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  Libri e interviste  »  L'intervista di Giuseppe Iannozzi a Gabriele Dadati, autore di Piccolo testamento, edito da Laurana 08/09/2011
 

Gabriele Dadati
Piccolo testamento

Intervista all’autore

di Giuseppe Iannozzi

 

 

1. Piccolo testamento è, per buona misura, un lavoro autobiografico. Prima di addentrarci nel particolare, vorrei da te sapere perché, a tuo avviso, solo ieri i romanzi autobiografici erano non poco invisi agli editori; e tu, peraltro, sei anche un editore, non solo uno scrittore.

Direi: abbiamo in qualche modo perso la fiducia nella possibilità di conoscere il mondo. Con la conseguenza che ci siamo ripiegati sempre di più sulle nostre vite, piccole e private. Così, negli ultimi anni, si sono scritti sempre più romanzi autobiografici anche laddove non c’era una vita “eccellente” da raccontare (una cosa infatti è l’autobiografia di un grande statista, che da sempre è ritenuta interessante, una cosa invece l’autobiografia di una vita privata di cittadino uguale a tutte le vite private di cittadini). Scrivendone molti ne sono saltati fuori anche di buoni (ed eccellenti) e gli editori hanno, forse, iniziato a crederci maggiormente.

2. Qual è la cifra ideale perché una esperienza personale, traumatica o anche solo lieta, possa diventare qualche cosa di utile, da condividere con il pubblico?

Direi che la cosa funziona laddove si riesce, dalla polpa dell’esperienza, a far emergere un traliccio narrativo. La vita è piuttosto informe, insensata e piena di sprechi (false partenze, scene ridondanti, vicoli ciechi): quando la si racconta l’abilità nel montaggio e nell’individuazione di una lingua rendono la cosa potabile anche per gli altri.

3. Se è vero che giusto ieri l’autobiografismo veniva guardato con sospetto, oggi invece non più. Il vincitore della 65ma edizione del premio Strega ha vinto grazie a uno scritto che è puro diarismo. Dobbiamo forse pensare che gli autori non siano più in grado di inventare delle storie?

Ma no, ce ne sono tanti ancora che fondano il loro lavoro su un’idea di narrativa strettamente legata all’elaborazione della trama. Però è vero che sta crescendo la volontà di “metterci la faccia”, di attribuire un valore esistenziale alla narrazione.

4. Si dice, oramai da una lunga pezza, che il romanzo è morto e che sarebbe morto con Pier Paolo Pasolini. Non ci sarebbe dunque più nessuno in grado di fare della sana affabulazione, ma sol più dei mestieranti della scrittura capaci di masticare e rimasticare stereotipi. Il romanzo è morto o non è morto? E se non è morto, quale potrebbe essere una sua moderna definizione?

Direi che è vivo. Il problema è che è morta l’ingenuità del lettore di romanzi, che oggi legge con il distacco ironico di chi sa di trovarsi di fronte a un artificio. Non si cade più nel romanzo come in una realtà alternativa, ma lo maneggia con la consapevolezza che si tratta di un prodotto intellettuale. È una delle eredità del post moderno. E quindi la definizione di romanzo, oggi, potrebbe essere: narrazione che si mostra come narrazione, non come pezzo di mondo.

5. Due anni or sono o poco più si è parlato delle possibilità della NIE. I più hanno l’hanno liquidata definendola ‘autopromozione’ fantozziana e null’altro. Possiamo dire che la NIE non è mai esistita? E tu, Gabriele Dadati, che tipo di letteratura proponi al moderno lettore? Guardi a qualche manifesto di intenti, a qualche corrente letteraria, o a qualche moda del momento?

Mi pare che la breve stagione della NIE – che è stata solo una stagione terminologica, di definizione, non sostanziale – sia tramontata. Restano alcune buone o ottime prove, ma sono libri a sé stanti, non costituiscono una costellazione coerente di ricerca.

