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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Rosa, di massimolegnani 24/04/2021
 
Rosa

di massimolegnani



Le cuffiette nelle orecchie, un berretto di lana calcato in testa fino alle sopracciglia, Rosa pedalava forsennatamente, come a voler volare via da lì.

Per non sentirsi criceto sulla ruota si concentrò sulla musica, Bibier alternato a Bach, Freddy Mercury a Monteverdi, un’accozzaglia di generi contrastanti, come un gelato di stracciatella e limone, che però sembrava funzionare. La musica, oltre ad accompagnarla piacevolmente, la strattonava da uno stile all’altro impedendole di soffermarsi su un pensiero sdrucciolo o su un panorama poco entusiasmante. Ma a un certo punto Rosa cedette di schianto alla fatica, chinò la fronte sul manubrio e aprì gli occhi. Sotto di sé vide il pavimento della sua camera. Per forza di cose non si era potuta muovere da lì con la sua cyclette. E allora sparì all’improvviso la magia dell’aria sulla quarta corda, svanì l’atmosfera trascinante di innuendo dei Queen.

Rosa si tolse con rabbia gli auricolari e gettò via il berretto che l’aveva fatta sudare. Il tentativo di astrarsi, grazie alla musica, dal luogo statico e dal pensiero molesto di Giacomo era fallito. Cambiò strategia: piena consapevolezza di quanto stava facendo e se il ricordo del suo ex la ossessionava, va bene, non si sarebbe più sottratta, ma avrebbe deciso lei come e cosa riportare a galla. Scrollò i capelli, si mise una salvietta di spugna attorno al collo e nel silenzio assoluto della sua stanza riprese a pedalare, questa volta con lentezza, pilotando bicicletta e memoria verso un piacevole approdo. In fondo con Giacomo erano stati tanti i momenti felici, solo l’epilogo era stato disastroso. Ma l’epilogo, quando ci si arriva, è di per sé stesso disastroso, da qualunque dei due versanti lo si viva. Così Rosa recuperò nella mente il Giacomo estroso dei bei tempi e lo immaginò seduto sul letto a farle compagnia mentre lei s’impegnava a fare il criceto. Conosceva bene le sue parole ironiche prive di cattiveria e i suoi sguardi non sempre ortodossi, a volte proprio malandrini. Sorrise Rosa e lanciò uno sguardo al letto, inventando una schermaglia, tutta vissuta nella sua testa:


mi piace come scodinzoli quando ti alzi sui pedali

sempre a guardarmi lì, tu

bè, è un bel posto dove guardare

per un inguaribile depravato come te, sì!

ma dai, ammettilo che i miei occhi indisciplinati ti inorgoglioscono

ebbene sì, in fondo pedalo per migliorare il panorama offerto al tuo sguardo

è già buono così, fidati. Ma tu continua a pedalare, che mi piaci.


Rosa proseguì nel suo allenamento in scioltezza fino al tempo stabilito. Alla fine si sentiva affatticata e soddisfatta. Nel frattempo aveva lasciato svanire senza rimpianti l’immagine di Giacomo e la sua voce, come azzerare progressivamente il volume della radio per dedicarsi ad altro. Però magari a sera l’avrebbe cercato per confidargli quella fantasia, come una complicità che resta, anche quando il tempo massimo è scaduto.



 
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