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  Intervista all'autore  »  Intervista a Larry Lisca 26/04/2007
 

L’intervista è a Larry Lisca, pseudonimo di Leonardo Lisca, nato a Lecce nel 1956. E’ l’autore del divertente “Camp attack”, di cui potete leggere la recensione qui.

 

 

Perché scrivi?


Bella domanda. Me lo chiedo anch'io, a volte. Diciamo che scrivo per cogliere gli aspetti più divertenti di una realtà che a volte non mi piace per niente. Una realtà in cui agiscono persone spiacevoli, e in cui accadono
eventi altrettanto spiacevoli. Tuttavia: perché scontrarmi con essa, quando posso batterla agevolmente ricorrendo alla presa in giro? Ridere di (quasi) tutto è la migliore arma di difesa. Scrivere un libro divertente significa offrire ai lettori il medesimo "potere". Alcuni individui, infatti, non sopportano il sarcasmo. E prenderli in giro diventa ancor più divertente. La censura mediatica imposta in Italia nel quinquennio 2001-2006 la dice lunga al riguardo. Per maggiori informazioni rivolgersi a Luttazzi.


Alla base di tutte le tue opere c'è un messaggio che intendi rivolgere agli altri?


Oddio, "messaggio" è una parola grossa. Nella dedica presente in "Camp attack" ho definito la risata "la più bella tra le facoltà umane", e credo che alla fine questo possa rappresentare bene il mio messaggio. Lasciarsi conquistare, di tanto in tanto, dal lato divertente della vita, imparare a ridere di se stessi in primis, e poi degli altri. Tanto la sonora risata
quanto il timido sorriso si accompagnano necessariamente a una sensazione di piacere (lasciate perdere il ghigno
mefistofelico di Jack Nicholson in "Shining", quella è un'altra cosa), e la consapevolezza che in tanti, dai bambini ai miei coetanei, abbiano riso o sorriso leggendo "Camp attack" è per me fonte di grande orgoglio. Perché tutto ciò mi rende consapevole di aver saputo trasmettere sensazioni piacevoli. "Buone vibrazioni", le chiamavamo negli anni Settanta. Considera infine che secondo alcuni scienziati ridere allunga la vita: in linea teorica "Camp attack" può anche esercitare una funzione terapeutica, dunque.


Ritieni che leggere sia importante per poter scrivere?


Senz'altro. Se vuoi diventare uno scrittore originale, devi conoscere chi e cosa è venuto prima di te. Se vuoi copiare, e farlo bene, devi comunque conoscere chi e cosa è venuto prima di te. Non c'è scampo.


 Che cosa leggi di solito?


Tutto ciò che si può leggere, anche lo scontrino del supermercato, se non ho nient'altro sottomano. Passo tranquillamente da Kafka al misconosciuto scrittore eschimese, dalla saggistica più complicata ai libri delle
bancarelle, ove spesso si annidano piccole perle dimenticate. Evito soltanto i libri che puzzano di presa per i fondelli lontano un miglio: ormai sono un lettore smaliziato, non mi
lascio abbindolare. Né mi va di contribuire al
successo economico di individui che si sono improvvisati scrittori dall'oggi al domani; non spendo quindici euro per constatare quel che già sapevo benissimo in partenza. Chiamalo pregiudizio, se vuoi. Io lo chiamo "buonsenso" (dettato dall'esperienza).


Quando hai iniziato a scrivere?


Domanda impegnativa per un uomo di mezza età. Se ben ricordo, i miei primi tentativi letterari vanno collocati agli albori degli anni Settanta, quindi in età adolescenziale. Roba di poco conto. Con la maggiore età mi sono dedicato alla saggistica. A un certo punto della mia vita, però, ho capito
di dover cercare un lavoro; l'ho intuito dai messaggi subliminali che mi lanciavano i miei genitori, tipo chiudermi fuori di casa per tre giorni o lasciarmi da solo in autostrada. Il tempo di scrivere si è ridotto proporzionalmente al trascorrere degli anni.

"Camp attack" è stato concepito
e assemblato nei campeggi da me visitati dal 2000 in poi.


I tuoi rapporti con l'editoria.


Pessimi. Se non mi fossi imbattuto per puro caso ne I Sognatori, "Camp attack" sarebbe rimasto quasi sicuramente dov'era: sotto la gamba di un tavolo traballante. Gli editori veri ormai scarseggiano. Troppe case editrici italiane sono guidate da manager rampanti, che sanno tutto di mercato, di statistiche, di target e roba del genere. Ma non sanno com'è
fatto un libro. Una volta mi sono ritrovato a cenare in un ristorante con un famoso editore. Prima di ordinare qualcosa, tanto per rompere il ghiaccio gli ho chiesto: "Allora, le piace il Fedro di Platone?". E lui mi ha risposto: "Sì, ma servito a temperatura ambiente".


Che cosa ti piacerebbe scrivere?


Un romanzo che sappia divertire e far riflettere al contempo. Cosa difficilissima, che riesce soltanto a geni come Chaplin, Allen e Benni. Ci proverò anch'io.


Scrivere ha cambiato in modo radicale la tua vita?


Scrivere ha migliorato la mia vita e la capacità di rapportarmi agli altri.
Essere pubblicato, invece, non ha mutato alcunché. Non sono certo l'autore sulla bocca di tutti. Tant'è che ho firmato un solo autografo in vita mia, a una quindicenne che tremava come una foglia. Le ho restituito il suo pezzetto di carta e lei non l'ha neanche guardato. Ha detto soltanto: "Lei è davvero
un grande scrittore, signor Moccia".


Qualche consiglio per chi ha intenzione di iniziare a scrivere.


Lasciamo perdere. Sono un cattivo maestro.

 
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