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  Intervista all'autore  »  Intervista a Marco Salvador 03/11/2006
 

L’intervista è a Marco Salvador, scrittore nato in provincia di Pordenone e ivi dimorante.

Di seguito, prima dell’intervista, una breve biobibliografia.

 

Marco Salvador è nato il 10 novembre 1948 a San Lorenzo, in provincia di Pordenone, nella casa dove vive ancora oggi assieme alla moglie e ai due figli. Ricercatore per professione e passione, con un interesse particolare per le consuetudini giuridiche medievali, è autore di numerosi saggi storici. Con L’ultimo longobardo (Piemme 2006) , che è il suo quarto romanzo, si chiude il trittico dedicato all’epoca longobarda (Il Longobardo, Piemme 2004, vincitore del premio ‘Città di Cuneo per il Primo Romanzo – Festival du Premier Roman de Chambéry’, nonché in corso di traduzione in varie lingue; La vendetta del Longobardo, Piemme 2005). Per Fernandel ha pubblicato La casa del quarto comandamento (2004), con un’ottima accoglienza da parte della critica. Del romanzo sono stati acquistati i diritti cinematografici e ha avuto due diverse trasposizioni teatrali.

Sito internet: http://www.marcosalvador.com/

 

 

 

Perché scrivi?

 

Perché non ci sono più i focolari, le aie e le stalle con i filò. Mi spiego. Quand’ero bambino, negli anni ’50, nel mio piccolo paese contadino non c’era la televisione in casa. La radio era lusso di pochi e il cinema un evento straordinario. Le serate erano allietate dai ‘contastorie’, uomini o donne con il dono dell’affabulazione. Riuscivano a commuoverti, spaventarti e stupirti con le loro narrazioni. E, nello stesso tempo, educavano trasmettendo esperienze, valori, consigli e, perché no, tabù. Sono il mio punto di riferimento e, in mancanza di quei luoghi e di quelle sere, provo a imitarli cercando un uditorio tramite i libri.

 

 

Alla base di tutte le tue opere c’è un messaggio che intendi rivolgere agli altri?

 

Fisso e costante. Sia scriva romanzi storici sia d’impegno sociale, alla base c’è la malvagità insita nel potere, il conflitto fra ‘dominanti’ e ‘dominati’. Il potere corrompe. Sempre, anche se ottenuto democraticamente. E il dominante tende inevitabilmente a sopraffare il dominato, a imporgli le proprie regole e convinzioni. A farsi ‘principe’, insomma. Non è pessimismo. È realtà, pure nei piccoli poteri, persino negli infimi. Basta vedere cosa provoca in un uomo (magari mite nel privato) l’indossare una divisa o anche solo un berretto da portiere.

 

 

Ritieni che leggere sia importante per poter scrivere?

 

Mai visto uno capace di costruire un mobile senza almeno avere osservato lavorare un falegname. Leggere, e leggere molto, per chi scrive è indispensabile. Come andare a bottega da dei maestri artigiani per imparare il mestiere. E più sono meglio è: si individuano eccellenze e deficienze.

 

 

Che cosa leggi di solito?

 

Sono nella fase delritorno’. Proprio come chi, dopo aver provato la cucina di mezzo mondo, la alta e la sperimentale, riscopre la meraviglia della semplicità di una pasta e fagioli, di un cotechino, di un piatto di trippe o di baccalà. Rileggo i classici, le opere che hanno lasciato traccia nella letteratura mondiale. Il che non vuol dire i soliti noti. Ad esempio, ho da poco riscoperto la scrittura meravigliosamente barocca di Alejo Carpentier. Il suo ‘I passi perduti’ lo consiglio con grande forza a chi vuole imparare come si creano atmosfere capaci di far sentire in una descrizione persino gli odori. Allo stesso modo consiglio ‘Il male oscuro’ del purtroppo dimenticato Giuseppe Berto a chi cerca un maestro della scrittura come autoanalisi.

 

 

Quando hai iniziato a scrivere?

