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  Intervista all'autore  »  Intervista a Barbara Delfino 18/05/2007
 

 

Barbara Delfino, nata a Torino nei primi anni ‘70, presente nell’antologia Quote Rosa - Ed. Fernandel, vive su quel ramo del lago di Como e non apprezza minimamente Manzoni.

Tabagista, caffeinomane, adora fare la finta sommelier, viaggiare in treno e in moto, comperare scarpe che non metterà mai perché troppo scomode.

Ama la campagna piemontese, il mare ligure, i gatti, i cani, i jeans, l’hardware e il software, i regali a sorpresa, i complessi industriali dismessi, la neve, ricevere e-mails e sms.

Ha in odio istintivo l’area urbana milanese, il cioccolato e il caffè nei dolci, le donne che vanno al bagno assieme, l’ufologia e tutto ciò che non ha una spiegazione scientifica, la Polonia, gli estremismi politici e religiosi e le risse televisive.

Vorrebbe andare in vacanza in Israele e nel sud della Gran Bretagna, fare assolutamente nulla tutto il giorno e vivere di rendita grazie all’eredità da  qualche zio d’America, aprire una libreria-enoteca-caffetteria e riuscire a mettere le scarpe scomode che compra.

 

 

Perché scrivi?

 

Perché mi piace. Mi piace vedere i miei pensieri trasformati in caratteri, punteggiatura. Mi piace sentirmi dire che quello che ho scritto ha regalato riflessione e piacere nella lettura. Mi piace quando le mie parole vengono fatte proprie da chi le legge.

 

 

Alla base di tutte le tue opere c’è un messaggio che intendi rivolgere agli altri?

 

No, assolutamente, non ho questa pretesa e, anzi, un libro con dichiarato un messaggio filosofico o sociale o d’intenti mi porta immediatamente a considerare libro ed autore saccenti e presuntuosi.

La cosa che più odio è leggere indicazioni per vivere o pensare.

Un libro dovrebbe essere un vestito: a me sta bene, a te sta male, indosso, o viceversa. Una volta scritto qualcosa l’autore dovrebbe scordarsi di cosa voleva comunicare ed accettare che su cento lettori ci saranno cento interpretazioni. Credo che se non è così lo scrittore dovrebbe tenere la sua opera per se stesso, di modo da avere l’unica interpretazione che gli piace, cioè la sua. Forse è questo il problema delle polemiche che possono nascere alla critica di un libro: non saper accettare che ognuno legge ed interpreta col proprio intelletto e non con quello dell’autore.

Ovvio che questa mia discriminazione si applica solo alla letteratura e non a libri specifici tipo di psicologia o saggistica.

 

 

Ritieni che leggere sia importante per poter scrivere?

 

Sì e no. Sì per il confronto, per la cultura. No per l’assorbimento inconscio, per l’imitazione anche non voluta. Forse pochissimi sanno essere capostipiti: restando in Italia, tra molti, Fenoglio, Pavese, Buzzati, Cassola.

Se è nel mio animo in dato momento di scrivere con una punteggiatura quasi isterica e la sera prima di addormentarmi leggo Fenoglio è probabile che la mia scrittura ne risentirà. Per contro, aver letto Fenoglio mi può dare il vero scrivere fregandosene del respiro della punteggiatura.

 

 

Che cosa leggi di solito?

 

Assolutamente di tutto, eccetto biografie di personaggi contemporanei e men che mai autobiografie. Il requisito fondamentale è che mentre leggo io possa visualizzare cosa è scritto. Parlando di una fanciulla che vestita da damina dell’800 che si dondola sognante su un’altalena in mezzo ad un prato sotto un cielo azzurro con nuvole bianche all’orizzonte che presto oscureranno il bosco al limitare della radura devo visualizzare tutto: damina, vestito, altalena, cielo, nuvoletta, bosco.

In caso contrario chiudo il libro ed insulto il mio libraio alla prima occasione: raramente acquisto libri di mia iniziativa, ogni tot tempo passo nella mia libreria e chiedo cosa mi si farà leggere. Sono dell’opinione che ognuno debba fare il proprio mestiere, dalla parrucchiera dico cosa mi piacerebbe ma i capelli alla fin fine deve tagliarmeli lei, idem i librai. Una volta detto cosa mi piace leggere è suo mestiere consigliare.

 

 

Quando hai iniziato a scrivere?

 

Risposta 1:

Un bel po’ di anni fa, poco prima di andare alle elementari: il pomeriggio mio nonno mi faceva fare gli esercizi di calligrafia.

Risposta 2:

Non saprei. Sarebbe molto piacevole rispondere da sempre, ma non è così. Forse da cinque o sei anni.

 

 

I tuoi rapporti con l’editoria.

 

Quasi inesistenti. Dire editoria è comunque dire imprenditorialità. Un Editore è un Imprenditore con costi e ricavi, fa un lavoro, non è un missionario votato alla santità: quando sento parlar male della piccola editoria oppure di editori che favoriscono un nome famoso a scapito di scrittori sconosciuti mi viene un po’ di nervoso. Un libro, per quanto pessimo, che vende 100.000 copie permette anche la pubblicazione degli sconosciuti. Troppo spesso si sente parlare delle case editrici con un tono di “tutto mi è dovuto perché io sono uno scrittore fantastico”.

Io non ho editori: ho amici. Se telefono al mio editore per insultarlo perché hanno trovato l’antologia dove io compaio nel settore sociologia invece che in narrativa (ed è successo in parecchie librerie, il titolo forse è stato fuorviante) lui è lì ad ascoltare paziente, non devo fare trafile di segretarie o centralini. Certo, un giorno mi piacerebbe chiamare al cellulare anche Inge Feltrinelli.

 

 

Che cosa ti piacerebbe scrivere?

 

Più che cosa mi piacerebbe avere la possibilità di scrivere quanto e quando voglio. Sarebbe bello avere la possibilità economica e sociale di dire: Oggi non ci sono per niente e nessuno, né lavoro né fare la spesa, sto qui al computer e scrivo. Quando leggo di persone che durante il giorno lavorano e la notte dormono pochissimo perché vogliono e riescono a scrivere io ho un moto d’ammirazione mista a invidia.

Quel che vorrei davvero è scrivere un libro nella forma propria di un libro: duecento, trecento, esageriamo, quattrocento pagine, con una storia che regge, personaggi che non si perdono a metà strada, ambientazioni valide, inizio coinvolgente e finale sorprendente. A scrivere un racconto di tre cartelle siamo bravi in tanti; a condurre un romanzo di trecento cartelle son capaci pochissimi.

 

 

Scrivere ha cambiato in modo radicale la tua vita?

 

Assolutamente no. Pochissimi, credo, possono permettersi di cambiare la propria vita in base ai proventi morali e monetari di un libro.

L’unica cosa che è cambiata, in meglio, è la mia cerchia di amicizie.

 

 

Qualche consiglio per chi ha intenzione di iniziare a scrivere.

 

Nessun consiglio, per carità. Son io che ho bisogno di consigli.

 

 

 

 

 

 
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