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  Intervista all'autore  »  Intervista a Carlo Bordoni 09/02/2007
 

 

Carlo Bordoni (Carrara, 1946) è docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Firenze. Ha insegnato all’Istituto Universitario Orientale di Napoli e allo IULM di Milano. È stato direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara dal 1990 al 2003.

Nella narrativa ha esordito nel 1965 con il romanzo giovanile L’ultima frontiera e, negli ultimi anni, ha pubblicato Il nome del padre (Baroni, 2001) e "Istanbul Bound" (Tabula Fati, 2007).

Fra le altre sue pubblicazioni ricordiamo Introduzione alla sociologia della letteratura (Pacini, 1974), La pratica sociale del testo (Clueb, 1981), La paura il mistero l’orrore dal romanzo gotico a Stephen King (Solfanelli, 1989),  La fabula bella. Una lettura sociologica dei Promessi Sposi (Solfanelli, 1991),  Il romanzo di consumo (Liguori, 1993), l’antologia di racconti Cuori di tenebra (Solfanelli, 1993), Conversazioni sul vampiro (Neopoiesis, 1995), Stephen King (Liguori, 2002),  l’antologia Linee d’ombra (Pellegrini, 2004), Le scarpe di Heidegger (Solfanelli, 2005), 

Introduzione alla sociologia dell’arte (Liguori, 2005), Il testo complesso (Clueb, 2005).

 

 

Perché scrivi?

 

Per il piacere di scrivere. Lo so che è una spiegazione tautologica, ma è così. Alla base c’è un sano egoismo di chiarirsi le cose e crogiolarsi nei proprio pensieri.

 

 

Alla base di tutte le tue opere c’è un messaggio che intendi rivolgere agli altri?

 

Un messaggio direi proprio di no. Forse, come in tutti gli scrittori, c’è il desiderio inconscio di essere riconosciuto. Nel mio caso prevale il desiderio di raccontare per il puro piacere di raccontare. Ho iniziato da piccolo a inventare storie interminabili e fantastiche che dispensavo (oralmente) a puntate ai miei compagni di scuola. Il passaggio alla scrittura è stato automatico, anche se più faticoso. Ma necessario, per ricordare nel tempo. La narrativa orale, lo scoprii subito, aveva grossi difetti di mantenimento e di stabilità.

 

 

Ritieni che leggere sia importante per poter scrivere?

 

È banale, ma purtroppo è vero. Aggiungerei, tuttavia, che è altrettanto importante… scrivere. Nel senso che, se non si continua a scrivere con regolarità, si finisce per farlo con crescente difficoltà. I latini, forse proprio per questo, suggerivano una ginnastica mentale, “nulla dies sine linea”.

 

 

Che cosa leggi di solito?

 

Qualsiasi cosa mi attragga. Romanzi, soprattutto. Ci sono dei periodi, però, nei quali non leggo narrativa e mi concentro sulla saggistica. Per ragioni di studio. Allora tutto il tempo va dedicato alla lettura di acquisizione, che è più lunga e faticosa, ma premiante. Fa aumentare la conoscenza, sviluppare la riflessione. Elaborare i concetti migliora la propria capacità espressiva, affina lo stile, perfeziona la capacità di sintesi, che è una qualità essenziale per chi scrive (ma anche per chi parla!).

 

 

Quando hai iniziato a scrivere?

 

Prestissimo. Forse già alle elementari, dove confezionavo giornalini per gli amici. Ho pubblicato il primo romanzo a 19 anni: una storia di fantascienza assai improbabile, che fu presa seriamente in considerazione dalla collana “Cosmo” dell’editore Ponzoni di Milano. S’intitolava “L’ultima frontiera” e la pubblicai sotto pseudonimo, perché a quell’epoca gli scrittori di fantascienza e di gialli non potevano essere italiani. Per avere credibilità bisognava avere un nome inglese o almeno straniero.

 

 

I tuoi rapporti con l’editoria.

 

Tasto dolente! Penso che tutti gli scrittori abbiano avuto problemi con gli editori. Ho la netta impressione che sia diventato sempre più difficile pubblicare. Quasi impossibile, con i grossi editori. Per motivi che spesso non hanno a che fare con la qualità del testo. La cosa strana è che il numero dei libri è aumentato vertiginosamente. L’Italia è un paese particolare, dove si lamenta che i lettori sono pochi e poi si stampano tante cose inutili. E dove non esiste una tradizione di professionalità, come negli Stati Uniti. Da noi scrivere è ancora considerato un passatempo, più che un lavoro, e come tale non remunerato. L’assenza di agenti letterari la dice lunga su questo aspetto, perché lascia lo scrittore da solo a lottare contro un sistema che lo vede più come un seccatore che un valore potenziale. Oggi la creatività in letteratura è considerata poco meno di niente, rispetto ad altre forme espressive meno impegnative, ma più spettacolari, più attraenti per il grande pubblico.

 

 

Che cosa ti piacerebbe scrivere?

 

Molte cose. Certe volte penso di non aver ancora cominciato a fare sul serio. Sto lavorando attorno agli anni Trenta, un periodo che mi affascina, anche se non l’ho vissuto personalmente (o forse proprio per questo). Dopo Istanbul Bound, ho in mente altri due romanzi ambientati nello stesso periodo. Il manoscritto di Menard, che riprende la figura dello scrittore immaginario creato da Borges, e Il cuoco di Mussolini, in cui torna invece un protagonista adolescente: quasi un romanzo di formazione, un’ucronia, dove però l’evento ipotetico è, in fondo, ricondotto alla realtà storica effettuale. 

 

 

Scrivere ha cambiato in modo radicale la tua vita?

 

Direi di no. È una modalità d’esistenza, non saprei immaginarmi diversamente.

 

 

Qualche consiglio per chi ha intenzione di iniziare a scrivere.

 

Non demoralizzarsi se non si riesce a pubblicare. L’importante è continuare a scrivere con passione, originalità, acume, creatività, consapevolezza. Meglio avere il cassetto pieno di manoscritti inediti che rinunciare, che rimandare l’occasione per fissare le proprie idee sulla carta. Le idee sono la cosa più labile del mondo e una volta fuggite non si riprendono più.

 

 

 

 

 

 

 
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