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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  SA JANA REINA (La fata regina) di Giovanna Mulas 18/03/2006
 

SA JANA REINA

( La Fata Regina )

 

 

…Ed empirai di latte, spada mia, la coppa ardente. Capezzoli di ginestra i muri prepotenti ai quali romperai ogn'indugio, e dita come rami d' oceanico seme, giù, oltre il buio dolce dove non c'è stagione e primavera, sempre, dimora.

 

 

-Incredibile-, pensò a voce grezza e alta Sisinniu Scanu, e sorrise.

-Incredibile aberu- ripetè più forte.

Ora il torace si sollevava ed abbassava convulso, i denti gli si erano legati assieme.

Il sorriso era scomparso e l'uomo scandagliava attorno con occhi quasi severi.

Nove teste, rase e pidocchiose, sparpagliate à pedire attorno alla tavola comente sos pilos aintru ‘e su mucadori nieddu ‘e thia Peppa, sa muzere de maistru ‘e muru de cussa bidda ‘e mortos, intenta nel brusìo a sollevare con cucchiaio e forchetta dalla scodella di portata tre culurjones tre colanti di salsa al lardo, pecorino e menta per ogni bocca e pancia vuota; puntarono finalmente la testa più pensante della famiglia.

E ammutolirono. Gli occhi grandi di bambini e madre – caldi, uguali, circondati da una raggiera di ciglia nere- sostennero pacatamente lo sguardo del capo famiglia. Oltre i vetri latrava un Eolo impaziente, randagio, BalenteBelante; frustava i faggi assonnati piegandoli come canne e come canne, da padrone, facendoli sònare, vibrare, parlare di nenje di streghe antiche e, da amante, palpitare, gemere. Si diceva che, fra quei faggi, avesse vissuto una fata dalla pelle d'ebano e gli occhi di carbone ardente, strappata al suo mare da un destino crudele. Si diceva che avesse amato solo una volta, Regina, amato il suo Re tanto da togliergli respiro ed anima e pensiero, amato tanto da lasciarlo andare, poi, scappare lontano, affinché il suo amore non potesse togliergli anche la vita. E si diceva che fu allora, che la fata cominciò a perdere i pezzi del suo cuore, a perdersi lei stessa nei meandri della propria mente. Ogni passo, ogni volo, ogni luogo erano per lei ricordi, AmmentiFrammenti ‘e suferentzia. E in ogni passo, ogni volo, ogni luogo un pezzo di cuore naufragava nei tempi; cuore di fata debole, come debole è il cuore dell'uomo.

E sedette in una roccia la Fata, e cominciò ad urlare per la disperazione. E l'urlo vento divenne e tempesta e uragano orrore d'ogni creatura. E poi quiete. Ed impazzì, la Fata. E ancora vaga in forma di civetta, la bocca di ciliegia divenuta becco scuro e duro d'osso, viola passita e pazza d'amore e senza mente e senza cuore, alla ricerca di chi non è più.

Fata, la Fata, Sa Jana Reina,

E in sos mirtos, s'àrroccas su cantu (dal seno, pieno, il succo),

fùriosu su mare,CàstiaCàstiadi: in ie sa mente, su còro

OdoreDolore di Fata e fèmina, màlaria, malàdia  ‘e amore (sudore)

E nessuno si, mai, potrà consolare.

Sisinnio ci aveva sempre creduto.

Alla Fata, ci aveva sempre creduto.

Ricordo che andava cincischiando in giro, quelle volte in cui su binuonu, il vino buono era stato per lui più buono del solito tanto da convincerlo che sì, poteva mandarne giù ancora qualche litro senza pesanti conseguenze per fegato, denari e moglie; che l'aveva vista lassù, gemere in cima à s'àrroccas; piangere di un pianto strano, magico, prima di bambina, poi di giovinetta e donna. Infine diveniva urlo, quel pianto, urlo continuo, e lungo, senza modulazione né tono.

Urlo di civetta, pareva. O di gatto impiccato.

E diceva Sisinnio che la Fata l'aspettava.Proprio così: l'aspettava.