Per quel che riguarda me io sono, per predisposizione, uno scrittore di buona prosa e di scarsa capacità nella costruzione di trame. Forse anche per questo scrivo dedicandomi allo scandaglio della psicologia dei personaggi, al chiaroscuro dei rapporti tra loro e così via. Quindi, tutto sommato, ho un’idea di narrativa vecchia un paio di secoli.

6. Parliamo di Piccolo testamento. La storia che narri è dolorosa; tuttavia il dolore che esprimi, e che è tutto concentrato in una notte, par quasi esser stato partorito a metà.

Il dolore ci può portare in una di queste due direzioni: l’urlo e l’ammutolimento. Il protagonista di Piccolo testamento resta svuotato dal suo lutto, a tal punto che – persa la vita – si getta su una vitalità sfrenata, fatta bassamente della frequentazione di ragazze che vede per qualche settimana e poi cancella dalla sua vita. Quindi mostra allo stesso tempo frenesia del corpo e annullamento del sentimento. Ma quello che fa è ammutolirsi, non urlare.

7. Nel caso di Piccolo testamento è possibile parlare di “culto della memoria dei morti”?

Non solo culto della memoria, ma anche culto dell’insegnamento dei morti. Di fatto, i nostri morti tornano in vita – in noi, attraverso di noi – quando nei nostri gesti, nelle nostre parole, nelle nostre scelte si intravede quello che hanno potuto trasmetterci.

8. Vittorio è il personaggio principale (principe) del tuo romanzo, non un Virgilio come per Dante Alighieri, ma più semplicemente un faro a cui guardare nei momenti di tenebra intellettuale. La domanda è forse un po’ indiscreta: il Vittorio di Piccolo testamento è proprio quel Vittorio che per te è stato tanto importante, o è anche un personaggio costruito ad arte?

Io ho vissuto un rapporto amicale, di tipo maestro-allievo, con una persona che non è più al mondo. Un uomo che non faceva il critico letterario ma lo storico dell’arte, che non si chiamava Vittorio ma in un altro modo. Il Vittorio del romanzo è quindi una figura altra da quella che io ho conosciuto. Tuttavia quei principi di generosità intellettuale e di rigore, che io ho conosciuto per mia esperienza di vita, mi hanno spinto a provare a darne rappresentazione in un romanzo.

9. Attraverso la storia di Vittorio, o meglio della sua assenza, scopriamo che alcune donne sono entrate nella tua vita, ma sempre senza colmare la vuotezza di cui ti sei fatto prigioniero; e non a caso, con un po’ di cinismo e un po’ di maschilismo, le tue amanti – inventate o reali che siano – le tratti con cortese disprezzo. In Piccolo testamento diventano dei corpi, e alla fine neanche più degli oggetti sessuali. Perché?

In realtà in questo c’è una forma di uguaglianza: è vero, il protagonista di Piccolo testamento tratta le sue amanti come puri corpi, ma allo stesso tempo concepisce se stesso come puro corpo. Insomma: usa e si lascia usare. Questo perché, come si dice con un luogo comune, “è morto dentro”. E dunque cerca di essere vivo fuori, abbandonandosi a una frenesia sessuale che è un sostituto della vita. Ma sciocco e inefficace.

10. In Piccolo testamento racconti anche della tua prima esperienza in qualità di scrittore, delle letture dei tuoi racconti al critico Vittorio, nonché di come sei arrivato alla pubblicazione. Non hai l’impressione d’aver, involontariamente, fatto del gossip intorno all’industria editoriale piuttosto che della vera letteratura?

Da un lato credo di aver reso – utilizzando pezzi della mia vita vera – più credibile il profilo del protagonista del romanzo. Dall’altro ho giocato a nascondermi: è vero che, come me, l’io narrante ha scritto e pubblicato Sorvegliato dai fantasmi, ma è anche vero che ha in uscita un romanzone ambientato a metà anni Quaranta che io non ho scritto e non mi sogno di scrivere. Perché in fondo di me nulla importa, mentre importa il tasso di credibilità del testo.

