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  Libri e interviste  »  L'intervista di Katia Ciarrocchi a Boris Virani, autore di “Mangia la zuppa, amore”, edito dal Foglio 20/04/2011
 

L’intervista di Katia Ciarrocchi a Boris Virani, autore del romanzo Mangia la zuppa, amore, edito da Il Foglio Letterario.

 

 

Boris Virani, 23enne autore di “Mangia la zuppa, amore“, edito da Il Foglio letterario, libro presentato da Paolo Ruffilli e Predrag Matvejevic al Premio Strega 2011, si racconta così:

- Boris Virani, 23anni, primo libro scritto e pubblicato, catapultato nel mezzo del premio più chiacchierato e ambito (“Premio Strega”), con la grande possibilità di essere conosciuto lì dove molti sperano vanamente per un’intera vita.
Come ci si sente ad affrontare tutto questo in modo veloce e immediato? Avresti mai sperato in tanto?

“Catapultato” è la parola giusta: è veramente come se mi avessero caricato su un trabiccolo medievale e spedito in cielo. Sono ancora quassù, e ti posso dire che le sensazioni sono tante e non tutte belle come si potrebbe pensare. C’è entusiasmo, quello sì, ma anche confusione, perché sono ancora un estraneo e gli uccelli mi guardano e mi parlano ma non sono molto convinti, e io se ti devo dire la verità non capisco molto quello che dicono; e c’è la paura di essermi portato dietro una zavorra eccessiva, o una zavorra non sufficiente. Poi cerco di non aprire le braccia, sennò gli altri uccelli ridono. A volte mi domando dove andrò a cadere, spero su qualcosa di soffice, un divano magari.

- Se tu fossi il narratore di te stesso come ti descriveresti per farti conoscere?
Parco giochi. Nella pancia della scimmia gonfiabile saltella un bambino nudo e peloso. Sa fare le capriole e la pernacchia con le ascelle, e comunque indossa le mutande coi paperi. Saltella solo lui. Dalla biglietteria i bambini lo guardano come se fosse uno strano animale, e qualcuno di loro ride; gli adulti, inorriditi, parlottano di chissà cosa, e qualcuno di loro impazzisce; i poliziotti con la patacca e il bastone digrignano i denti e aspettano, perché qualcuno di loro ha provato a salire sulla pancia della scimmia gonfiabile ma poi è rimbalzato nello spazio. Quello che nessuno capisce, nemmeno qualcuno di loro, è che il bambino è il bigliettaio e ha fra le mani un cono gelato, mentre la scimmia gonfiabile altro non è che quello che è, ovvero una scimmia gonfiabile.

- “Accostato” a Cabrera Infante e Virgilio Pinera, ricordi Queneau e Ionesco cosa conosci di questi autori, e soprattutto se sei un lettore, quale genere letterario preferisci e gli autori che ti ispirano e ammiri?
Sono prima di tutto un lettore, e quindi spero che questi paragoni eretici rimangano fra noi, fra amici, diciamo così. Conosco i grandi autori che hai citato, anche se i primi due sono praticamente introvabili in Italia e sono riuscito a recuperarne degli stralci solo grazie all’aiuto di Gordiano Lupi, grande esperto di letteratura cubana e sudamericana. Gli scrittori a cui mi ispiro sono tanti, ma appartengono quasi tutti a due forme di letteratura a me care: quella surreale e quella favolistica. Nel campo della drammaturgia amo il teatro dell’assurdo, da Ionesco fino a qualche lavoro di Pinter, passando naturalmente per Beckett. Il mio libro è comunque pieno zeppo di riferimenti e di citazioni che un amante di questi generi letterari e teatrali riconoscerà a prima vista.

- Mangia la zuppa, amore è il tuo esordio letterario, come nasce?
Come tutti i neonati nasce ingenuo e sincero. Poi piano piano si bastardizza, in tutti i sensi, come vuole il corso ormai innaturale del mondo. Ho deciso di liberarlo all’età di quattro anni per non renderlo troppo arido, non volevo che diventasse un cinico disincantato. La sua crescita è stata anche la mia crescita, gli devo molto.

