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  Intervista all'autore  »  Intervista ad Alberto Carollo 19/01/2008
 

Intervista ad Alberto Carollo.

 

Alberto Carollo è nato nel 1966; vive e lavora a Vicenza. Da qualche tempo ha deciso di riprendere gli studi e si sta per laureare in Linguaggi e tecniche di scrittura a Padova. Gestisce con alcuni amici [CaRtaCaNta©], www.cartacantalab.com, un laboratorio di materiali narrativi rivolto agli appassionati di scrittura creativa.

Ha pubblicato Miramare e altre storie (Il Foglio, 2003), una raccolta di quattro racconti. Scrive recensioni di libri, cinema, musica e fumetti per dei periodici locali e per alcuni siti in rete. Ha attualmente in lettura presso alcuni editori il suo primo romanzo, Doppio ritratto. Il suo blog: www.cigale.splinder.com.

 

 

Come prima domanda, potrà sembrare banale, ma nelle sue finalità è quasi d’obbligo.

Chi è Alberto Carollo?

 

Già, bella domanda: chi sono io? In senso strettamente filosofico mi chiedo: è mai possibile conoscersi o esser conosciuti? Ma mi rendo conto che le mie argomentazioni sono peregrine. Comincio con qualche dato biografico: sono nato nel 1966, ho fatto qualche studio a casaccio: segreterio d’azienda, un diploma di infermiere, la maturità di assistente di comunità infantile. In realtà i docenti delle superiori avevano proposto ai miei un liceo artistico, in quanto ero piuttosto dotato dal punto di vista grafico e creativo, ma la mia non era una famiglia che potesse permettersi di farmi studiare (mio padre – pace all’anima sua - montanaro d.o.c. dell’altipiano di Asiago, si spezzava la schiena per ore sulle impalcature e mia madre, di origine milanese, orfana e profuga da vari collegi, era approdata a una vita quasi serena di casalinga con tre figli da svezzare: cosa vuoi che pensassero di un figlio artistoide?). Alla fine mi sono trovato un impiego in sanità, e attualmente lavoro come infermiere al Centro Trapianti Renali dell’ospedale civile della mia città, Vicenza. Questo lavoro mi dà delle sicurezze; ho conosciuto molte persone in un momento critico della loro esistenza, la malattia. E’ un’esperienza che ti segna, che ti dà le coordinate per apprezzare ciò che conta realmente nella vita, e cioè ritenersi dei privilegiati perché un altro giorno è trascorso e siamo ancora in buona salute. Carl Gustav Jung scrisse: “Chi vede gli orrori di un manicomio, di una prigione o di un ospedale amplia, per la forte impressione che suscitano in lui tali fatti, la propria visione della vita”. Il lavoro a turno mi permette di dedicarmi allo studio e alla scrittura nelle mie giornate di riposo, cercando di non trascurare i miei doveri di compagno e di padre: da Sabrina ho avuto infatti un figlio, Matteo, due anni, e stiamo aspettando a breve la nascita di un secondo pupo.

 

 

A te piace la letteratura, come è evidente anche dai tuoi interessi nello specifico campo (vedasi CaRtaCaNta, il laboratorio di corsi di scrittura, le interviste agli autori, le recensioni delle loro opere e anche i tuoi stessi testi).

Che cosa rappresenta per te la letteratura e come vedi il tuo rapporto con la stessa?

 

La letteratura riveste un’importanza fondamentale per me. Sono da sempre un forte lettore, da quando ho cominciato a essere curioso di ciò che mi accadeva, del mondo che mi circondava. Ho letto medicina, psicanalisi, psicologia, filosofia, storia dell’Arte; mi sono formato sui classici della letteratura italiana e di quella europea. La letteratura mi ha fornito molte risposte, mi ha regalato esperienze indimenticabili di conoscenza e di immaginazione, di emozioni e piaceri estetici. Ci sono delle verità sull’esistenza umana espresse in alcuni romanzi, racconti e liriche alle quali altre discipline non riescono a pervenire e restituirci con i loro peculiari strumenti d’indagine. In questo mi trovo d’accordo con Flaubert quando diceva: “Ama l’arte. Tra tutte le menzogne è quella che mente di meno”.

 

 

La letteratura fa parte della cultura ed è conoscenza. Entrambe, secondo te, devono essere di pertinenza del solo individuo che le coltiva, oppure questi deve renderle patrimonio comune?