11. Il tuo Sorvegliato dai fantasmi non fu molto ben accolto, perlomeno non da chi allora ti recensì su Il domenicale: “Non ci fosse la storia della letteratura, non ci fosse Dürrenmatt e la O’Connor, Cortázar e Landolfi, si sarebbe tentati di gridare al miracolo. Perché questo è un tempo in cui vengono sfornati una quantità di libri assai curati, onesti, non pretenziosi e felici. Come questo di Gabriele Dadati, che pur essendo giovanissimo (1982), scrive già come un vecchio lupo di mare. E non lo diciamo esagerando”. Sbaglio o la critica su Il domenicale non l’hai proprio mandata giù? Ne parli anche, citando parte della recensione, in Piccolo testamento: era davvero necessario?

Al contrario: Sorvegliato dai fantasmi fu molto ben accolto, sia dalla critica sia dai lettori, a tal punto di entrare tra i finalisti come “Libro dell’anno” per Fahrenheit di Radio 3 Rai e da meritarmi la convocazione nel progetto Scritturegiovani del Festival letteratura di Mantova. In più, fece due edizioni, che per un libro di racconti italiano nell’ambito dell’editoria indipendente è tanto. La recensione di Davide Brullo su “Il Domenicale”, tuttavia, coglieva nel segno: ero troppo bravo per essere vero. Ero un piccolo, detestabile maestrino di stile troppo lontano dalla vita vissuta. Chissà che ora non sia diventato un po’ meno bravo e un po’ più autentico.

12. Credi in Dio? E nell’uomo, in Gesù? E… credi nel Cristo?

Sì, credo in Dio. E credo in Gesù Cristo.

13. Qual è il tuo rapporto con la religione?

Sono convinto che il mondo sia stato creato e che la narrazione del cristianesimo sia una grande narrazione entro la quale trova spazio la mia piccola vita. Faccio fatica a condividere il Vaticano, per lo più, ma credo nella ferialità della fede.

14. A tuo avviso, perché oggi si è tornati a parlare del Cristianesimo e del Cattolicesimo? Non sono pochi gli autori, più o meno preparati, e i teologi che oggi si trovano sugli scaffali delle librerie. Laurana Editore ha di recente pubblicato un saggio a quattro mani, 10 buoni motivi per essere cattolici: tu, Gabriele, ti rispecchi nei buoni motivi propagandati da Giulio Mozzi e Valter Binaghi per essere un (buon) cattolico?

Credo che se ne parli molto perché la gerarchia (il Vaticano, la Chiesa: chiamala come vuoi) è sempre più lontana dalla gente. I fedeli non si sentono più rappresentati come un tempo e allora cercano di raccapezzarsi da soli. Benedetto XVI, di fatto, non ha il carisma di Giovanni Paolo II (che pure era un uomo dalle scelte non facili). Così, anche gli scrittori si interrogano.

Io sono molto interessato al modo in cui Mozzi e Binaghi hanno raccontato l’immaginario cristiano cattolico. L’hanno fatto con l’intento di mediare contenuti culturali non sempre affabili, di modo che qualsiasi lettore ci si possa avvicinare. Non si esce dalla lettura del libro convinti, ma un pochino più colti sì.

15. Il lavoro di Mozzi e Binaghi ha in qualche modo influito sulla stesura finale del tuo Piccolo testamento, che, tra un flashback e un altro, non manca di puntare il dito contro la Fede?

No, il mio libro era già terminato da tempo prima che loro scrivessero il loro.

In realtà non ci sono dita puntate contro la fede. Vittorio è ateo, l’io narrante invece non si pone neanche il problema, va alla deriva e basta.