- Il libro è un vagare tra conscio e subconscio del protagonista e del mondo che lo circonda, un malessere interiore che sfocia nell’insoddisfazione dell’essere, quanto di autobiografico e quanto di fantasia c’è?
Questa è una delle Domande (notare l’iniziale maiuscola, fischiare). Nel libro c’è molta fantasia, ma mentirei se dicessi che non ci sono elementi autobiografici. E infatti dico che nel testo non ci sono elementi autobiografici. Dribblando la questione “è veramente possibile scrivere un racconto che non abbia un qualcosa di autobiografico?” aggiungo che nel libro ho riunito una serie di osservazioni, di esperienze raccontate da amici e conoscenti e quindi non provate in prima persona, ma lo stesso mentirei se dicessi che nel testo non ci sono elementi autobiografici e provati sulla mia personalissima persona perché, in effetti, non ce ne sono.

- André Breton che, nel “Manifesto, definì il surrealismo in questo modo:“Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale”.
Stilisticamente usi testo narrato, praticamente surreale e testo teatrale, essenzialmente teatro dell’assurdo, da cosa nasce questa scelta?

Penso che l’assurdo e la sua consapevolezza siano uno di quelle cose per cui, per assurdo, vale la pena vivere, se si riesce a contenere il senso di smarrimento. E il surreale per me è una delle vie per l’assurdo e allo stesso tempo un modo per contenere questa consapevolezza. Quando una persona inizia a vivere nel surreale non può più tornare a una completa razionalità, le forze in campo cambiano, c’è un nuovo equilibrio. In realtà poi devo ammettere che la scelta di utilizzare per alcuni capitoli una struttura teatrale fonda su basi logiche e ragionate: lo scopo è quello di ottenere una prosa fredda dove il narratore è inesistente o incerto, in dubbio. Alla fine, tirando le somme, quello che voglio fare con il mio libro è chiaro, anche se non sembra: quello che voglio è creare confusione. Due parole, nel libro, dirigono questa spinta caotica, ma non ne farò i nomi per non bruciarle.

- Cosa ti aspetti da “Mangia la zuppa, amore”? O meglio cosa sogni dopo questo primo libro?
Spero che possa venire capito dal lettore. Non capito a modo mio, capito a modo suo. Il libro si presta a molte interpretazioni diverse, ognuno si scelga quella che preferisce, ma se la scelga. E poi certo, spero che ne vengano intesi i significati profondissimi e illuminanti, ne ho buttati dentro una manciata insieme al mangime per i piccioni. E spero che il libro meriti il sudore speso per comprarlo; altrimenti potete contattarmi, vedrò quello che posso fare.

- Stai già lavorando a un altro libro?
No, non sto lavorando a un altro libro. Ho intenzione di scriverlo, questo sì, le idee ci sono, questo sì, un’oretta al giorno si è data disponibile, questo sì, ma per il resto ora sono troppo impegnato con “Mangia la zuppa, amore” e con il lavoro “vero”, quello che faccio per campare.

- Per finire, hai 23 anni, sei giovanissimo e pieno di sogni e aspirazioni, almeno immagino; Come vedi Virani proiettato in un futuro letterario, Cosa vuoi fare da grande?
Quando provo a lanciarla, la mia ambizione si affloscia davanti ai piedi spazientiti. E non sono dotato di una vista strategica, programmatrice. Non so cosa ci sarà domani, io vado avanti a piccoli passi e non guardo in terra. A volte inciampo. Per dirla come un calciatore, “pensiamo a far bene gara dopo gara” o “pensiamo una gara alla volta” o “intanto dobbiamo pensare a far bene la prossima gara”. Perché sono una persona che sa apprezzare il valore del banale, senza ironie.
Giacché è il primo spazio che mi viene dato per parlare, vorrei ringraziare la mia famiglia e la mia ragazza per la pazienza, Gordiano Lupi perché è stato il primo a credere nel libro, Luciano Civettini per la sua bellissima opera prestata alla mia copertina, Sacha Naspini, Fabio Izzo e Patrizia Garofalo per l’aiuto, Paolo Ruffilli e Predrag Matvejevic per aver letto e presentato il mio testo al premio Strega, e ancora David Baldanzi e te, Katia, perché sei la prima che ha recensito “Mangia la zuppa, amore”. Sono stato abbastanza banale?

No, non sei stato abbastanza banale.
Sono io che ringrazio te, per la disponibilità e il tempo che ci hai concesso. Sono certa che il “sudore” speso verrà ben ricompensato.

 

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