 

A dodici anni. Ero pressoché un analfabeta, perché avevo fatto le elementari nel mio paese e la maestra (unica per la II, III e IV) mangiava e dormiva a casa mia e non voleva rogne con mia madre.  Frequentavo le medie come interno in un collegio salesiano per ricchi. Nei temi non riuscivo ad andare oltre il sei. Ricordo il primo dettato (sono entrato al Don Bosco in quinta elementare); toglievano un punto per ogni errore di grammatica: in dieci righe io ne feci quindici, perciò presi –5. Naturalmente ripetei la quinta. Ma torniamo ai dodici anni. Ebbene, dopo aver visto in coda al film domenicale un documentario della Disney sui castori, il professore di lettere ci chiese di scrivere le nostre impressioni su quel documentario. Presi nove, nonostante la grammatica ancora zoppicante. E il professore (Dio lo benedica) da allora mi permise di ‘spaziare’, di scrivere i temi senza ‘vincoli’. Andò sempre meglio. Il primo romanzo lo scrissi verso i diciotto anni, una storia di depressione e incesto. Nonostante Pier Paolo Pasolini, dopo averlo letto, avesse trovato subito un editore (sua madre e la mia si conoscevano e lui aveva frequentato casa mia), rifiutai la pubblicazione. Le motivazioni le tengo per me. Poi con l’università in pieno sessantotto, la famiglia, il lavoro, smisi di scrivere racconti e romanzi continuando però a divorare libri e a pubblicare (per mestiere) saggi inerenti particolari aspetti del medioevo. Fino al 2002 quando, a causa di una forzata immobilità, scrissi ‘Il longobardo’ e ‘La casa del quarto comandamento’. Allora desideravo solo evitare la noia e l’ozio, invece ora sta per uscire il mio quinto romanzo.

 

 

I tuoi rapporti con l’editoria.

 

Ottimi e senza problemi. Pubblicato al primo colpo e senza lunghe attese. In Piemme e in Fernandel ho trovato gente straordinaria, preparatissima e umanamente deliziosa. Ora ho un agente, Piergiorgio Nicolazzini. Ma è una necessità, non una ‘ficata’. Quando i libri diventato tanti, si ha bisogno di qualcuno che ne sappia parecchio su diritti d’autore e clausole editoriali, su come funzionano le case editrici. Qualcuno che ti consigli e ti gestisca, insomma. Inoltre lui cerca di individuare per me l’editore più adatto a ogni romanzo, lo tratta e gestisce . Però sia chiaro (e questo lo dico per gli esordienti) nessun agente serio ti chiede denaro per operare. Si trattiene una percentuale su quanto guadagna il suo autore, nulla più.

 

 

Che cosa ti piacerebbe scrivere?

 

Una roba tipo la Bibbia. Oppure l’Odissea o Le Mille e una notte. In quei libri c’è già tutto, il resto è ripetizione. Naturalmente sto scherzando. Be’, mi basterebbe essere capace di mettere insieme un romanzo come ‘Il gattopardo’. Secondo me uno fra i pochi della seconda metà del novecento italiano degno di passare ai posteri.

 

 

Scrivere ha cambiato in modo radicale la tua vita?

 

No, direi che l’ha resa semplicemente più gradevole e gratificante

 

 

Qualche consiglio per chi ha intenzione di iniziare a scrivere.

 

Chi scrive lo fa per essere letto, in altre parole pubblicato. Perciò deve imporsi alcune regole, rispettare una ‘scaletta’. Prima di tutto, se si hanno dei dubbi, è meglio rassegnarsi a un bel ripasso della grammatica e della sintassi italiana. Anche lo stile più originale deve rispettare certe regole. Poi deve ripulire i propri scritti del banale, dell’abusato. Conosco editors che al primo ‘il sole brillava nel cielo azzurro’ o ‘il cielo era trapuntato di stelle’ gettano il manoscritto nel cestino ‘a prescindere’. L’argomento della narrazione deve essere originale, oppure riguardare un problema attuale e universale; di primi amori, di cuori solitari, di angosce adolescenziali, di memorie, sono pieni di maceri. Finita la prima stesura, lavorarci su a lungo e con cattiveria, senza paura di tagliare o riscrivere. Quindi è meglio mettere da parte il testo per alcune settimane e riprenderlo ‘a freddo’. Dopo almeno due stesure, scegliere un campione di lettori disposti a perdere l’amicizia pur di essere onesti nelle critiche. Infine, completata la terza, prima di sottoporlo a un editore cercare di individuare quello giusto. Una casa editrice che pubblica, ad esempio, fantascienza, ovviamente rifiuterà il vostro romanzo che parla del disagio giovanile anche se è ottimo. Ma soprattutto umiltà: non pensare mai di avere scritto un capolavoro. Quanto si è bravi lo deciderà il lettore.

 

 

 

 

 
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