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  Intervista all'autore  »  Intervista a Fabrizio Manini 30/03/2007
 

Fabrizio Manini è collaboratore de Il Foglio Letterario dal 2001. All’interno delle Edizioni Il Foglio è direttore della Collana Autori Contemporanei Poesia e della rivista ebook Carmina. Ha pubblicato “Briciole d’eternità” (Ed. Polistampa, 1997), Ballate di vita di morte e d’amore (Ed. Il Foglio, 2002), Voglio che dio mi mostri il suo volto (Ed. Il Foglio, 2004), Grigie distese (Ed. Il Foglio, 2005). È prossimo alla discussione della tesi per la laurea magistrale in psicologia.

 

 

Perché scrivi?

 

È un bisogno intrinseco. Un po’ banalmente lo paragonerei alla necessità di respirare. Ma è una cosa strana perché nel momento in cui scrivo non sto bene né provo piacere. Anzi, scrivo nei (frequenti) momenti, per così dire, di sconforto/tristezza. Preferisco di gran lunga lo scrivere al parlare perché credo mi riesca meglio; mi verrebbe quasi da dire che non mi piace sentire la mia voce.

 

 

Alla base di tutte le tue opere c’è un messaggio che intendi rivolgere agli altri?

 

Non ho la presunzione di insegnare qualcosa, tantomeno di fare il moralizzatore di costumi o abitudini perché ho fatto mio il motto socratico, e successivamente ciceroniano, scio me nescire (=confesso di non sapere). Non ho messaggi da divulgare, solamente mi rifaccio a George Bernard Shaw quando disse che “L’uomo che scrive di se stesso e del proprio tempo è l’uomo che scrive di tutta l’umanità e di tutti i tempi”. Se poi a qualcuno piace quel che scrivo non posso che esserne soddisfatto, ma comunque lo scopo primario non è certo l’approvazione degli altri. La soddisfazione deriva dal fatto di scoprire che esistono persone a me sconosciute che condividono con me interessi, pensieri, esperienze, delusioni, speranze, rimpianti, rimorsi.

 

 

Ritieni che leggere sia importante per poter scrivere?

 

Leggere è fondamentale per scrivere; non a caso nell’arco della vita prima si impara a leggere e soltanto dopo a scrivere. Una volta l’Alfieri ebbe a dire che “chi legge troppo perde di originalità e ruba senza avvedersene”. Posizione condivisibilissima, ma con alcuni distinguo. Leggere è sapere, scrivere è sapere fare, entrambe le cose sono saper essere. Nonostante questo io sono uno che legge quasi esclusivamente le cose che mi interessano e a chi mi dice che questo è un limite io rispondo che conoscere tutto significa non conoscere niente. Per esperienza personale tutte le volte che io ho posto questa domanda ad altri mi è stato sempre risposto che leggere era la cosa più importante, ma poi in pratica non lo faceva nessuno. In una situazione come questa non posso non pensare al Metastasio che ha detto “vedo il meglio e al peggio m’appiglio”.

 

 

Che cosa leggi di solito?

 

Per mio diletto leggo tutto ciò che è poesia. Detto molto sinceramente invidio a Benigni la conoscenza quasi perfetta che ha della Divina Commedia. Potrei fare un elenco lunghissimo di autori, ma soprattutto voglio ricordare Dante, Petrarca, Shakespeare, Goethe, Byron (e tutti i romantici inglesi), Leopardi (in particolare), Baudelaire, Rimbaud (e tutti gli altri simbolisti francesi). Fra gli autori moderni Ungaretti, Quasimodo, Montale, Carducci, Pascoli, Corazzini, Caproni, Luzi, Trilussa, Lorca, Pessoa, Lee Master, Dickinson, Bukowski. Oltre a questi “grandi” leggo tutta una serie di altri autori, purtroppo ignoti al grande pubblico; persone che non compaiono su antologie o enciclopedie e che sono caduti immeritatamente nel dimenticatoio. Per lavoro leggo molte volte e a distanza di tempo le poesie che gli autori inviano alla Casa Editrice con cui collaboro, anche se, ahimé, trovo raramente dei testi in linea con il progetto editoriale che portiamo avanti. Per necessità leggo i manuali accademici e gli articoli scientifici che mi servono per la tesi di laurea. La narrativa mi attira un po’ meno, ma fa comunque parte della mia sfera di interesse. Mi piacciono le commedie del Goldoni, le tragedie di Shakespeare, i racconti di Poe, le novelle del Verga, tutto ciò che ha scritto Pirandello, i romanzi di Silone e di Cassola. Mi piacciono Voltaire, Rousseau, Nietzsche e Roberto Gervaso, sia per le tematiche trattate sia per il modo di affrontarle.  Mi piacciono molto anche Wilde e De Crescenzo. Adoro i libri di aforismi. Per concludere faccio un nome su tutti: Emil Mihai Cioran, autore saggista contemporaneo (morto a Parigi nel 1995) sconosciuto ai più, ma che scrive cose terribilmente belle, incredibilmente attuali e che sento mie in ogni senso.

 

 

Quando hai iniziato a scrivere?

