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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La fantasia di consonanti e di vocali, di massimolegnani 12/09/2021
 
Fantasia di consonanti e di vocali

di massimolegnani



Breve brano vagabondo

(senza i)



Era un suonatore vagabondo, malmesso per l’età ma ancora attratto dalla stranezza del mondo. Andava controvento per le strade delle donne, senza possedere né denaro né decoro nè una sola nota davvero seducente, ma era fedele a un vago concetto d’amore evanescente, come una nuvola da guardare allegro senza temerne l’acqua. Prese poderose sberle e qualche sberleffo ben congegnato, folate freddolose da gelare le ossa. Ma quando una che non conosceva, una dalla bellezza nascosta e dal volto aperto, regalò all’uomo carezze e dolcezze non attese, fu come avere un vento caldo nelle vele e un sangue nuovo nelle vene.



Breve vilipendio della O


La O mi sta antipatica, punto.

D’altronde non si può piacere a tutti e non tutte ci piacciono, vocali, donne, giornate. E questa è una giornata no, perché mi sono svegliato con questo pensiero della O conficcato nel cervello.

Mi disturba la sua rotondità perfetta, da prima della classe, manco dovessimo essere tutti dei Giotto, che pure lui non mi era tanto simpatico. Mi s’inceppa la mano quando la scrivo, perchè non riesco ad agganciarla alle altre lettere, sta lì isolata e tronfia e tonda nella frase; lei non offre appigli, è scivolosa come la saponetta che ti sfugge nella doccia.

E poi è una vocale negativa, così ambiguamente simile allo zero, che già nel codice fiscale non so mai se quel segno rappresenti il numero o la lettera. D’accordo in aritmetica zero non è negativo, ma tu prova a svegliarti una mattina sentendoti uno zero perché hai fatto brutti sogni e dimmi se non inizi la giornata con il segno meno in testa.

Già nell’alfabeto si è posizionata pericolosamente accanto alla enne e quando queste decidono di unirsi vanno a formare la quintessenza della negazione, della bocciatura: NO!, qualunque cosa tu avessi chiesto o proposto, magari con dolcezza ed entusiasmo. NO! Che mortificazione!

E sarà un caso ma la O è l’iniziale di parole davvero sgradevoli: Odio, Ostruzione, Orrido, Onnipresente, Orco, sia come mezza imprecazione che come spauracchio per i bambini che eravamo, quelli di adesso dell’orco se ne fregano beatamente. Per non parlare di Ombrello e di Orologio, due parole patetiche, emblema dell’eterna illusione di avere sotto controllo il tempo, atmosferico o cronologico che sia. Perché basta un colpo di vento a stravolgere l’ombrello o un’emozione a far durare un secondo più di un’ora, con buona pace per le fette esatte che ha tagliato il tuo strumento al polso, come fosse il tempo una torta che la nonna suddivide tra nipoti gelosi uno dell’altro.

Di bello la O ha solo la bocca che la scandisce, quel coincidere esatto tra la forma tonda che assumono le labbra nel pronunciarla e il segno analogo che hai tracciato sopra il foglio. Ti guardo mentre la dici, il mento spinto un poco avanti, le guance strette, le labbra a cerchio e vorrei che tu fumassi per far uscire nello stesso istante la vocale e un anello di fumo che lentamente svanisca nell’aria assieme al suono. Ti guardo e m’incanto felice alla tua bocca promettente, qualunque no in realtà tu mi stia rifilando.



Effe


Faticosamente Firenze funestata franava fra funerali frettolosi, fredde famigerate fosse , fetidi furti, forche, fughe.

Fuoriusciti, finimmo forestieri a Fiesole, fortezza franca.

Fiesole felice fu feria forzata, festosa, folle: facevamo falò, fissando frastornati fiamme, faville, fuochi fatui, folleggiavamo fra favolosi fiaschi (Frascati, Falanghina!), fagiani frollati farciti al forno, fichi freschi, frutta fermentata; frequentavamo femmine fatali, fragili fanciulle, furbe fantesche, fornicavamo fottendo farfalle fugaci, fioche falene. Frattanto fantasticavamo facili finzioni formulando favole frivole, fabbricavamo fiabe funamboliche, farsesche, falliche, forse fallaci (futuribili fiction?). Farneticammo futili fole, foggiammo febbrilmente facezie fittizie fingendo felicità finchè fosse finita furia fiorentina, feroce finimondo, falce ferale.



Senza E


Non fu una cosa gloriosa, d’accordo, ma andava fatta. Così lo castigai, in un modo un poco da vigliacco.

Lui mi passò davanti, stava andando ai bagni da una corta scala. Spostai con noncuranza la gamba sinistra di poco, quasi di un nulla, ma bastò a incontrarsi con la sua caviglia. Ancora sghignazzava dopo la battuta cattiva, gratuita, rivolta al pubblico di amici col solo scopo di sputtanarmi davanti a tutti. Bastardo Claudio! Inciampò rotolando dai quattro gradini, lo sghignazzo si trasformò di colpo in un urlo. Non mi alzai, non cambiai i tratti al volto, ma allungando il collo giù al fondo gli domandai, qualcosa di rotto, amico mio? Quando lo vidi rialzarsi, frastornato ma sano, andai al banco, pagai un giro di birra a tutti, puranco a lui, poi uscii dal bar. Non andavo orgoglioso della caduta provocata a rischio di danni, ma una volta fuori fui quasi soddisfatto gustandomi la rivalsa. Allora mi donai un unico strappo alla norma dataci da soli, dall’alba al tramonto il non utilizzo di E: a fior di labbra sibilai Claudio coglionE!

 
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