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  Intervista all'autore  »  Intervista a Alois Braga 27/04/2006
 

Purtroppo Alois Braga è venuto a mancare giovanissimo a seguito di una forma leucemica, ma pur nella brevità della sua esistenza ha saputo lasciare una traccia indelebile della sua personalità di uomo e di autore.

Ritengo doveroso, pertanto, intervistare coloro che con lui hanno vissuto l'esperienza di fondare il sito letterario “I sogni nel cassetto” e che sono stati partecipi da veri e autentici amici della sua breve esperienza terrena.

Sono certo che le risposte che seguono sono le stesse che mi avrebbe dato Alois Braga, uno pseudonimo per il patto instaurato nel gruppo redazionale di non apparire mai con il proprio nome. Ma che importanza ha un nome? Quello che resta di un'artista sono le sue opere; quello che di lui non si perderà mai sono le emozioni che ha saputo trasmetterci.  

 

 

Perché hai scritto?

Rispondendo a un commento di un lettore che gli segnalava quanto, in quel dato racconto, il suo modo di raccontare fosse bello per le tragiche vicende sullo sfondo ma anche per la generosità dei protagonisti, Alois dice: “ Scrivo perché non posso farne a meno, perché in questo continuo mettermi in gioco narro momenti particolari della mia vita; ma c'è di più, però: c'è amore e morte, nostalgia e maturità, anche impotenza e grandezza insieme. Nel mio scrivere riconosco le crisi del nostro tempo e, soprattutto, la mia friabilità nel saperle affrontare”.

“Certo è che scrivere per me – si legge in risposta a un commento di un altro lettore - è un po' la sensazione che provo durante e dopo certi incontri sessuali e amorosi che straziano, nei quali mi gioco con il partner l'interezza del mio corpo e dei miei affetti. Se supero la "guerra", se riesco a godere insieme, se ritrovo la persona amata che solo poche ore prima sembrava abissalmente distante - e ora invece, mentre si affaccia l'alba, eccola ancora accanto, sdraiata, dolce, appagata, unita al mio amore - allora posso guardare al mattino in modo diverso. E' probabile che alla fine, scrivendo, lavori semplicemente al recupero di me stesso, a ricostruire quello che gli assurdi della vita, gli incontri, certi spiazzamenti inevitabilmente mi hanno frantumato dentro. Forse è solo per questo che nei miei racconti c'è spesso un finale tragico e a sorpresa”.

 

 

Alla base di tutte le tue opere c'è un messaggio che hai inteso rivolgere agli altri?

Alois diceva spesso che scriveva dell'uomo. E i personaggi e le storie ruotavano sempre intorno a questo. Nel farlo, però, inevitabilmente finiva spesso per metterci dentro pezzi della sua esperienza, oltre le sue emozioni, gli stati d'animo, le ansie, le paure, il bisogno di evadere, le frustrazioni e altro ancora… “Se è vero - disse Alois una volta - che i miei racconti provocano reazioni (non importa se positive o negative)… beh, posso dire di essere dunque a metà dell'opera!”

C'è chi ha scritto, in siti di letteratura online con maggiore esperienza della nostra, cose davvero interessanti su di lui e sulla sua capacità nitida di saper raccontare, mettendone bene in risalto le qualità tecniche e l'identità narrativa.

Le sue opere non lasciano spazio alla fantasia di chi legge (tutto viene minuziosamente rappresentato in una cronaca dei fatti disarmante), sa prenderti per la capacità introspettiva di chi scrive e riesce a spingersi sin dentro ciascuno di noi facendo tabula rasa di ogni preconcetto.

 

 

Ritieni che leggere sia importante per poter scrivere?

Leggo anche se non ne ho voglia – Alois esordì pressappoco così un giorno mentre mangiavamo nella mensa dell'università – e lo faccio con la stessa semplicità con cui mi accosto a questo piatto di pasta… perché ho bisogno di nutrirmi, mi serve per vivere…  Ma ancora di più mi serve se voglio capire… e scrivere è per me capire…

 

 

Che cosa leggevi di solito?