 

La cultura e la conoscenza sono obiettivi che un individuo persegue individualmente, se è motivato a intraprendere un percorso di evoluzione personale. Certo l’uomo è anche un animale sociale, e la condivisone di esperienze e conoscenze è un momento imprescindibile. Condividere ciò che ho conosciuto non è mai stato per me un impoverimento, anzi. Il confronto dialettico, lo scambio di informazioni, la capacità di recepire cosa ha l’altro da offrirmi, in che modo è simile o dissimile da me, è un arricchimento senza precedenti. Per questo motivo sono tornato agli studi di Lettere qualche anno fa, iscrivendomi all’Università di Padova, curriculum di Linguaggi e tecniche di scrittura. In quest’ottica ho fondato con alcuni amici l’associazione culturale CaRtaCaNta, per tessere una tela di contatti tra persone che, come te caro Renzo, e il tuo Arteinsieme, condividono interessi comuni. Ho sempre raccolto le sfide che la vita mi ha posto. Sto tenendo un corso di scrittura creativa: è probabile che abbia più io da imparare da chi scrive in quei laboratori che loro da me.

 

 

Che cosa significa per te scrivere?

 

Scrivere è sempre stato per me il tentativo di risolvere un problema. Non esiste una narrativa propriamente intesa che non rappresenti una questione aperta, un problema di difficile soluzione, anche quando il tono è lieve, ironico e apparentemente spensierato. Certo non ho mai trascurato l’aspetto ludico, il piacere estetico che deriva dalla creazione di mondi possibili. Ho cominciato scrivendo delle brevi sceneggiature di fumetti, poi i testi delle canzoni di un gruppo rock nel quale militavo da adolescente, poi tutta una serie di poesie e diari; ho imbrattato pagine e pagine d’inchiostro alla ricerca di risposte ai miei problemi esistenziali. Scrivere è in qualche modo cercare di rendere più compiuta e intelligibile l’esperienza sfilacciata del nostro quotidiano, il flusso incessante di quella vita frenetica e per certi versi inafferrabile che ci risucchia senza scampo con il suo sistema di leggi, di logiche e necessità.

 

 

Tempo fa, hai pubblicato una raccolta di racconti con Il Foglio Letterario. A quando una tua nuova opera edita?

 

Sì. La pubblicazione di quei racconti è stata una bella soddisfazione. Mi ha permesso di portare in giro il mio libro, di conoscere altre persone che scrivono, editori, addetti ai lavori e semplici lettori. Già dai primi anni novanta avevo in cantiere il progetto di un romanzo sul tema della Melanconia, per il quale ho fatto delle ricerche e raccolto un sacco di articoli, saggi, romanzi e cataloghi d’Arte. Conservo un ricco dossier sul tema, che abbraccia svariate discipline. Il libro mi ha impegnato negli ultimi quattro anni, e ho riscritto almeno tre volte gran parte dei suoi capitoli. E’ un romanzo di formazione, nella piena accezione del termine, ma è anche il cantiere dove ho modellato la mia voce, il mio stile. E’ la storia di un malinconico che ha una curiosa predilezione per un dipinto di Giorgione, il Doppio ritratto (1502, conservato a Palazzo Venezia, Roma) e un’ossessione erotica per la donna di un pubblicitario. La vicenda si svolge tra la fine degli anni ottanta e i primi novanta, a Vicenza, prima dell’esplosione del fenomeno “Nordest”. E’ un romanzo inquieto, sull’impossibilità dell’intellettuale e dell’artista di divenire figure propositive e di riferimento nel mondo contemporaneo. Un editore romano mi ha telefonato per farmi una proposta di edizione e sto aspettando di vagliare una bozza del contratto. Attendo anche riscontro da un altro editore, che ha richiesto in lettura il manoscritto integrale, dopo aver letto la sinossi che gli avevo spedito. Che dire: se son rose fioriranno!

 

 

Fra tutti gli autori che hai letto, chi è quello che ha lasciato un segno più profondo e per quale motivo?

 

Sono in molti gli autori che mi hanno accompagnato nel tempo. Parlare di uno in particolare fa senza dubbio torto agli altri, ma non vorrei costringere il lettore di questa intervista a prendersi una settimana di ferie per seguire i miei sproloqui. Sono molto legato alla narrativa dei primi decenni del Novecento. Credo che le avanguardie artistiche di quegli anni abbiano espresso in maniera mirabile la condizione dell’uomo contemporaneo: penso al Kafka de Il processo e Il castello, al Thomas Mann di Morte a Venezia e Tonio Kröger, a La coscienza di Zeno di Svevo, Uno nessuno e centomila di Pirandello. Un romanzo che adoro è l’Ulisse di James Joyce: l’ho letto sei volte. Al di là dell’invenzione letteraria e dell’ardita sperimentazione sul linguaggio, è un’opera dove pulsa la vita più vera, e Dublino e i suoi abitanti si staccano dalla pagina per prendere residenza fissa nel cuore e nel pensiero.

