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  Libri e interviste  »  L'intervista di Giuseppe Iannozzi a Nicola Vacca, autore di Mattanza dell'incanto, edito da Marco Saya 23/05/2013
 

Mattanza dell’incanto

Nicola Vacca

intervista di Iannozzi Giuseppe

 

Mattanza dell’incanto
Nicola Vacca
Marco Saya edizioni
Poesiaoggi
1ma ediz 2013 – 83 pag.
Isbn: 978-88-907500-9-0

 

Nicola Vacca, la prima domanda che ti pongo è sul titolo di questa silloge: “Mattanza dell’incanto”. Quando si parla di mattanza, in genere, ci si riferisce a un omicidio, ma anche all’ultimo momento della pesca, quando i tonni vengono arpionati. Già di per sé, il titolo induce a far pensare che sia stato commesso un massacro preordinato a tutto danno della magia. Quale magia è andata persa?

 

Il titolo è volutamente forte, ogni parola di questo libro è un dardo. Attraversare la propria epoca con la scrittura significa per me fare i conti a occhi aperti con la cifra del suo disincanto. Si sta consumando appunto la mattanza dello stupore e della libertà. La crisi morale avanza più spedita di quella economica. La mia poesia su questo principalmente riflette, cercando di considerare in ogni suo aspetto tutta la decomposizione e lo squartamento che stanno pugnalando a morte il nostro tempo senza concedere alcuna tregua al nostro destino di anime morte sospese non si sa fino a quanto tra l’essere il nulla.

 

E’ fuor di dubbio che la tua poesia è anche poesia civile. Tu, Nicola Vacca, credi che la poesia possa spingere l’uomo verso degli atti rivoluzionari mirati a un cambiamento della società?

 

L’impegno civile è al centro soprattutto della mia produzione recente e soprattutto nasce non dall’indignazione ideologica, ma dall’attraversamento dell’abisso che cerco di raccontare con l’onestà della parola che ferisce. Nei miei versi non faccio sconti a nessuno e penso che oggi più che mai la poesia abbia un compito preciso che non è quello di salvare la vita, ma di offrire infinite possibilità in un mondo che sembra non avere più scampo. L’unica rivoluzione possibile che può scatenare la poesia è quella del cuore.“Mattanza dell’incanto” è un libro estremo, la sua scrittura è estrema, e quasi sempre scomoda. Questo è il momento di scrivere per svegliare,come scriveva Cioran. E penso che la poesia oggi rappresenti un’arma straordinaria per disturbare il manovratore. L’importante è essere onesti e mirare al cuore

.

Citi spesso Emil Cioran, inizialmente affascinato dall’esistenzialismo per infine approdare sulle rive della filosofia di Nietzsche, Schopenhauer ed Heidegger. Cioran rifiutò l’impegno politico attivo. Tu con la tua poesia, e in particolare con “Mattanza dell’incanto”, come ti poni?

 

Cioran è un faro nella grande notte che stiamo attraversando, un apolide estremo che intinge la penna nel veleno dei giorni. Non smetto mai di leggerlo e soprattutto di riflettere sul suo pensiero disordinato per frammenti. Devo molto alla sua opera di straordinario irregolare che rifiuta ogni tipo di compromesso. La mia poesia è il tentativo esplicito di pugnalare il mio tempo, senza alcuna finzione e chiamando sempre ogni cosa con il suo nome. Non vivo nascosto nei miei versi ma mi mostro nudo con l’intenzione di ferire, di arrivare sempre a dire quello che penso.

 

Definiresti la tua ultima produzione poetica impostata sul nichilismo e il pessimismo?

 

Il nichilismo e il pessimismo sono il sale della nostra epoca. Ma non direi che la mia poesia sia nichilista e pessimista. In ogni verso mi sforzo di capire tutto il pieno che c’è in questo vuoto. Se fossi nichilista non crederei nella consapevolezza della scrittura. “Mattanza dell’incanto” è il mio modesto contributo per testimoniare le amarezze di tutto questo nulla che divora il tutto. La poesia è l’antidoto al nichilismo anche se il suo veleno continuerà a scorrere nelle nostre vene.

 

‘Intanto il male ha sempre fame’, dici in “Animali morenti”: mi par di capire che la speranza è ridotta al lumicino e che, forse, non è giusto neanche sperare e basta. Senza azioni concrete volte a cambiare lo stato delle cose, la speranza diventa un accessorio inutile. Potresti approfondire?

 

Il male non è mai sazio. Questa è la ragione della sua presenza nel mondo. Il male è sempre affamato perché l’uomo ne alimenta l’appetito. Quindi l’uomo si identifica con il male. Senza la cattiveria dell’essere umano che diventa belva non esisterebbe il male. La Storia questo ci insegna e il viaggio nella notte continua.

 

“Voglio raccontare con le parole/ quello che dentro inquieta./ Perché la poesia in terra/ è questo nostro vivere/ che accade ogni giorno”. Si scrive poesia per (far) vivere o per sopravvivere (a stessi)?

 

Scrivere è l’unico modo per sopravvivere. La poesia è nelle cose e non descrive ma inventa sempre la vita. Abbiamo sempre bisogno delle parole per arrivare alla Parola. La scrittura è il nostro credo e a essa non dobbiamo mai rinunciare se vogliamo avere sempre qualcosa da dire.

