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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Alla festa di Thun, di massimolegnani 19/12/2020
 
Alla festa di Thun

di massimolegnani



Mentre seguivo un Reno ancora giovane, da poco uscito dal lago di Costanza e sopravvissuto a stento ai salti impegnativi di Sciaffusa che non si possono dire vere cascate ma un rotolare periglioso dell’acqua tra massi e sassi, mentre seguivo il Reno divagando tra i suoi affluenti mi sono ritrovato nel cuore della Svizzera in una Thun in festa, non so per quale festa.

Tra fuochi d’artificio e birre traboccanti nei boccali ho visto svizzeri diversi, poco contabili, umani forse e quasi sorridenti nella tristezza mescolata all’allegria, perché s’intrecciano nella notte storie ai primi approcci ad altre ormai agli sgoccioli. Gomito a gomito stanno, sullo smalto bianco di eleganti tavolini o sul legno stagionato di tavolacci d’osteria, solitudini feroci e compagnie rubizze.

Inebetito da un vino bianco acidulo passo in rassegna sul lungofiume e per le vie strette del centro schiere di svizzeri seduti, sempre meno elvetici.

Vedo piccole euforie, minime baldorie, intimità di baci, fragili amicizie che dureranno il tempo della notte, vedo lo sguardo liquido di occhi in amore e al tavolino accanto due corpi esausti per un abbandono inevitabile, vedo nel buio rotto dai lumini la malinconia alcolica di alcuni vicino alla risata d’altri.

Vedo luci voci bottiglie uomini donne.

Così riverbera sull’acqua e scintilla nei bicchieri una Svizzera inusuale, non più austera ma nemmeno scatenata come capita nella sfrenatezza semel in anno dell’Oktoberfest.

Passeggio e scruto volti sconosciuti che a poco a poco mi diventano familiari.

Mi piacerebbe essere più intimo alla festa, essere partecipe, ritagliarmi un ruolo.

E vorrei per me un volto, possibilmente femminile, occhi avidi d’ascolto e un calice di rosso che duri fino all’alba. Raccontarle il mio minimo segreto di pedalatore solitario, il viaggio è un andare all’essenziale, sai, poche le cose da portarmi dentro e fuori, molte lasciate a casa per l’ingombro, tante a far da carico al ritorno. Il segreto è il rovescio del setaccio, scartare l’oro e trattenere terra, che è terra straniera non più estranea, il segreto è la dignità dell’occhio che come un cane da riporto sa farsi immagine e memoria senza l’intermediario di una foto. Parole a vanvera che lei non capirebbe nemmeno comprendesse l’italiano. Eppure immagino come vero il mio flusso muto di parole, e il segreto di questa notte svizzera è lo stupore speso in un istante, la luce colta nel suo sguardo da altri illuminato, credere per me i suoi occhi il tempo di un ascolto e poi saperlo ricordare per un breve sempre.



 
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