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  Intervista all'autore  »  Intervista ad Annalisa Ferrari 26/04/2007
 

L’intervista è ad Annalisa Ferrari, milanese di nascita, ma residente in provincia di Lodi. Ha scritto “ Il mio nome dimenticato – Vita di Gerolamo Lazzeri “ – Edizioni Giuseppe Chiappino, la biografia di un intellettuale coerente fino in fondo, nonostante il fascismo.

 

 

Perché scrivi?

 

Non ho una buona risposta: forse perché è una domanda teorica, e io, quando scrivo, agisco. Costruisco qualcosa.

Ho un lavoro da insegnante che raramente mi permette di vedere i risultati di quello che faccio. Non è come costruire un ponte, e vederlo stare in piedi o crollare; non è come fare una forma di pane.

Scrivere, dunque, potrebbe essere il mio desiderio di creare qualcosa, impastando le parole, e profumandole con le spezie giuste.

Ma non è davvero una buona risposta.

Anche perché non sono una scrittrice, non scrivo per campare, e nemmeno per essere in armonia con me stessa, o per esprimermi o fare esperienza di me.

Scrivo per un caso, e perché non ho altre particolari vocazioni; conosco la grammatica e la sintassi, leggo molto e con piacere, mi esprimo facilmente per iscritto. Qualunque altra cosa avessi voluto fare per mostrare ciò che volevo, per farlo arrivare agli altri, avrebbe avuto bisogno di lungo esercizio, di un apprendistato faticoso, di una inclinazione particolare che non ho trovato in me.

E nemmeno questa, comunque, mi sembra una buona risposta.

Allora forse la domanda, per me, dovrebbe mirare più in basso e semplicemente essere: perché ho scritto questa cosa (o quest’altra)?

E qui risposte ne ho: per coincidenza, innanzitutto. E poi per curiosità. E sfida. Mi sono accorta che la scrittura ha un potere, e che mi piaceva usare la scrittura in quel modo, come forma di potere. E mi attirava l’idea di essere passata dall’altra parte della barricata, di essere io a dettar legge. Di poter usare la scrittura come regalo, ma un regalo da conquistarsi, perché chi legge, alla fine, per accettare il mio regalo di parole è costretto ad accettare il modo in cui io ho deciso di raccontare la storia.

E poi… E poi mi è capitato di dover scrivere una storia, quella di un uomo che ho incontrato per caso tra le carte di un archivio, e di cui nessuno si ricordava più. E allora questa storia andava scritta per semplice senso di giustizia.

Quando dico questo, dico che ho voluto scrivere per compiere finalmente un atto di giustizia che fosse smisurato, senza fine. Ho coltivato l’illusione che questo fosse possibile. E non mi importa che sia un’illusione.

Mi importa che di lui ci sia memoria, in qualche modo. Un segno che dica: ecco, lui è stato qui.

E non potevo lasciare un segno con una foto, un film, o chissà che altro. Con la scrittura, forse, sì.

Caso, sfida, giustizia e memoria. Ho scritto per questo.

Poi è venuto il piacere: scrivere è una delle poche cose che richiedono tempo, fatica, sudore e a volte rabbia, e nello stesso tempo ti divertono.

Mi accorgo che ho continuato a scrivere cercando soprattutto il divertimento.

E gli incontri. E una vita al di là di quella di cui potevo accontentarmi.

Allora, ecco, scrivo oggi perché la scrittura mi fa incontrare gente e storie, mi fa andare in posti altri, mi tiene legata a  persone a cui tengo.

Per esempio, sono diventata brava a scrivere lettere. A raccontare storie attraverso le lettere. O attraverso pagine che mi piace leggano le persone che conosco. Cercando a volte di nascondermici dietro, a volte di rivelarmi.

Alla fine, allora, come dice Marquez, scrivo perché i miei amici mi amino di più.

 

 

Alla base di tutte le tue opere c’è un messaggio che intendi rivolgere agli altri?

 

No. Non volontariamente, almeno. No, direi di no. Non ci ho mai pensato in questo senso.

 

 

Ritieni che leggere sia importante per poter scrivere?

 

Altrochè. Indispensabile.

 

 

Che cosa leggi di solito?

 

Sono una lettrice onnivora e molto disordinata. Leggo di tutto, ma soprattutto narrativa. E fumetti. Buoni fumetti.

 

 

Quando hai iniziato a scrivere?

 

Nel modo in cui si intende qui ‘scrivere’, circa sei anni fa.

 

 

I tuoi rapporti con l’editoria.

 

Praticamente nessuno.

 

 

Che cosa ti piacerebbe scrivere?

 

Adesso mi piacerebbe scrivere tre storie: quella di una ragazza del 1500 che si chiamava Caterina; quella di due fratelli nati negli anni cinquanta; quella di un uomo che nel 1400 credé di aver conquistato il mondo e andò a morire sulla forca con suo figlio.

 

 

Scrivere ha cambiato in modo radicale la tua vita?

 

Non radicalmente, perché vivo, lavoro, faccio ancora quello che facevo prima. Ma molto, sì. L’ha cambiata molto.

 

 

Qualche consiglio per chi ha intenzione di iniziare a scrivere.

 

Scrivere.

Sempre, tutti i giorni un po’. Qualunque cosa.

Imparare la grammatica e la sintassi.

Non scrivere per sfogarsi quando si ha un dispiacere o un dolore.

Scrivere per raccontare qualcosa che si è visto (nella realtà o nei pensieri).

Scrivere per gli altri, anche se gli altri non leggeranno mai quello che scriviamo.

Scrivere, insomma.

 

 

 

 

 

 

 
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