Alois leggeva proprio di tutto. Non c'era volta che non avesse almeno due o tre libri nello zaino, e tutti erano sottolineati, e pieni di appunti e passava molto tempo in biblioteca e alla Feltrinelli… Portava sempre con sé un volume di poesie di Ungaretti e Camere separate di Tondelli. Sceglieva spesso nel vasto panorama della letteratura americana alternativa, e non solo, quella della Playground per intenderci, quella dei giovani autori; una letteratura sperimentale e disincantata (come lui la definiva) dove l'essere gay non significa piangersi addosso – come lui diceva spesso di se stesso - ma raccontarsi alla stregua degli straight (espressione americana per definire gli eterosessuali).

 

 

Quando hai iniziato a scrivere?

Non sapremmo datarlo, però crediamo molto presto… Era figlio di un professore di lettere e filosofia e in casa sua si respirava odore di libri… in ogni stanza. Alois ce lo diceva sempre, questo si! Anche se ha abbandonato molto presto la casa dei genitori…

 

 

I tuoi rapporti con l'editoria.

I Sogni nel Cassetto rappresenta ciò che Alois pensava dell'editoria: una ventata di libertà da opporre a un monopolio inaccessibile che controlla l'intera offerta…

 

 

Che cosa ti sarebbe piaciuto scrivere?

La sceneggiatura di un film: lo diceva spesso. In verità Alois ha scritto più di una sceneggiatura per dei corti (alcune sono pubblicate anche su I Sogni nel Cassetto – riferimento autore: staff di isogninelcassetto)

 

 

Scrivere ha cambiato in modo radicale la tua vita?

Non sappiamo dare una risposta a questa domanda. Di certo lo scrivere era una parte importante della sua vita. “Un amore vero - per citare una sua espressione usata per un poeta amico - senza false ostentazioni, nato e portato avanti da un animo naturalmente incline ai valori spirituali, ai rapporti del sentimento, alla conoscenza non superficiale di quanto gli accade intorno e di quanto accade nel mondo”.

 

 

Qualche consiglio per chi ha intenzione di iniziare a scrivere.

Rispondiamo a questa domanda riportando quanto scritto da Alois, che sa molto di consiglio per l'uso: “Recensendo Colas (un giovane autore che pubblica su I Sogni nel Cassetto e che è stato virtualmente molto vicino ad Alois) ho già avuto modo di dire quanto la sua scrittura risenta della rabbia adolescenziale -non vedo come potrebbe non essere così- e quanto questa aggressività condizioni il suo stile narrativo a un determinato scopo.

Questo Domani è un altro giorno, si vedrà rappresenta un risultato ben riuscito di questo processo: una ascesa del dolore attraverso il progressivo intensificarsi di uno stile che fa dell'uso delle parole, della musicalità della struttura del periodo e del ritmo della narrazione il cardine portante di tutto il racconto. Detta così potrebbe sembrare una capacità di poco conto, però non lo è affatto. Soprattutto in un ragazzo poco più di adolescente che si accosta alla scrittura per scacciare i propri disagi e ricercare il valore della propria vita.

Quello che voglio dire è che a Colas qui, come in altri suoi racconti, non interessa tanto trattare un argomento o un problema -in questo caso, grave e complesso come quello del disagio alimentare negli adolescenti- mutuando comportamenti e soluzioni dagli adulti; a lui interessa invece suscitare forti emozioni nel lettore attraverso l'aumento graduale di intensità del ritmo della propria scrittura. E questo non è un modo per svicolare ma è, al contrario, uno dei modi possibili per denunciare un disagio che si percepisce sulla propria pelle ma forse non lo si capisce appieno, oppure non lo si sa affrontare; insomma è il suo modo per chiedere aiuto, per trovare il proprio percorso di sviluppo.

In altre parole un volere andare al di là dei contenuti, prevaricandoli oltre quel dolore che come il vento non lo vediamo ma lo sentiamo. E' un po' come quando si ascoltano canzoni in una lingua che non si conosce: è la musicalità, la forza dell'interpretazione che ti restano dentro e ti avvolgono l'anima per sempre.”

 

 
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