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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  La panettiera di via Sansovino, di massimolegnani 23/09/2021
 
La panettiera di via Sansovino

di massimolegnani



Le prime restrizioni anti-covid avevano gettato Camillo in ambasce, la spesa era diventata un’impresa, code fuori dagli alimentari come nella Russia di antica memoria e, quando finalmente entravi, spesso gli scaffali erano vuoti. Il peggio era la panetteria del centro dove si era sempre servito, mai una volta che in quei tempi cupi gli riuscisse di trovare i francesini, il suo pane preferito che lui si ostinava a chiamare le francesine in ricordo di un bel nasino all’insù conosciuto a Digione una vita prima. Una volta che provò a lamentarsi della scarsità del pane, la padrona addossò la colpa alla ragazza che gestiva il loro forno, mi manda pochi francesini, i più li tiene per i suoi clienti, come se quella vipera potesse decidere di testa sua. Così Camillo scoprì che in una strada di periferia assieme al forno c’era un’altra rivendita meno affollata e forse più rifornita.

Dovette girare parecchio prima di trovare via Sansovino e il primo impatto non fu dei migliori. Una ragazzona di taglia forte, più muscoli che ciccia, e dai tratti grossolani come scolpiti in un legno duro con l’accetta, spostava ceste di pane da dieci chili come fossero fuscelli e andava di continuo dal forno al banco imprecando tra sé e ignorando l’uomo che in silenzio aspettava di essere servito.

Improvvisamente sembra accorgersi di lui, lo squadra e gli chiede con poco garbo cosa voglia. A disagio di fronte a quella furia, Camillo le risponde titubante otto francesine morbide. La ragazza non commenta l’uso del femminile, ficca in un sacchetto otto pezzi presi a caso dalla scansia, incassa i soldi e se ne va di là senza un saluto.

Brutto affare si disse Camillo uscendo e si ripromise di non tornarci più.

Ma dopo pochi giorni era di nuovo lì, in nome della seconda opportunità da concedere anche ai soggetti meno meritevoli.

Oh, eccola, lo riconosce con immediatezza la ragazza, lei è quello del pane morbido.

Bè, sì, se è possibile. Otto francesine.

Cercherò di accontentarla, dice lei e si mette a frugare a due mani nella grande cesta.

Quando gli porge il sacchetto gli raccomanda di lasciar respirare il pane ancora caldo e, mentre lo aiuta a riporlo nello zainetto, aggiunge con una speciale premura: non chiuda la cerniera così le francesine prendono aria.

Bella storia si disse Camillo uscendo dalla bottega. E inforcò la bicicletta con cautela, attento a non far cadere le pagnottelle.

A cena non gli dispiacque trovare l’impronta delle dita della ragazza impresse nella crosta del pane.

La terza volta che si presentò in negozio non fu per consolidare l’opportunità concessa, ma per il puro piacere del pane.

Senta, ci ho riflettuto, gli dice la ragazza a mo’ di saluto.

Su cosa?, domanda Camillo già in allarme.

Perché si ostina con le francesine che per definizione sono croccanti? Mica facile, sa, trovargliene di morbide.

Bè, per abitudine, e poi è il pane che più si avvicina ai miei gusti.

Ha mai provato le ciabattine? Secondo me sono più adatte a lei.

La panettiera mette sul bancone una forma di pane allungata, non tanto più grande di una francesina. Aspetta che lui la osservi bene, poi la spezza e gliene offre un boccone. Camillo mastica e intanto guarda la ragazza, si è fatto più morbido il legno in cui è intagliata.

Allora?

Buono! Prendo sette ciabattine.

La panettiera è palesemente soddisfatta. Imbusta il pane in allegria e gli fa le solite raccomandazioni sul farlo respirare a dovere.

Se poi non sarà soddisfatto, torneremo alle sue francesine, gli dice quando lui è già sulla porta.

Bello quel plurale, “torneremo”, si disse Camillo sorridendo, mentre pedalava verso casa con il carico di pane nuovo.


 
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