 

 

La lettura è propedeutica alla scrittura e anche coesistente. Si dice, giustamente, che sia indispensabile leggere per poter scrivere.

Il punto, però, è questo: che cosa e come si deve leggere?

 

Il che cosa leggere è molto soggettivo, e ognuno ha una sua specifica formazione, gusto e competenza come lettore. Personalmente io consiglio di leggere a 360°. Nel mio caso posso dire di passare da Aristotele e Schopenauer, a Freud, del quale apprezzo molto la chiarezza di esposizione (vedi Introduzione alla psicanalisi e Disagio della civiltà), ai fumetti (sono un irriducibile lettore di fumetti Marvel di super eroi), alla poesia e saggistica. Mi hanno insegnato molto anche i pessimi libri – e ne ho letti tanti! Sono una palestra per chi scrive, non disdegnateli. Come si deve leggere? Io sono portato inevitabilmente - perché amo indagare e formarmi un’opinione sulla struttura di un testo e sul contesto culturale nel quale è nato -, a un tipo di lettura critica, ma consiglio sempre una forma di lettura che tecnicamente si definisce “disponibile”: quella operata da un lettore consapevole ma disposto a sospendere momentaneamente le sue facoltà critiche per prendere piacere dalla lettura, per immedesimarsi, emozionarsi, vivere esistenze alternative e provare sulla propria pelle le emozioni che una scrittura intelligente e sensibile è in grado di evocare.

 

 

Non mi sembra che, attualmente, il mondo letterario italiano possa dire molto. Secondo te è perché mancano gli autori validi, oppure perché l’editoria snobba chi può dire, privilegiando pseudo artisti che si limitano a svolgere temi di scarso livello?

 

Penso che questo sia un discorso complesso, difficile da esaurire in poche battute. Purtroppo in Italia, in questo particolare periodo storico, quello che molti commentatori registrano (e mi vedo d’accordo con loro) è la difficoltà di rappresentare in modo esemplare il pensiero, la società e lo stile di vita odierni, a più livelli, non solo in letteratura ma anche in altre forme espressive, vedi la musica e il cinema. L’impressione netta è che abbiamo in qualche modo perso la nostra identità. Siamo colonizzati da modelli di pensiero e da stili di vita d’importazione. I mass media hanno contribuito in modo rilevante ad anestetizzare il nostro senso critico. Piuttosto di riflettere la realtà odierna ci risulta più facile volgerci al passato, scimmiottare forme e stili di qualche decennio fa, o guardare l’erba del vicino. Forse dobbiamo recuperare certi regionalismi, tornare a guardare ai nostri villaggi (Se vuoi essere universale parla del tuo villaggio diceva Tolstoj) invece che uniformare tutte le diversità nel piatto orizzonte di artificiosi way of life da villaggio globale. Tornando a noi, ci sono molti autori validi in giro. Il problema è che non trovano la giusta collocazione in un’editoria che insegue il caso letterario, che vede il libro esclusivamente in un’ottica di numero di copie vendute, che recluta figure di editor di indubbio talento, ma coartati a fiutare un affare, a forgiare figure di scrittori da circo mediatico, influendo in maniera rilevante sui loro testi.

 

 

Come me, dimostri una spiccata simpatia per quella piccola editoria che con notevoli sforzi cerca di portare qualche cosa di nuovo, senza far pesare gli oneri della pubblicazione sugli autori. Purtroppo è dilagante una pseudo editoria che distorce il mercato chiedendo di fatto somme, anche consistenti, per la pubblicazione. Cosa ne pensi di questi fittizi imprenditori e di quelli che se ne avvalgono?

 

