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  Scritti di altri autori  »  Narrativa  »  Il sorriso di Franca Maria Bagnoli 12/04/2006
 

La notte stava oscurando il crepuscolo. Lucia era scesa dal tram alla fermata che era una specie di spartiacque tra i quartieri signorili e silenziosi e il suo, popolare e chiassoso. Tornava dall'università dove i tigli in fiore annunciavano la prossimità degli esami. Aveva ancora alcune cose da studiare e molte da approfondire, ma non era preoccupata. All'odore dei tigli, durante il percorso del tram, si erano sovrapposti quelli dei gelsomini, delle acacie e dei ligustri che sporgevano dai recinti di ricche ville e di ambasciate, tutte circondate da giardini vasti e ben tenuti, in alcuni dei quali svettavano superbe palme, simbolo della ricchezza e del potere di chi li abitava.
Spesso, finite le lezioni, Lucia tornava a casa a piedi, camminando lentamente per prolungare la pace che le dava il crepuscolo e che svaniva appena entrava nelle luci e nei rumori del suo quartiere. La luce amica del crepuscolo le sembrava appartenere ad un'altra dimensione, quella dell'assoluto che era la sua compiaciuta aspirazione. Lucia si sentiva molto spirituale: il suo filosofo preferito era S. Agostino, per i tormenti dell'anima e per la forza della rinuncia che gli aveva permesso di superarli. Nel concetto di assoluto Lucia concentrava il suo desiderio di una vita non banale, il suo bisogno di giustizia e di solidarietà la sua aspirazione alla bellezza. Valori assoluti, appunto.
Appena scese dal tram l'inquietudine che le era sembrata annegata nella serenità del crepuscolo, la riafferrò con forza. Camminava curva in avanti, come per affrettarsi ad un rifugio e aveva stampata sul viso la malinconia. Alzò gli occhi dal marciapiede e incontrò gli occhi di un uomo, giovane, che la guardava con grande tenerezza e le sorrideva con affetto come un vecchio amico che conoscesse tutto di lei. Lucia non rispose al sorriso che, pure, aveva accolto come un dono straordinario, uno sprazzo di luce nella sua buia esistenza, una sferzata di speranza per affrontare la giornata successiva e tante altre. Con il sorriso ancora negli occhi, Lucia pensava:"Se avessi sorriso anch'io forse la bocca dello sconosciuto avrebbe pronunciato parole e se io avessi risposto forse avremmo camminato per un po' insieme. Questo incontro durato il tempo di un sorriso, forse si sarebbe articolato in tanti altri incontri, culturali, emotivi, affettivi. Forse...Forse...Forse...La vita lancia ogni momento, come esche, mille possibilità. La nostra attenzione o la nostra pigrizia, il nostro coraggio o la nostra paura sono responsabili del loro vivere o morire". Lucia era sempre stata spaventata dalla categoria della possibilità, questa porta spalancata sul futuro con la sua ambivalenza di positività e di negatività che si realizzano o non si realizzano attraverso una misteriosa combinazione di casualità e libertà.
Riflettendo su quella strada aperta da quel sorriso e subito chiusa, Lucia arrivò alla scala C del caseggiato dove abitava e cominciò a salire i 99 gradini. Quanta fatica per arrivare a 40 mq di casa! Mentre saliva in fretta i 99 gradini, Lucia pensava: "Voglio avere una casa grande, luminosa, con un giardino. E, nel giardino, tanti bambini a giocare. E un uomo che coltiva il giardino e mi ama con passione e amicizia, condividendo con me tutto ciò che mi piace e mi interessa. Mi impegnerò con tutte le forze per averla". Immaginando la casa con il grande giardino il cuore le balzò e il sorriso dello sconosciuto si riaffacciò ai suoi occhi. "Sono pazza! - pensò - Ma perché non ho sorriso? Così si rifiuta un dono?"
Arrivò alla sua minuscola casa dove lei era costretta a dormire su una poltrona-letto in cucina perché l'unica stanza era occupata dai genitori. Prese un libro e si mise a studiare.