Che gliel'aveva promesso lei.

E promessa di Fata è promessa mantenuta.

E lui ci credeva ché voleva crederci.

Credere all'incredibile.

-Incredibile aberu- mormorò Sisinnio.

E ora che gli anni erano passati, e così la giovinezza, l'uomo si guardava attorno e lì, dove aveva creduto di vedere le testine rase, le sedie erano vuote, e vecchie quanto lui. E lì, dove aveva creduto di vedere la giovane moglie, incinta dell'ultima creatura bèddha e prena, intenta a servire i culurgjones colanti di sugo all'aglio, lardo e menta e sussurrare antiche preghiere scacciadiavoli; in realtà c'era il buio, e solo buio e quel brusìo di voci ora parlava di silenzi ché thia Peppa con la terra ora parlava, non più con Sisinnio.

Due notti prima gli era apparsa, Peppa, come frequentemente gli appariva in quegli ultimi tempi. Sisinnio conosceva il significato di quelle apparizioni; sapeva che stava avvicinandosi per lui il momento di partire.E doveva salutare la terra, le cose terrene che aveva conosciute e amate e odiate durante tutta la sua sconsacrata vita, salutare la terra prima che la terra aprisse le sue porte per accoglierlo dentro , farlo ritornare da dove era venuto.E Peppa stava ai piedi del letto di Sisinnio, due notti prima. Lui s'era svegliato di soprassalto e l'aveva vista così, bianca e pura come vergine, bianca e pura come l'aveva conosciuta non ricordava più quanto tempo prima.Aveva diciassette anni, Peppa, quando Sisinnio l'aveva incontrata per la prima volta, e ritornava dal fiume con le sue amiche, carica dei panni lavati dei fratelli e della madre vedova.Era bella, Peppa. Sisinnio ricordava che cantava sempre; lui e gli altri pastori sapevano che Peppa era al fiume a lavare quando ne sentivano arrivare, tra i mirti e i fusti di fico d'India, la voce; quel canto di sirena acerba.Allora Sisinnio s'infrattava tra i cespugli e in amore, soltanto e semplicemente, la guardava lavare e cantare, ridere con le amiche di disgrazia.

Eccola lì davanti a lui, ancora, Peppa, due notti prima. Muta, sorridente.

-Peppinè…-,

-…Peppinedda mea…-.

Poi Peppa era scomparsa.

Doveva salutare la terra, Sisinnio, prima d'entrarci dentro, salutare chi aveva amato e chi aveva odiato.

Ora, era arrivato il momento di farlo.

E uscì di casa, Sisinnio, che la luna già s'alzava prepotente, stagliata tra tetti e aie e le colline giù, all'occhio parevano fianchi o corone, scrigni attraversati da cicatrici spurie, IncerteIrrequiete non segnate dalle mappe; quei fiumiciattoli magri e stinti come le pecore quando l'acqua manca e la terra abortisce d'erbe.

L'avevano seppellita lì, la bambina.

Erano passati trent'anni ma Sisinnio ricordava perfettamente il posto, quel sughero leggermente ricurvo a destra, un ramo ad indicare il cielo, l'altro la terra come che quella bara naturale fosse in realtà un tramite ardito tra un elemento e l'altro, tra spirito e corpo. Un fico d'India era cresciuto estendendosi in maniera spropositata quasi ad abbracciare, cingere, proteggere l'albero e soprattutto ciò che l'albero nascondeva, ed erbetta fine, e fresca, a quell'ora della notte umida e più tenera, confortata dal canto delle cicale e la fragranza orgogliosa dei cespugli di felce.

Giunse lì dopo poco cammino nel bosco, attraversando il sentiero celato dai corbezzoli e rovi. Fissò l'albero tra gli alberi e nel buio fitto non lo vide con gli occhi, lo vide con la mente. E con la mente rivide Peppa, piantata lì come il sughero, ad indicargli la via senza parlare. Sisinnio annuì, cadde in ginocchio e mormorò antiche preghiere. Poi prese a scavare la terra brulla a mani nude, ficcò le dita forte e grattò fango e radici, scavò e scavò. Smise, alzò il volto al cielo e, davanti a lui, Peppa intimò scava ancora. E Sisinnio scavò ancora, e ancora, e ancora che gli pareva di non dover mai finire di scavare.

