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  Libri e interviste  »  Quindici passi, di Rolando Maria Cimicchi - Edizioni TraccEDIverse; Renzo Montagnoli intervista l'autore 04/05/2007
 

Intervista a Rolando Maria Cimicchi, autore di “Quindici passi”, edito da TraccEDIverse.

 

 

Il tuo ultimo volume è costituito da una raccolta di racconti. Ce ne vuoi parlare?

 

Questa raccolta è nata in parte per caso. Stavo lavorando ad un romanzo, ma ero stato preso in contropiede da quello che si definisce “blocco dello scrittore”. Le pagine completate mi guardavano in attesa del seguito, ma io non riuscivo più a continuare. Così, preso un po’ dallo sconforto, decisi di dedicarmi ad altro. E scrissi “Charlie”, il primo racconto di “Quindici passi”. Nel giro di due mesi mi trovai in mano sette storie già pronte e  un’ottava in fase di lavorazione.

Fu con grande meraviglia che mi accorsi che avevo seguito una sorta di curioso filo logico che legava i racconti; un filo che avevo percorso senza rendermene conto. La testa aveva fatto tutto da sola. Quasi senza interpellare il sottoscritto!

Anche qui registrai un’interruzione. Mi chiedevo dove esattamente volevo andare, e per qualche settimana fermai tutto.

Poi la nebbia si dissolse e ripresi il lavoro. E a dicembre dello scorso anno potei finalmente mettere la parola fine alla lavorazione.

“Quindici passi” è un viaggio attraverso il buio. Una sorta di cammino tra i corridoi del dolore, della morte, della follia. Ma anche dell’amore. Certo, non l’amore etereo e dipinto dai tratti rosa del romanticismo di maniera, ma quello che nasconde la disperazione, la perdita.

In “Quindici passi” trova spazio la mia passione  per l’oscurità che l’uomo nasconde dentro di se, per la follia che serpeggia nelle nostre azioni quotidiane, per il flebile confine che divide reale e irreale. Amore e odio.

 

 

 

In quest’opera c’è un tuo messaggio e, se c’è, quale è?

 

Non so se esiste un messaggio vero e proprio. Forse una ricerca, solo in parte voluta, dell’universo perverso, doloroso, a tratti insensato e tellurico, dell’uomo.

Perché se è vero che siamo esseri spesso illuminati dalla luce (divina?) folgorante della creatività, della passione e della sapienza, siamo anche entità distruttive, abiette e inscindibili dal buio della (apparente) insensata pazzia di cui permeiamo il nostro cammino.

 

 

Se non vado errato questa è la tua seconda pubblicazione, dopo “Cristalli d’ombra”, raccolta di racconti anche questa ed edita da Michele Di Salvo, casa di cui TraccEDIverse è parte.

Posso ipotizzare che i tuoi rapporti con questo Gruppo Editoriale siano almeno buoni. Quali sono gli aspetti qualificanti di questa realtà editoriale, che tu hai potuto apprezzare? 

 

I rapporti con questo Gruppo sono ottimi. Ho deciso di non sottoporre ad altri questo mio nuovo lavoro perché ritenevo non avesse senso cambiare una squadra che mi aveva dato soddisfazioni.

Ciò che mi ha spinto ad accettare la proposta della Traccediverse, dopo che l’opera l’avevo spedita alla casa madre, è stata la loro professionalità, il progetto che incarnano e la crescita che questo gruppo ha dimostrato nel breve arco di tre anni. Cioè dalla mia prima pubblicazione con loro.

Posso dire che l’opera di editing, curata da Viviana Mangogna, è stata accurata, capillare e continua. Una disponibilità costruttiva e professionale,  ma mai asfissiante, ne tanto meno forzata.

Inoltre va fatto notare che sono realtà editoriali come quella del Gruppo Di Salvo che permettono agli autori italiani sconosciuti di poter tentare un’emersione nel fitto e angusto panorama letterario italiano; la “richiesta di contributo da parte dell’autore” fa parte ormai di una specie di cliché usato e abusato da molte case editrici. Ma io ho sempre creduto che, come dice la grande Chiara Palazzolo: “gli autori devono scrivere e gli editori pagare”. Una frase scarna e diretta che però riassume un’idea che è alla base della logica. Perché, ovviamente, siamo tutti in grado di pagare per pubblicare, anche se la tua opera non lo merita.

La Di Salvo Editore invece mi ha dimostrato di credere in quello che scrivo. E a me, per ora, tanto basta.

Ed è un sogno da cui è difficile svegliarsi.

 

 

Da ultimo, che programmi letterari hai per il futuro?

 

Come detto all’inizio dell’intervista, tre anni fa stavo lavorando ad un romanzo. Ora ho ripreso in mano la storia e spero di poterla finire per la fine dell’anno. Ho deciso di gettarmi dentro una delle mie grandi passioni, il fantastico (la parola fantascienza pare faccia un po’ paura negli ultimi tempi).

I progetti sono diversi. Finita questa fatica spero di potermi dedicare appieno anche un’altra cosa. Quella che spero possa diventare una saga vera e propria.

Ma il discorso sui programmi/progetti è duro per chi, come me, non è lo scrittore-tipo da sei/sette ore di scrittura al giorno.

Per me scrivere è qualcosa di importante, ma è legato al momento. All’interruttore che scatta. Ora la luce è accesa, e scrivo.

 

 

Grazie, Rolando, per le risposte esaurienti, con l’augurio che questo tuo lavoro  possa incontrare i favori del pubblico dei lettori.

 
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