 

Direi relativamente tardi, vale a dire attorno ai quattordici anni. La prima poesia, manco a farlo apposta, la scrissi per una ragazza conosciuta al liceo. Da allora non ho più smesso. E almeno per ora non vedo motivi per cui debba farlo.

 

 

I tuoi rapporti con l’editoria.

 

Il primo libro l’ho pubblicato a ventidue anni con un editore a pago. Purtroppo si comincia sempre così. Ma è stata comunque una soddisfazione notevole, alla faccia di certi presunti insegnanti che sanno solo giudicare, biasimare, sentenziare e condannare. Poi quando ho conosciuto Lupi mi sono trovato subito in sintonia con le sue intenzioni; da lì a poco sono nate le Edizioni Il Foglio e Gordiano, dandomi fiducia, mi ha permesso di entrare nello staff della Casa Editrice. È un lavoro che faccio volentieri e con estremo piacere e che mi ha permesso di conoscere molta gente (anche se solo tramite email) che condivide con me l’interesse per la scrittura. Gli altri libri li ho pubblicati con Il Foglio e sono soddisfatto sia del prodotto sia dei risultati. Tutto questo tenendo comunque ben presente quali possano essere i risultati per un libro di poesia in un’era contemporanea-tecnologica dove dilagano internet e i videofonini e dove quasi tutti scrivono senza leggere e presentano i loro lavori esordendo con le parole “Buongiorno, il mio nome è Tizio De Caio e sono un poeta”.

 

 

 

Che cosa ti piacerebbe scrivere?

 

Attualmente sono impegnato con la tesi e questo mi basta. Comunque a  parte le battute, sicuramente ancora poesie, ma senza atteggiarmi con snobistica presunzione a diventare il vate del secolo. Non sono quelle le mie intenzioni/aspirazioni. Anzi, a chi mi appella come “poeta” non rispondo in maniera troppo ortodossa. La maggior parte delle persone a una domanda come questa direbbe all’unisono: un romanzo! Ma io non mi sento di rispondere in questo modo; forse più avanti scriverò un’autobiografia, ma solo se ci sarà il bisogno o se ne sentirò il bisogno. Nutro un certo interesse verso il giornalismo, ma quello libero di internet, non quello omologato/propagandistico della carta stampata. Ti voglio raccontare un aneddoto personale che però vorrei rimanesse tra noi. Quando sono andato a rinnovare la carta d’identità, l’ufficiale d’anagrafe addetta al rilascio del documento (una persona che mi conosce e apprezza ciò che scrivo) ha insistito per mettere la dicitura “scrittore” alla voce professione. Non c’è stato verso di distoglierla dall’intento. Io tutte le volte che devo mostrare il documento a qualcuno provo un certo imbarazzo, anche perché è una cosa che risalta subito all’occhio e quindi immancabilmente arriva la richiesta di spiegazione e i successivi elogi…

 

 

Scrivere ha cambiato in modo radicale la tua vita?

 

Almeno fino a oggi direi di no, né in modo radicale né in modo più superficiale. Io detesto l’autocelebrazione, per cui non vado a raccontare a chiunque ciò che faccio. Tanto per capirsi non mi fermano per la strada a salutarmi o a complimentarsi (per fortuna!). Non mi invitano nei talk show a presentare libri, né come ospite in televisione (per fortuna!!). Non mi arrivano proposte da quelli che sono considerati “i grandi editori”, tantomeno sono diventato ricco. Una certa “ricchezza” in senso lato è derivata dal conoscere altre persone che condividono i miei interessi e dall’esperienza che ho potuto fare all’interno delle Edizioni Il Foglio. Poi… vedremo.

 

 

Qualche consiglio per chi ha intenzione di iniziare a scrivere.

 

Per carità!!! Consigli non ne do e non ne voglio. So sbagliare da solo, non ho certo bisogno che mi facciano sbagliare gli altri (e ugualmente non c’è bisogno che io faccia sbagliare gli altri). In questa frase non c’è presunzione di competenza, ma solo la voglia e l’invito a ragionare con la propria testa. Anche perché “consiglio” è una parola mascherata per dire “ordine”. Se poi proprio insisti posso far notare che almeno un suggerimento l’ho già dato fra le righe delle risposte precedenti: leggere molto, soprattutto ciò che collima con i propri interessi. Inoltre, secondo me, è imprescindibile arrivare a padroneggiare la nostra meravigliosa lingua, così tanto bistrattata dagli autoscrittori improvvisati (giornalisti compresi) e così tanto insidiata dalle smanie esterofile di chi usa termini stranieri senza ritegno e in quantità industriali; è altrettanto fondamentale conoscere alla perfezione (o quasi) la grammatica, l’uso della punteggiatura, il lessico, la morfologia, la sintassi, i verbi (leggasi congiuntivi, participi e gerundi), l’analisi logica, i complementi, la coordinazione e la subordinazione dei periodi, le figure retoriche, le tecniche narrative, gli stili, le citazioni, gli esempi dei grandi maestri. È chiaro che il linguaggio si evolve in continuazione e che scrivere significa creare qualcosa, per cui occorre anche un pizzico di originalità, ma è soltanto nella conoscenza di ciò che è stato che si parrà nostra nobilitate (Dante docet).

 

 

 

 

 
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