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  Intervista all'autore  »  Intervista a Donatella Franceschi 02/02/2007
 

L’intervista è a Donatella Franceschi.

Donatella vive a Roma, frequenta l’Università La Sapienza e ama leggere e scrivere. Recentemente, con il racconto “Sottofondo musicale” ha ottenuto il primo posto per la sezione narrativa nel Concorso Letterario Alois Braga 2006. 

 

 

Perché scrivi?

 

Bella domanda. Non lo so neanch’io. Ogn’uno di noi, in fin dei conti, nel suo piccolo scrive; chi tiene un  proprio diario virtuale o cartaceo, chi butta giù i propri pensieri, le proprie emozione, chi scrive lettere, chi si diletta con la poesia. Ci sono tanti e differenti motivi; come quello di mantenere e riannodare ogni volta un’amicizia o la nostalgica soddisfazione di rileggere a distanza di anni cosa eravamo e fare un bilancio dei cambiamenti avvenuti e non.

Ma tutto ciò, a mio parere, può essere ricondotto a un desiderio comune ai più di testimonianza. La possibilità con le parole di dire “io ho vissuto”.

Si può forse dire, in fondo, che la ricerca insita nell’uomo di una propria personale immortalità, di un proprio perituro ricordo da lasciare ai posteri venga ricercata in molti modi diversi, tra i quali la scrittura può essere annoverata senza indugio.

Ritornando, però, alla domanda del perché scrivo la risposta potrebbe risultare, forse un po’ banale e semplicistica, ma al momento è l’unica che sento di poter dare: scrivo perché mi piace e nulla più.

 

 

Alla base di tutte le tue opere c’è un messaggio che intendi rivolgere agli altri?

 

No, non credo nemmeno di esserne all’altezza. Penso che sia giusto che chi legga possa ricavare liberamente, senza secondi fini, una propria personale verità, un proprio personale sentimento, una propria personale emozione.

Solo chi legge da vita a un testo letterario, non chi lo scrive.

 

 

Ritieni che leggere sia importante per poter scrivere?

 

Si, molto, almeno per quanto mi concerne. Non pretendo assolutamente che questo dettame valga in assoluto e per tutti.

Io adoro leggere e lo farei a prescindere dalla scrittura.

 

 

Che cosa leggi di solito?

 

Un po’ di tutto, sono molto malleabile per quanto riguarda i gusti letterari, anche se devo confessare che, da qualche tempo, sto cercando di vincere la mia avversione per i cosiddetti “gialli”. Solitamente vedo film, telefilm polizieschi come niente fosse, ma quando si tratta di leggere mi blocco dopo qualche capitolo. Un vero peccato.

Solitamente accumulo libri su libri, iniziando a leggerne contemporaneamente più di uno e a causa del mio carattere pigro e volubile non finisco la lettura di gran parte dei libri, che riprendo rispolverandoli, a volte, solo a distanza di mesi o di anni.

Ultimamente mi sto avvicinando alla letteratura cinese e orientale in generale anche se purtroppo è esiguamente tradotta in Italia, tra le autrici e gli autori più rilevanti che ho avuto la fortuna di scoprire vi sono: Shan Sa, Zhang Ailing, Jung Chang, Achee Min, Dai Sijie, Banana Yoshimoto (già vecchia compagna di viaggio da anni) e Yasunari Kawabata.

Inoltre sto anche riscoprendo l’universo variopinto e variegato della saggistica con libri come: “L’amore e l’occidente” di Denis de Rougemont e “L’anima delle donne” di Aldo Carotenuto.

 

 

Quando hai iniziato a scrivere?

 

Da piccola ricordo che mi mettevo a tavolino e scrivevo delle storie fantastiche, che al tempo credevo fossero farina del mio sacco ma che in pratica rubavo qua è la da storie che mi venivano raccontate, che leggevo o che sentivo alla televisione.

Riportavo la storia come mi veniva narrata, modificando al massimo qualche piccolo dettaglio che pescavo dal mio background culturale.

Diciamo, però, che ho cominciato a scrivere qualcosa solo per me verso i diciassette, diciott’anni.

 

 

I tuoi rapporti con l’editoria.

 

Passo.

 

 

Che cosa ti piacerebbe scrivere?

 

Tutto. Niente.

La mano si chiude a pugno come per cogliere e trattenere qualcosa di speciale, unico, qualcosa di tuo, di solo tuo, ma aprendo la mano la ritrovi vuota.

Spero di cambiare sempre. Di scrivere sempre qualcosa di diverso, di muovermi, di evolvere, di crescere, di cambiare, sbagliare, sbattere la testa contro un muro una come cento volte e tornare sui miei passi dopo essermi accorta, per esempio, di aver seguito il sentiero sbagliato a uno dei tanti bivi della vita.

Ciò di cui ho paura invece è il pericolo, sempre in agguato, di fossilizzarmi, impaludare e rimanere attanagliata alle stesse cose, alle stesse storie.

 

 

Scrivere ha cambiato in modo radicale la tua vita?

 

Radicale è un termine molto forte.

No, non credo che la scrittura abbia cambiato in modo radicale la mia vita, anche se è certo che vi ricopre all’interno un ruolo di grande importanza.

 

 

Qualche consiglio per chi ha intenzione di iniziare a scrivere.

 

Tenendo ben presente che scrivere non è come preparare una torta…. o forse si, ma certo!

Anzi, scrivere, in fin dei conti, è proprio come fare una torta; le stesse procedure legate, però, a una certa aura di mistero e ignoranza nei confronti della torta medesima e degli ingredienti da utilizzare.

Basta avere una penna in mano e fogli bianchi stretti nell’altra*.

Agitare la penna sui fogli. Tirare fuori gli ingredienti uno ad uno.

Impastare e amalgamare tra loro le parole e i fermenti dell’animo.

Attendere che lievitino.

Infornare.

Aspettare, pazienti, di vedere prender vita alla torta che abbiamo creato dal nulla e che abbiamo estrapolato da quello che siamo, dal nostro vissuto o da quello che non siamo, dal vissuto di altre persone a cui abbiamo dato un volto, una voce, parole per esprimersi, mani che si tendono al di fuori degli spigoli e delle linee lineari dei fogli, tra le cui pareti sono rinchiusi.

Ognuno di noi ha in sé stesso i propri personali ingredienti, basta lasciarli fluire al di fuori di noi, nulla più.

 

*o una bella tastiera e un pc!

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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