 

“La poesia nasce/ dal fenomeno in divenire/ della ragione e del sentimento/ che in un unico abbraccio/ pronunciano la magia dell’indicibile”. Ma esiste, o è mai esistito, l’“indicibile”? Se sì, dove e in che cosa lo possiamo trovare?

 

L’indicibile è la meraviglia che ci portiamo dentro e che non riusciamo a proporre all’esterno. Abbiamo bisogno della poesia e della sua ricchezza interiore per mostrare una volta per tutte quello che di buono abbiamo. Solo che è più comodo farsi e fare del male, piuttosto che mostrare all’altro quello che realmente siamo. La nudità fa paura perché scomoda, l’ipocrisia è la maschera che ci permette di andare avanti. E così, per citare il grande Gaber, facciamo finta di essere sani.

 

“In questo tempo della vita/ nessuno cerca più la verità in comune”.
Siamo isolati. O, piuttosto, abbiamo costruito intorno a noi gabbie di solitudine?

 

L’incapacità di essere una sola moltitudine ci rende vulnerabili. Preferiamo vivere nelle nostre ipocrite solitudini dorate piuttosto che mettere in comune le nostre anime per il perseguimento di un bene comune che ha a che fare con la nostra interiorità. La poesia forse è l’ultima speranza per realizzare quella “civiltà delle anime” che potrebbe davvero cambiare le regole del gioco e renderci migliori.

 

“[…] niente è leggibile/ dentro questa solitudine/ di cui siamo i bersagli”.
Siamo dunque “gusci vuoti del nostro ego”?

 

La solitudine e l’ego . Due mali del nostro essere tra di loro collegati. La loro alleanza sta creando un dramma esistenziale dalle proporzioni immense. Si chiama narcisismo con tutte le conseguenze del caso.

 

Quali sono stati i poeti e i filosofi che hanno maggiormente influenzato la tua visione del mondo? Per quali motivi?

 

Nietzsche, Cioran, Ceronetti, Flaiano, Campana, Ungaretti e tutti i poeti e filosofi che hanno sempre creduto nella schiettezza della parola nuda.

 

Oggi come oggi, val ancora la pena di scrivere della poesia e pubblicarla? Un problema, grave e serio, che ho riscontrato già da un po’ di anni, è che la gente, in generale, non legge neanche più i poeti classici. Domina l’ignoranza, e per questo la società è maggiormente esposta alle menzogne mediatiche.

 

Vale la pena di scrivere e pubblicare buona poesia. In questa direzione bisogna muoversi. Questo è il compito di un’onesta critica letteraria e di un’editoria degna di questo nome. Ogni giorno ricevo libri da sedicenti poeti che si credono con smisurata presunzione i nuovi Montale e mi consigliano di recensire il loro libro perché è il capolavoro del millennio. Per non parlare delle consorterie pseudo letterarie che hanno completamente assassinato il mondo della poesia con il loro marchettificio a cielo aperto. Comunque il discorso è lungo e complesso. Per fortuna la buona poesia ancora sopravvive e ci sono piccoli editori che tengono accesa la speranza.

 

Scrive Gian Ruggero Manzoni, nella prefazione al tuo “Mattanza dell’incanto”: “Nicola Vacca indica, in questo suo ultimo libro, oltre che le cause, anche i possibili effetti del crollo, affidandosi alla poesia, la quale ritorna a diventare ‘metodo sociale di lotta’ al fine di sensibilizzare (accusare) poi di spronare una possibile reazione a uno stato, non accettato, putrescente e cancrenoso”. E’ dunque la nostra una società votata all’autolesionismo, all’assurdo, alla putrefazione? Non v’è dunque alcuna soluzione, giacché par sia morto, nella coscienza dell’uomo, il ‘metodo sociale di lotta’?

 

Il mio libro apre una finestra di pensiero sulla crisi morale che tutto sta uccidendo. La mattanza continua a mietere vittime. Il poeta non può continuare a tacere davanti a questo massacro della libertà e dello stupore. Il suo compito è quello di riempire il caos, sapendo di non essere predicatore delle moltitudini.

Il poeta è guardiano dei fatti e ha il dovere di non nascondersi. A fare quello ci pensano gli intellettuali.

 

“A cosa serve la vita/ se alla conoscenza si preferisce/ la presunzione di bastare a se stessi”. E’ possibile abbattere la presunzione per ridare voce alla conoscenza? Possono in qualche modo le parole aiutare l’uomo a diventare, finalmente e una volta per tutte, uomo?

 

Ci proviamo, anche se le resistenze sembrano invincibili.

 

Qual è il grido d’allarme che lanci attraverso “Mattanza dell’incanto”? Tu, Nicola Vacca, speri possa esser sentito da qualcuno (eventualmente) in ascolto?

 

“Mattanza dell’incanto” è innanzitutto poesia libera, e in quanto libera diviene poesia sociale, morale, che ci dice ciò che abbiamo perduto, e nella critica spietata verso la contemporaneità tende a indicare una via, invita a riscoprire il significato e il senso della parola “civiltà”.

Siamo in un permanente stato d’allerta e io cerco soltanto di svegliare le coscienze. Per questo continuerò a scrivere, rifiutando ogni tipo di compromesso e soprattutto facendo della poesia una cosa onesta. «Dovete ascoltare i poeti, perché i poeti sono sentinelle, guardano lontano e sanno indicare la via». Così la pensava David Maria Turoldo. Speriamo che questo accada al più presto, perché non abbiamo molto tempo a disposizione per aggiustare le cose.

 

 

 

 

 

 

 

 
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