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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Il passero Cippetto e la gatta Stellina, di Lorenzo De Ninis 26/09/2020
 
Il passero Cippetto e la gatta Stellina

di Lorenzo De Ninis



Un giorno, un passerotto, ai primi voli, rimase imprigionato nella nostra terrazza. Non riusciva a spiccare il volo oltre la balaustra. Sul tetto di fronte una famiglia di passeri cinguettava disperatamente. Lo presi delicatamente, lo feci accarezzare da mia figlia e poi lo lanciai in aria per dargli la spinta. Lui prese il volo, ma non andò molto lontano, non riuscì a raggiungere i suoi fratelli sul tetto. Atterrò nel giardino del condominio, dove subito fu preda di un gatto. Mia figlia scoppiò in lacrime, corse in camera, dove continuò a piangere. Per consolarla le raccontai quello che era successo a me tanti tanti anni prima.
Avevo otto anni. Mi divertivo a catturare uccelli. Mettevo una gabbietta, cosparsa all'interno di briciole, con la porticina aperta, legata ad un filo, nella stanza adibita a magazzino. Spalancavo la finestra, e attendevo. Arrivavano uccelli d'ogni specie, beccavano un po' dappertutto, entravano anche nella gabbietta per prendere i pezzetti di pane. Allora ero pronto a tirare la cordicella della porticina che si chiudeva. Osservavo gli uccelli, li prendevo in mano, lisciavo le loro penne, e poi li rimettevo in libertà.
Un giorno si infilò nella gabbia un passerotto, che mi intenerì per la sua timidezza e bellezza. Lo presi in mano, e sentii il suo cuore che batteva forte. Aveva paura. Lo accarezzai dolcemente, gli offrii una briciola di pane, una goccia d'acqua e lo rimisi nella gabbia. Fuori con quei gattacci che giravano nei dintorni, non sarebbe vissuto a lungo.
Decisi di tenermelo.
Mi procurai una gabbia più grande, la pulii accuratamente e la destinai a sua dimora.
Chiamai il passero Cippetto.
Passavo ore con lui, finita la scuola, e tante volte non svolgevo tutti i compiti. Gli parlavo, e sembrava che mi capisse, muovendo il capo e facendo cip cip.
Un giorno arrivò il grande momento.
Aprii la gabbia per pulirla, lui si fece prendere senza fare resistenza, e cinguettando mi diede una leggera beccata sul dito. Lo appoggiai sulla tavola e non volò via! ma saltellò, beccò qualche briciola e tornò sulla mia mano. Lo accarezzai, lui di nuovo cantò cip cip e si fece un altro giretto, muovendosi con eleganza sulle gracili zampette. Non credevo ai miei occhi. Pulii velocemente la gabbietta, aprii la porticina, e lui cip cip vi tornò dentro. L'avevo addomesticato, ero felice.
Quella scena si ripeteva ogni giorno. Stavo molto attento quando aprivo la gabbia. Verificavo se nei paraggi ci fosse la gatta Stellina, spietata cacciatrice di topi e uccelli. Da quando era entrata in casa nostra, dopo lo sfollamento, non si vide più un topo in giro. Aveva i piedi e la punta della coda bianchi, il pelo maculato e una stellina bianca in fronte.
Consapevole del pericolo che passava Cippetto, quando mi dedicavo alle operazioni di pulizia, chiudevo la porta della cucina e del balcone.
Un triste giorno, di pomeriggio, ero solo in cucina, e, come al solito, parlavo con Cippetto, gli davo da mangiare, lo accarezzavo, facendogli i complimenti per la sua bellezza. E lui mi ringraziava con canori cip cip, saltellando, svolazzando sul tavolo, quando all'improvviso un lampo bianco e nero mi passò vicino alla spalla ed afferrò il passerotto: era la gatta, che rapida si dileguò con un agile salto fuggendo per le scale. Rimasi imbambolato, incredulo: avevo lasciato aperta la porta della cucina. Gridai disperato:
-Stellina, ridammi Cippetto!-
Poi piansi.
Pieno d'ira e desideroso di vendetta mi armai di bastone, deciso a punire la gatta con la morte. Mi aggirai dappertutto, ispezionai tutti i suoi posti preferiti, in modo particolare la legnaia, dove aveva partorito varie volte i suoi micetti.
La ricerca fu inutile. Stellina aveva capito che non doveva farsi vedere per un bel po'.
Infatti riapparve una decina di giorni dopo, quando m'era passata la voglia di vendicarmi, all'ora di pranzo.
Si avvicinò a mio padre e miagolando, gli chiese del cibo, tirandogli, come sempre, con le unghie, l'orlo dei pantaloni.
Ma giunse l'ultima ora anche per lei che cercava di catturare le rondini, che avevano costruito i nidi sotto il balcone, facendo scattare la zampa fuori dalle sbarre della ringhiera. Si ammalò di rogna, e per evitare il pericolo di contagio si pensò fosse opportuno ammazzarla. Ero contrario. Protestai piangendo.
La infilarono in un sacco e l'uccisero con un colpo di fucile. Scavarono una buca nell'orto sotto il noce e la seppellirono lì.

 
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