla. Tutto sembra contribuire alla malinconia, ma c’è una notizia che mi ha appena riempito di entusiasmo: alcuni valligiani ieri sera mi hanno detto che la Concarena è la montagna sacra della ValCamonica, hanno usato proprio quell’aggettivo. Pare che agli equinozi, all’alba e al tramonto, ci sia un magico gioco di luci dorate tra questa vetta e il suo dirimpettaio dall’altra parte della valle, il Pizzo Badile, il sole penetra tra le guglie di uno proiettando sulle rocce dell’altro immagini spettacolari. Ecco perché da mesi il suo nome, udito per caso, mi ha stregato senza un apparente motivo e mi ha condotto fino a qua.

Così affronto la durissima salita con una gioia segreta, sento la sacralità dei luoghi e trovo giusto, non deludente, che la montagna nobile non si conceda al mio sguardo. La salita è un’emozione che mi fa quasi dimenticare la fatica, pedalo tra pinete profumate, piccole radure e improvvisi dirupi. Quando alzo lo sguardo vedo Giusi su in alto, parecchi tornanti avanti a me, ma non mi preoccupo, oggi so che anch’io arriverò in cima.

Finiti i boschi il paesaggio si fa più brullo, selvaggio, all’altitudine resistono solo erba bassa e rododendri in fiore, nessuna costruzione se non quella casetta gialla che vedo laggiù in fondo alla valle. Quando arrivo al passo, nonostante il freddo sudo fin nei denti. Tutto è un silenzio magico fatto di nuvole e vento, anche noi ci scambiamo sorrisi soddisfatti ma non parliamo. Ci copriamo come fosse inverno per affrontare la lunghissima discesa che ci riporterà nel cuore della ValCamonica.

A metà discesa ho come un presentimento, la sensazione di essere osservato. Mi fermo e mi volto indietro: lassù in alto si staglia in un cielo improvvisamente azzurro la sagoma imponente della Concarena, rocce aguzze che sembrano dolomite. Non è una beffa questa apparizione tardiva, è un saluto esclusivo da parte della montagna sacra, come mi rassicurasse che lei di nascosto mi ha seguito e ha condiviso le mie fatiche.

 
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