Marcello, lo sconosciuto che aveva sorriso a Lucia arrivò alla pensione dove alloggiava. Veniva da un paesino dell'Umbria e aveva scelto Roma per frequentare l'università, perché la città lo affascinava. Quando poteva andava, come un pellegrino, a scoprire quartieri, piazze, angoli sconosciuti a turisti frettolosi.
Mettendosi a tavola per la cena, pensò: "Perché quella ragazza non ha accettato il mio sorriso? Aveva negli occhi una bella luce, appena offuscata da un velo di tristezza. Perché? Se avesse risposto al mio sorriso forse a quest'ora cammineremmo insieme, lentamente, un po' impacciati, ma cominceremmo a scambiarci sprazzi del nostro essere, della nostra vita".
Marcello aveva certamente amicizie femminili. Veramente erano conoscenze più che amicizie. Ragazze che frequentavano come lui la facoltà di medicina e che lo chiamavano, con un pizzico d'irrisione, Marcello l'idealista perché lui aveva manifestato il suo desiderio di andare a fare, dopo la laurea, il medico condotto in un paesino sperduto tra i monti. Ripensando a Lucia si chiese: "Chissà se le piace la montagna? E chissà se sarebbe disposta a seguire uno squattrinato medico condotto?". "Smettila di costruire castelli in aria - le sussurrò la sua vena realistica - Quante storie per due occhi dalla bella luce!". "Hai ragione - ammise Marcello - ma sei troppo dura. Si potrà sognare qualche volta!".



Lucia mantenne le promesse che aveva fatto a se stessa. Si laureò nei quattro anni canonici in giurisprudenza e cominciò subito a frequentare lo studio di un avvocato. Fece l'esame di abilitazione alla professione e già pensava di aprire uno studio insieme ad un giovane collega.
Fu allora che il possibile negativo che Lucia temeva tanto, si scatenò con la furia di un uragano. Suo padre restò disoccupato e sua madre, una tranquilla casalinga, non aveva altra prospettiva di lavoro che quella di andare a fare la colf in qualche famiglia. Lucia non lo permise. Il suo collega non aveva la forza economica sufficiente per aprire uno studio dove anche lei potesse lavorare. Tornò dall'avvocato dove aveva fatto la praticante. Era una sconfitta, ma Lucia l'affrontò con coraggio. L'avvocato era un uomo ultraquarantenne, sportivo, attraente. Le propose di sposarlo. Lucia fu tentata di accettare: così avrebbe rimesso in equilibrio la sua vita. Le venne una grande malinconia. "Un matrimonio di interesse! Non era questo che volevo". L'immagine dello sconosciuto riaffiorò alla sua memoria e le intenerì il cuore. Rifiutò la proposta dell'avvocato.
Passò qualche anno. Di corteggiatori Lucia ne aveva, ma lei li respingeva tutti. Qualche volta si chiedeva: "Ma non è follia blindare la propria vita per un sogno legato al filo leggero di un sorriso? E se avessi aperto quella porta, che cosa avrei trovato? Forse dolore. Ma l'amore può essere anche dolore ed io affronterei il dolore per un amore che valesse di essere vissuto".



Marcello si laureò a pieni voti e lode. Aveva davanti a sé una via larga, facilmente accessibile, che gli avrebbe garantito una rapida carriera e molto denaro. Non tradì il suo sogno: andò a fare il medico condotto proprio in un paesino sperduto tra i monti. Non aveva molti pazienti che, però, lo gratificavano della loro stima ed amicizia.
Faceva lunghe passeggiate solitarie sui sentieri di quei monti che amava tanto. Qualche volta pensava: "Se il mio sorriso avesse aperto la porta di due occhi belli e tristi che cosa mi si sarebbe svelato? Forse un paesaggio bello come questo". Ma la vita di Marcello non era blindata. Si sposò con una ragazza semplice, una casalinga nascosta tra i monti che abbracciavano il suo paese. Marcello l'amò e le fu fedele. Ma non poteva impedire al suo cuore di riproporgli la domanda: "Se quella porta si fosse aperta?" e non poteva evitare che il suo cuore fosse punto da una piccola spina. Visse a lungo, sempre nello stesso luogo che cresceva lentamente senza disturbare la quiete dei monti. Ogni tanto tornava alla sua mente il pungolo della domanda ma la mente dei vecchi confonde i ricordi, li modifica, li alleggerisce.



Lucia, superate le difficoltà, fece una bella carriera. Ebbe una bella casa con un grande giardino dove cantavano gli uccelli, ma non c'erano grida gioiose di bambini. E non c'era un uomo a coltivare il giardino. La vecchiaia non le aveva offuscato il ricordo del sorriso. Lo teneva stretto nel cuore. E pensava: "Il possibile buono non sempre si realizza. Per me non si è realizzato. Le nostre vite, la mia e quella dello sconosciuto, sono scivolate su binari che sono vicini ma non s'incontrano. Forse le nostre vite, travolgendo ogni logica spaziale e temporale, si incontreranno in un'altra dimensione".
Con questa speranza Lucia, nel crepuscolo di un giorno assolato, si addormentò sulla sedia-sdraio del suo grande giardino e non si svegliò più.

 
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