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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  *Figli, di Piera Maria Chessa 18/02/2021
 
Figli

di Piera Maria Chessa



Sei stanca?”
“No.”
“Accipicchia, che resistenza ha la mia bambina, sei davvero brava!”

Il brevissimo dialogo arrivò nitido alle orecchie di Vera, che in quel pomeriggio di inizio gennaio percorreva la centralissima via Garibaldi, particolarmente congestionata dal traffico. Il Natale era trascorso e anche il Capodanno, ma c’era ancora l’Epifania da festeggiare e per i più piccoli qualcosa doveva ancora arrivare per chiudere alla grande le festività. Lo dimostrava il fatto che tutti i numerosi parcheggi a disposizione degli automobilisti fossero occupati.
Fu proprio nel momento in cui si dirigeva verso l’ingresso di un grande centro commerciale che si trovò ad affiancare quel padre che teneva per mano la sua bambina.
Fu colpita innanzitutto dall’età piuttosto giovane dell’uomo, poi dalla tenerezza e l’attenzione che dimostrava verso la figlia perchè, ne era certa, era sua figlia, tanto somigliavano nell’atteggiamento e in alcune caratteristiche fisiche che, sia pure frettolosamente, ebbe modo di notare prima di superarli e procedere oltre.
Entrò quindi nel negozio e dimenticò presto quel breve incontro, per dedicarsi anche lei agli ultimi acquisti prima del fatidico giorno della befana.
Non amava il consumismo né sprecare i soldi in cose futili, ma a suo figlio Davide voleva fare ancora un regalo. Se lo meritava, era un bambino buono, curioso, educato, che potevano volere di più, lei e suo marito, da un ragazzino di dieci anni? Gli piacevano i libri, disegnare e dipingere, e amava tanto la musica, a tal punto da avere una piccolissima collezione di minuscoli strumenti musicali.
Non era mai stato difficile scegliere dei doni per lui, ogni cosa sarebbe stata comunque apprezzata. Acquistò un libro e una chitarra di dimensioni estremamente ridotte, un piccolo oggetto che avrebbe senz’altro gradito. Ancora una volta sarebbero andati sul sicuro, ancora una volta, la mattina dell’Epifania avrebbero gioito nel vedere nei suoi occhi quell’allegria che solo da piccoli sa essere così profonda e sincera.

L’Epifania trascorse e le vacanze natalizie si conclusero. Vera non si era sbagliata, Davide aveva gradito molto i loro doni, ora era arrivato il momento di rientrare a scuola e agli amici avrebbe raccontato dei regali che aveva ricevuto per Natale, e anche degli ultimi, i più vicini, forse per questo quelli che ai suoi occhi sembravano i più interessanti.
Ricominciare con la scuola non fu difficile. Certo era stato piacevole dormire al mattino un po’ di più, oppure semplicemente rilassarsi sotto le coperte, o magari la sera rimanere svegli più a lungo a guardare il programma preferito, ma il piacere di incontrare nuovamente gli amici e raccontare loro dei piccoli aneddoti riguardanti i giorni di festa, sarebbe stato pur sempre un divertimento e motivo di gioia.

Quel giorno pioveva, si direbbe anzi che il cielo, quel giorno, volesse proprio ripulire il mondo da tutte le brutture buttando giù acqua con generosità.
Di solito Davide andava a scuola da solo perché l’istituto era vicino, e poi lui si sentiva già grande, dieci anni compiuti, il quinto anno della scuola primaria, l’anno successivo avrebbe incominciato a frequentare le medie, ma quella mattina, quando Vera gli propose di accompagnarlo, lui non le disse di no. Così salirono in auto velocemente, un po’ per via della pioggia e un po’ perché faceva freddo.
Arrivarono a scuola con qualche minuto di ritardo a causa del traffico che, lungo il breve percorso, si era naturalmente intensificato.
Davanti al cancello si salutarono e Davide entrò di corsa. Mentre Vera andava via incrociò una bambina che arrivava in quel momento con il papà. Ebbe un attimo di perplessità, poi li riconobbe: era la ragazzina incontrata nella via Garibaldi nei frenetici giorni precedenti l’Epifania, e il giovane uomo che l’accompagnava era suo padre.
Mentre rifletteva, sentì la voce di Davide che vedendola arrivare si era fermato per aspettarla.
“Dai, Cinzia, siamo in ritardo, oggi una bella sgridata non ce la leva nessuno! Ma doveva piovere così, proprio oggi che alla prima ora abbiamo la maestra di matematica!”
A Vera venne da sorridere pensando all’insegnante che conosceva ormai da cinque anni. Generosa, preparata, ma un po’ rigida. I ragazzi le volevano bene perché ne intuivano la bontà, ma non riuscivano in sua presenza a sentirsi del tutto rilassati.
Quando i due bambini si allontanarono, Vera si avviò verso l’auto, dopo aver scambiato un cenno di saluto con il giovane papà.
Dunque, i loro figli frequentavano lo stesso istituto, anzi, erano inseriti nella medesima classe. Una curiosa coincidenza.

Al rientro dalla scuola, mentre pranzavano insieme, Davide, come era solito fare, parlò con i genitori delle cose che al mattino lo avevano maggiormente interessato. Vera prestava sempre molta attenzione ai racconti del figlio. Lo avevano sempre fatto, per lei e per Carlo, suo marito, nel corso degli anni era stato un impegno continuo coltivare quotidianamente il dialogo con lui, convinti entrambi che fosse quella la strada giusta per aiutarlo nella crescita.
“Oggi, la maestra di matematica, quando io e Cinzia siamo entrati in classe, ci ha sgridato un po’ perché eravamo in ritardo, ma non tanto. E’ andata bene!”, disse Davide con un certo sollievo.
Vera lo guardò e approfittò di quel riferimento per sapere qualcosa di più sulla bambina che lei non ricordava di avere mai visto tra i suoi compagni, che conosceva ormai da cinque anni, da quando per la prima volta lo aveva accompagnato a scuola.
“Non conosco la compagna con la quale stamattina sei entrato in classe, è una nuova amica?”
“Parli di Cinzia? Sì, quest’anno c’è anche lei con noi, prima frequentava in un’altra scuola, poi è venuta con il papà ad abitare in una casa che non è troppo lontana da qui.”
“Capisco.”, disse Vera.
Rimase qualche istante a riflettere, poi chiese titubante guardando di sfuggita suo marito:” Perché, Davide, dici che Cinzia è andata a vivere in una nuova casa con il papà?”
Suo figlio la guardò, si fece serio, poi disse:” Sapete, io sono un ragazzino fortunato, veramente fortunato, ho te e ho papà, cosa posso desiderare di più? Ma per Cinzia non è così, lei ha suo padre ma la mamma ora non c’è più, e non vuole più stare nella casa dove prima abitavano tutti insieme.”
Vera avvertì un brivido lungo la schiena e non ebbe il coraggio di fare altre domande. Guardò Davide, poi suo marito, non si dissero niente ma si capirono perfettamente.
Fu in quell’istante che entrambi ebbero la consapevolezza che il loro bambino incominciava a diventare grande.


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