Toccò qualcosa, un sacco di tela grezza pareva.

E Sisinnio sussultò al ritorno del passato, che fu come uno schiaffo.

Ed ecco la bambina, una zingara figlia di zingari, dicevano che fosse in paese.

L'avevano vista camminare per le strade con la madre mezzo nuda al fianco per qualche giorno, poi neppure più la madre s'era vista.

Ed era andata, la bambina,a cercargli del formaggio mentre Sisinnio pascolava pecore e capre ed il cane abbaiava ai falchi

E lui le aveva dato formaggio e pistoccu ed erano diventati amici; del resto zingari tutti e due erano, chi di corpo, chi di mente. E tutti e due bambini erano, chi di corpo, chi di mente

“E torna a trovarmi” le aveva detto Sisinnio

“E si” aveva risposto la bambina

Ed era tornata, per quindici giorni di fila, era tornata lì alla tanca, vicino à su riu ‘e preda, tra sugheri e canne e menta odorosa

E il sedicesimo giorno era caduta nel fiume

(lui voleva strapparle un bacio – l'unico- e lei era scappata ridendo)

E aveva battuto la testa sul fondale

Ma Sisinnio sapeva che nessuno l'avrebbe cercata perché la zingara, per gli altri, era Nessuno

E Sisinnio sapeva che avrebbero dato la colpa a lui di averla spinta nel fiume

E Sisinnio il Maresciallo Giommaria Trimarchi, un continentale,  non l'aveva cercato

Nemmeno avvisato, l'aveva

Senza vergogne aveva chiuso la zingara nel sacco che il suo padrone usava per metterci il resto da dare ai maiali giù in paese

E il sacco l'aveva seppellito piangendo

E sapendo di fare peccato sapendo che tutta la vita quel peccato l'avrebbe pianto e così davvero era stato

Sotto una piantina di sughero strana che a lei piaceva tanto perché curvava il fusto e aveva un ramo che indicava il cielo, l'altro che indicava la terra

La zingara era la prima che Sisinnio aveva davvero amato, senza saperlo.

Amata come gli angeli amano.

Peppa sorrise e Sisinnio uomo pianse,

e Peppa scomparve

e Sisinnio gemendo pulì il sacco dalla terra,

Perdonami Signore perdona il peccatore perdonami zingara chè seppellita da femmina e non da bestia, dovevi essere, e non nascosta dalla vergogna degli altri

Perdonaperdonaperdonaperdona

E Peppa, e sa Jana Reina eccole assieme e la zingara lì, Angelo bambina a dare una mano ad una ed una mano all'altra.

E Sisinnio comprese d'essere stato perdonato,

dalla TerraDio, perdonato.

E con Peppa, sa Jana Reina e la Zingara Bambina danzò tutta la notte

Dicono che lo videro danzare su ballu tundu

E danzare e danzare e danzare

Fino a che il cuore gli scoppiò di danza e di felicità

E qualcuno lo vide danzare.

(E ancora oggi, qualcuno lo vede danzare).

Ma don Puddu coi suoi chierichetti, la mattina, bussò alla porta di Sisinnio per accoglierne la confessione e dargli l'ostia, come faceva ogni giorno.

E lo vide così, Sisinnio, che pareva addormentato sulla sedia.

E don Puddu disse in paese che Sisinnio sorrideva; disse proprio così: sorrideva.

In tavola undici scodelle e undici bicchieri avevano trovato

E al centro della tavola in su tàlleri trentanove culurgjones trentanove, tre a  testa per ogni bocca e pancia vuota

E una civetta silente abbarbicata sulla tredicesima sedia,

le ali chiuse, il capo chino.

 

 

G.Mulas, Olbia-Roma  29/06/2004,  h. 07.40

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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