16. Tutti noi, così temo, abbiamo perso almeno una persona a cui volevamo un bene del mondo. Supponiamo, per un momento e per assurdo, che tutti gli scrittori italiani si mettano a scrivere del loro dolore, dell’amata morta troppo presto, del fratello scomparso in guerra, e via di questo passo, e ti facessero arrivare i loro romanzi: li pubblicheresti? E se sì, a quali condizioni?

Il mio romanzo, in realtà, non ha come tema principale la morte di una persona cara, ma l’interruzione del rapporto maestro-allievo avvenuta anzitempo. Nell’Italia dei nostri anni lo scollamento tra la generazione di mezzo e i giovani è molto forte, e quindi una vicenda di educazione intellettuale è rara. Ancor più rara se spezzata, come succede in Piccolo testamento. Questo a me interessava narrare.

Pubblicherei, e pubblico, romanzi che mi sembrano belli e significativi. Belli per il modo in cui sono confezionati (non solo scritti, ma proprio confezionati: che vuol dire anche strutturati, bilanciati, immaginati ecc.) e significativi per il punto di vista che hanno su un dato tema. Che può benissimo essere la morte di una persona amata.

17. Oltre che a te, a chi credi possa tornare utile la lettura di Piccolo testamento? E: per quali motivi?

A me è tornato utile il fatto di averlo scritto. La lettura è riservata a coloro che vogliano fare esperienza di un lungo addio, del gesto che si compie quando una persona cara è morta e a un certo punto occorre dire: ecco, io apro le mani e ti lascio andare.

18. I cimiteri, le lapidi, il pensiero foscoliano intorno ai sepolcri, è ancora attuale? Perché il Gabriele di Piccolo testamento non è mai andato sulla tomba del suo amico Vittorio prematuramente scomparso?

Attenzione: sono io che mi chiamo Gabriele, mentre l’io narrante di Piccolo testamento non ha nome. Lui non è tornato, a un mese dalla morte del suo maestro, di fronte alla sua tomba. Io invece ho una certa consuetudine con i cimiteri, con tutti i cimiteri, anche dove non sono sepolte persone che abbiano in qualche modo a che fare con me. Dico una banalità: da come vengono trattati i morti, molto si capisce della società dei vivi (che ha poi come futuro quello di trascolorare a sua volta nella società dei morti).

19. Hai fatto pace con i tuoi fantasmi?

Neanche per idea. Spero che mi accompagnino nel viaggio, spero un giorno di essere tra loro.

Grazie, Gabriele. Sei stato molto gentile e paziente con me. Credo non ci sia bisogno d’aggiungere altro…

Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) ha pubblicato Sorvegliato dai fantasmi (peQuod, 2006; Barbera, 2008), premio Dante Graziosi e finalista come Libro dell’anno per Fahrenheit di Radio 3 Rai, e Il libro nero del mondo (Gaffi, 2009). Nel 2009 ha rappresentato l’Italia nel progetto Scritturegiovani del Festival della Letteratura di Mantova. Lavora per Laurana Editore, collabora con Booksweb.tv e scrive sul quotidiano “Libertà”.

COME COMINCIA

la prima volta che sogno Vittorio da quando non c’è più. In genere è raro che al risveglio ricordi i sogni, ancora più raro che abbiano a che fare con qualcuno che amo e se proprio succede non è mai uno dei miei morti. A parte questo s’è trattato di un sogno che non valeva niente, completamente privo di azioni: c’eravamo solo noi due, io seduto e Vittorio in piedi. Lui indossava un completo sportivo e la cravatta scura, io non so. Mi piacerebbe dire che aveva un’aria particolare, che nel suo sguardo c’era un grado di consapevolezza che non ho mai misurato nello sguardo di nessuno, ma non è così. Lo sguardo di Vittorio era consapevole quando era vivo, mentre nel mio sogno era solo sconsolato. In più non siamo riusciti a scambiare nemmeno una parola e anche questo non mi pare sia granché.

Gabriele Dadati – Piccolo testamentoLaurana editore – collana: rimmel (narrativa italiana) – pp. 128, euro 12.00

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