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  Intervista all'autore  »  Intervista a Davide Vaccino 19/08/2006
 

L’intervista è a Davide Vaccino, 36 anni, vercellese.  Ha iniziato a scrivere i primi versi intorno agli anni ’80, ma la sua carriera artistica si è concretizzata professionalmente soltanto a metà degli anni ’90. Nel 1996 Davide Vaccino ha pubblicato il romanzo gotico “Frammenti di Pazzia” (2 ristampe), vincitore del Premio Internazionale “A. Manzoni” e del “Trofeo delle Nazioni”. Tornato al suo primo amore, la poesia, Davide Vaccino si è classificato nel 1997 al primo posto al Premio Artistico “Città di Cava” e ha vinto nel 1998 il Premio “Cultura Europea”. Nel 1999, il suo secondo libro: “Benvenuti nel Crepuscolo” (poesie, 3 ristampe) si è aggiudicato il Premio “Regioni Duemila”; mentre il suo terzo lavoro, “Passaggi” (versi e racconti, edizione limitata) è stato insignito del Premio Internazionale “Alba del Terzo Millennio”. Vaccino ha ricevuto finora oltre 60 premi e riconoscimenti in Italia e all’estero e appare inoltre su una quarantina di Antologie regolarmente presentate al Salone del Libro di Torino.

L’ultima sua fatica è  “Le catacombe dell’anima”,  raccolta di poesie edita nell’anno in corso dalla casa editrice Il Foglio.

 

 

Perché scrivi?

 

Scrivo, principalmente per sfogarmi e perché altrimenti non saprei come altro fare per esternare ciò che provo, e poi penso che l’arte, la poesia, la pittura, la scultura o quant’altro, siano il metodo migliore per “guardarsi dentro”. Pensa che il mio primo riconoscimento  riguardava proprio il dipingere: ottenni un prestigioso premio nel 1979, poi decisi di lasciar perdere. Provengo da una Famiglia che definirei con la “F” maiuscola: agricoltori che tuttavia, nel loro passato, si incrociarono con la nobiltà e nel sentire le storie dei miei nonni legate da una parte alla vita rurale e dall’altra ad una vita più agiata, decisi di orientarmi principalmente verso la parola scritta che, secondo me, lasciava più spazio all’immaginazione, d’altronde tutti noi, se ascoltiamo le nostre voci interiori, abbiamo la bellissima opportunità di lasciare oltre al semplice ricordo, pure un tratto di penna che esprime un’emozione.

 

 

Alla base di tutte le tue opere c’è un messaggio che intendi rivolgere agli altri?

 

Francamente non lo so. Mi hanno spesso accusato di scrivere liriche criptiche, ma non ho fatto altro che portare alla luce quel che provavo, senza pormi troppi problemi, e se nella vita ho ottenuto qualcosa, oppure ho fatto sentire qualcuno meglio attraverso i miei versi, l’ho fatto semplicemente essendo me stesso. Se qualcuno invece non mi ha capito mi dispiace, ma non ci posso fare nulla. Come dico sempre: “Non sono un tipo commerciale”, o meglio, non amo svendermi. O mi si ama o mi si disprezza, tuttavia, oggi, c’è chi ama odiarmi e chi odia amarmi a prescindere. Pazienza.

 

 

Ritieni che leggere sia importante per poter scrivere?

 

Leggere è fondamentale, secondo me, ma ci vuole anche la passione. Ricordo alcune serate al mare, in gioventù, quando i miei amici andavano a ballare nelle discoteche ed io frequentavo i banchetti dei libri usati. Ho una versione di “The Raven & Other Poems” (Il Corvo e altre Poesie) di Poe in lingua originale, anno di pubblicazione (vado a memoria) 1837, che ha le pagine da muoversi con le bacchette per le ciglia, talmente sono consumate, e che mi costò soltanto 20 mila lire. Ma indipendentemente dal feticismo letterario, come si farebbe a scrivere senza una minima infarinatura di altri autori, siano essi famosi oppure meno conosciuti?

 

 

Che cosa leggi di solito?