Ecco un argomento spinoso, sul quale esprimerò un’opinione forse controcorrente, ma cercherò di spiegare bene il mio pensiero, per non essere frainteso. C’è attualmente un’accesa campagna denigratoria nei confronti dell’editoria a pagamento. E’ paradossale, in effetti, che un autore debba contribuire alle spese di pubblicazione del suo libro. Sarebbe piuttosto l’editore che dovrebbe premiare la fatica creativa di un autore, specie se di talento, e puntare su di lui. Ma la realtà è ben diversa. Il mercato è saturo. In Italia non si legge. I piccoli e medi editori faticano a stare a galla, schiacciati dalle cordate dell’editoria di punta. Nel Belpaese il segmento della piccola e media editoria è tuttora pionieristico; ci sono editori lungimiranti e intraprendenti, ma mancando uno zoccolo duro di lettori di nicchia (più consolidato in altri paesi europei) è difficile sbarcare il lunario. Si arriva in più di una libreria, ma le offerte sono tante, e nessuno si cura dei pesci piccoli quando la vasca è colma di balene e capodogli! Allora, complice anche internet, sono sorte innumerevoli pseudo case editrici che altro non sono che piccole tipografie che speculano sul desiderio degli autori di veder pubblicato il loro libro. A una mia conoscente l’editore ha chiesto per contratto la cessione completa e a tempo indeterminato dei diritti del suo libro, che ora non appartiene più all’autrice ma al suo editore. C’è chi ha sborsato contributi per un numero di copie che si è ritrovato a casa, imballate negli scatoloni. Distribuzione zero, zero tiratura. Se qualcuno fa domanda lo si stampa on demand. Costi per l’editore: zero. Unica promozione: il sito dell’editore e la libreria sotto casa. Certo è pure importante che l’autore spinga il proprio libro, che vada in giro a promuoverlo, a fare delle serate. Ma deve avere alle spalle, piccola o grande che sia, una casa editrice che fa le cose per bene, con professionalità. Alcune case medie e piccole che pubblicano esordienti hanno adottato la logica del contributo per poter continuare a stare nel mercato. Non è una buona cosa ma questa è la realtà. Gli autori devono informarsi sul catalogo dell’editore, controllare la distribuzione. E leggere bene il contratto. Per principio dovrebbero evitare di pagare contributi, ma se io – autore esordiente - so per certo che un editore arriva in ogni libreria delle maggiori città italiane con i suoi libri, che partecipa al Salone del libro di Torino e alle più importanti fiere dell’editoria nella penisola, che ha un ufficio stampa che lavora bene e ha portato alcuni suoi autori sui giornali a massima tiratura, che acquista i miei diritti per qualche anno, affinché io possa in seguito rientrarne in possesso, che mi dà una percentuale sul prezzo di copertina del venduto che varia dal 8 al 15% e che mi chiede di acquistare, mettiamo, 200 copie del mio libro a fronte di 2000 stampate per la prima edizione (nero su bianco nel contratto), un pensierino lo farei, anche perché quei 2-3000 Euro che spendo li potrei recuperare vendendo il mio libro nelle serate. Beninteso, non dovrebbe essere così, ma spesso, se non ci sono alternative, l’esordiente fa di necessità virtù.

 

 

Secondo te, perché la poesia, oggi più di ieri, è tenuta così tanto in scarsa  considerazione? Dipende da un’impreparazione culturale dei potenziali lettori?

 

La poesia è un genere raffinato, il più elevato tra i generi letterari, con una tradizione secolare. La poesia è la culla della nostra letteratura, e fruire della poesia richiede gusto e competenza. I lettori di poesia si riconoscono tra loro come una specie in via d’estinzione, ma dovrebbero invece andarne orgogliosi e cercare di diffondere e rendere accessibili a altri potenziali fruitori i loro interessi. Non è un buon momento per la poesia. Sembra, secondo alcuni, che non sia in grado di rispecchiare i mutamenti del nostro vivere attuale. In realtà non è così: è solo che è un genere che richiede impegno, e non fa per il lettore occasionale, quello che legge per pura evasione. La fruizione della poesia è variabile nei vari periodi storici. Dopo il Sessantotto, per esempio, c’è stata un’impennata. Tutti producevano e leggevano poesia in quegli anni. Gli editori dovrebbero pubblicare più collane di poesia, pur consapevoli che non avranno la diffusione di massa della narrativa di intrattenimento. La poesia è nutrimento per lo spirito, non si può incasellarla in una logica di mercato.

 

 

Viviamo in una società decadente, priva di senso etico, con un basso livello culturale e del tutto inerte.

Come vedi, quindi, il futuro della letteratura?

 

Il paesaggio contemporaneo rivela aspetti inquietanti, lo riconosco. Non so se il livello culturale sia basso, generalmente parlando. Mi sembra che le informazioni e una buona formazione non manchino. Altra cosa è invece capire se la gente usa il cervello; se fa tesoro delle esperienze e conoscenze acquisite, se è disposta a progredire, a sviluppare un proprio sistema critico, a esercitare il proprio gusto. Siamo bombardati da stimoli, e da molto pattume culturale, frastornati, e la classe dirigente cerca di inculcarci a pensare come meglio aggrada a loro, nella logica dello sviluppo economico e del profitto. Che non bastano e non basteranno. Io credo nei rapporti tra le persone e faccio affidamento nei singoli. E’ poco, forse, ma è qualcosa di concreto dal quale cominciare. Se mi guardo attorno con attenzione scorgo buoni autori, sinceri, che hanno qualcosa da dire anche se sussurrano in un mondo che grida e schiamazza, che produce una cacofonia insensata. Aggiusto le frequenze, cerco di mettermi in ascolto. E’ l’imperativo etico più immediato e praticabile che riesco a pormi.

 

Grazie, Alberto, è sempre un piacere conversare con te.

 
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