 

Riscopro ogni volta Hoffmann, Balzac, Poe, Lovecraft, Polidori, Stoker e tutti gli scrittori del Diciannovesimo secolo. Ovvio che non mi fermo a loro. Fra i nuovi, tuttavia, rispetto di più coloro che hanno un soggetto interessante e magari devono ancora farsi un nome, piuttosto che le solite rivisitazioni del Codice Da Vinci. Ho letto almeno 20 libri che si rifanno a quell’argomento, e francamente, non me ne voglia Dan Brown, a parer mio il suo libro più bello rimane “Angeli & Demoni”: gli altri tre, “Codice…” compreso, non mi piacciono molto. Tornando ai poeti, qualcuno di cui non mi stancherò mai è William Blake: a mio modesto parere irraggiungibile ai giorni nostri, sia per la forma, che, soprattutto, per il contenuto. Era la semplicità fatta poesia, ma era di un’efficacia straordinaria. Poi, fra gli italiani, cito Montale.

 

 

Quando hai iniziato a scrivere?

 

Potrà sembrare  banale, ma ho iniziato a scrivere in modo serio per amore: lei aveva quattordici anni e io diciotto, quindi parliamo di circa diciotto anni fa. La prima poesia che ho composto si intitolava “Ishtar”: ce l’ho ancora e non l’ho mai voluta pubblicare. Scrivevo i miei versi su fogliettini leggeri, li nascondevo negli ovetti della Kinder e poi li regalavo alla mia fidanzatina: lei mi sorrideva di un sorriso così sincero e luminoso che, mamma mia, non ho mai più visto nella vita.

 

 

I tuoi rapporti con l’editoria.

 

Altalenanti all’inizio. Tante prese per i fondelli quando mi facevano credere che se pagavo venivo distribuito chissà dove e invece mi ritrovavo con il garage pieno di libri invenduti. Poi sono cresciuto e, ovviamente, ho imparato a farmi furbo e ad operare una certa scrematura. L’editore a pagamento (notare che ho scritto “editore” in minuscolo perché l’Editore con gli attributi è quello che si fida di te ed è disposto ad investire sul tuo talento) ti fa credere che fa le cose per il tuo bene. Tutte storie. Dopo tante fregature mi ritengo ora fortunato ad avere pubblicato, senza che mi venisse chiesto un centesimo, i miei ultimi due libri: “Alba Priméva” e “Le Catacombe dell’Anima” con l’attuale Casa Editrice Il Foglio, la quale ha dimostrato una serietà senza eguali, pubblicando i miei scritti in quanto li riteneva meritevoli di essere stampati, e non per lucrare sull’ennesimo poeta in cerca di realizzare un libro a tutti i costi per poi magari venderlo soltanto ai parenti più stretti.

 

 

Che cosa ti piacerebbe scrivere?

 

Mi piacerebbe riscrivere, più che scrivere, il mio primo libro, “Frammenti di Pazzia”, uscito inizialmente nel 1996 e sapere che fosse distribuito bene. Era un incrocio di sette storie che alla fine si concatenavano in una sola fine. Dieci anni fa, a parere mio era geniale, ma era la mia opera prima e non era stata pubblicizzato quanto meritava. Credo che si sarebbe potuto creare quasi un piccolo best seller, con la dovuta promozione. Sarebbe bello se mi venisse chiesto di riproporlo, visto che lo amavo quel libro. Poi esiste un mio saggio inedito: “Stella del Mattino”, che riguarda la visione del Diavolo in ottica moderna. Insomma: alcune cose del passato vorrei riscoprirle, anche se oggi lavoro soltanto sulla poesia. A tale proposito sto mettendo giù le basi per un futuro libro di versi che si intitolerà “NON SIAMO FATTI PER DURARE”.

 

 

Scrivere ha cambiato in modo radicale la tua vita?

 

Non soltanto l’ha cambiata, ma l’ha salvata. Avrei tanti episodi da citare, ma sono troppo personali, tuttavia credo che nel prossimo libro lavorerò molto di introspezione e rivelerò qualcosa su di me che finora non ho mai raccontato.

 

 

Qualche consiglio per chi ha intenzione di iniziare a scrivere.

 

Il consiglio è uno soltanto: scrivete. Tutti abbiamo qualcosa da dire e tutti il diritto di dirlo, ma soprattutto non dimenticate mai, e dico MAI le vostre radici. Non siate snob. Non siate volgari, non siate niente altro che voi stessi, raccontate le vostre ambizioni e i vostri sogni perché alla fin fine sono proprio i desideri e i sogni ciò che ci permette di andare avanti.

 

 

 

 
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