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  Libri e interviste  »  L'intervista di Salvo Zappulla a Cristina Zagaria, autrice del romanzo “Malanova”, edito da Sperling & Kupfer 08/11/2011
 

Malanova, di Cristina Zagaria

Recensione e intervista a cura di Salvo Zappulla

 

 

Raccontare una  storia realmente accaduta, dai contenuti  forti e drammatici,  quali i soprusi e  la violenza sessuale, e raccontarla in prima persona lasciando parlare la vittima, richiede grande sensibilità e delicatezza, oltre che estrema professionalità. Cristina Zagaria,  giornalista de “La Repubblica”, donna impegnata nel sociale, in questo libro (Malanova, edito da Sperling & Kupfer, pagg. 193, €. 17,00)  ha preso spunto da un fatto di cronaca avvenuto a San Martino di Turianova in Calabria, per scrivere questo romanzo, che va oltre la mera violenza esercitata su una tredicenne ingenua che aveva creduto di incontrare il suo principe azzurro e invece si ritrova tra le grinfie di un branco di lupi famelici. Malanova non vuole essere una risposta al fenomeno della violenza sui minori. ma una denuncia sociale che offre molti spunti di riflessione. Ignoranza, pregiudizi duri a morire, prevaricazioni possono diventare una trappola mortale in un paesino dell'entroterra calabro dove un malinteso senso dell'onore vorrebbe che gli scandali venissero insabbiati. Le malenove, le male notizie devono rimanere circoscritte entro le mura di casa. Così Anna Maria Scarfò da vittima, si trasforma in carnefice. Ha osato denunciare, ha osato alzare la testa e chiedere giustizia. Lei, una piccola donna del sud, ha osato infrangere le regole dell'omertà, e ora a subirne le conseguenze è tutto il paese finito tristemente nelle cronache dei giornali. Un paese che le si rivolta contro, additandola, perseguitandola, minacciandola per costringerla ad andarsene. La verità ha mille sfaccettature e ognuno ha la sua da imporre. Così i ruoli si invertono, Anna Maria diventa il bubbone da estirpare, la ragazzina svampita che si concede con leggerezza. Vittima due volte: degli insani piaceri di un branco di delinquenti e dell'ipocrita vigliaccheria di buona parte della comunità. Le donne soprattutto, determinate a difendere i “loro” uomini. L'uomo è uomo, si sa, è cacciatore, è quello che porta un pezzo di pane,  qualche scappatella gli può essere perdonata,  l'importante che la sera rientri a casa.  Ma ci sono anche elementi di grande riscatto in questa storia, personaggi di profondo spessore umano a fare   da contrasto: l'avvocato che difende Anna Maria nel processo, una donna caparbia ed estremamente determinata a ristabilire la verità, i carabinieri descritti con slanci poetici dall'autrice, i genitori della ragazzina disposti a sostenerla fino in fondo. Oggi gli aguzzini di Anna Maria Scarfò hanno scontato le loro pene, hanno ripreso le loro attività e probabilmente ritengono quei fatti solo un incidente di percorso, ma la vittima della loro violenza si porterà dentro un rapporto deviato nei confronti del sesso. Certi traumi infantili  si ripercuotono negativamente per l'intera esistenza.  La maggior parte delle nostre fobie e delle nostre insicurezze trovano le loro radici nella nostra infanzia, i traumi subiti in età evolutiva hanno effetti nefasti, a volte irreversibili, mostri tentacolari che in  anni di abusi e di sofferenze  si sono radicati nell'animo. Un romanzo intenso e coinvolgente, a tratti commovente, tremendamente attuale, duro,  scritto con chiarezza, senza equivoci e pietismi superflui. La tensione emotiva della trama cresce vertiginosamente con lo scorrere degli eventi. Cristina si addentra in un viaggio esplorativo nei labirinti dell'animo umano, apre voragini di miserie, percorre tragitti di profonda inquietudine con finezza di scrittura e acume narrativo. Una storia che suscita orrore, fastidio, risentimento, tristezza ma anche tanta tenerezza, apre alla speranza, ci fa capire che non bisogna arrendersi mai anche quando tutto sembra perduto. Un concentrato  esplosivo di sentimenti contrastanti, con la sua severa morale, in grado di smuovere le coscienze.

Cristina Zagaria, ha 35 anni. Nasce a Carpi, nel modenese, ma è solo una prima tappa. Vive cinque anni a Bergamo e poi torna in Puglia, a Taranto, città della sua famiglia, dove si diploma e si sente a casa. Però, appena laureata in Lettere, all'Università di Bari, riparte.

Frequenta la scuola di giornalismo di Bologna e diventata giornalista professionista A 25 anni viene assunta dal quotidiano La Repubblica e lavora nelle redazioni di Bologna, Bari, Roma, Milano.
Dal 2007 vive e lavora (sempre per La Repubblica) a Napoli, conquistata dalla città e, per la prima volta, decisa ad abbandonare i suoi vagabondaggi. In questi anni si è sempre occupata di cronaca nera e giudiziaria, ma ha lavorato anche per le pagine locali e nazionali della cultura e della politica.

Nel 2006 il suo esordio letterario, grazie a Luigi Bernardi, con il romanzo "Miserere: vita e morte di Armida Miserere” (Dario Flaccovio). Tra le sue pubblicazioni: un saggio sugli scandali universitari, "Processo all'Università. Cronache dagli atenei italiani" (Dedalo Edizioni, gennaio 2007); “L'Osso Di Dio” (Dario Flaccovio, novembre 2007), storia vera di 'ndrangheta, vincitore del premio Zocca Giovani 2008 e miglior libro dell'anno per Umbrialibri 2009; "Perché no" (Perdisa Pop, ottobre 2009), un romanzo breve ambientato a Napoli e ispirato a un caso di cronaca; “Malanova” (Sperling & Kupfer, ottobre 2010), storia vera di Anna Maria Scarfò, prima donna in Italia sotto scorta perché è stata minacciata di morte, dopo aver denunciato i suoi stupratori.
Di recente Cristina Zagaria è stata in Sicilia, ospite al Taobuk di Taormina organizzato da Antonella Ferrara. 

 Cristina, questa è una storia durissima per tutti gli effetti che si porta dietro, perché hai voluto raccontarla?

«Ci sono piccole storie italiane che per problemi di spazio, per micidiali regole (non sempre lineari e chiare) o per puro caso non vengono raccontate dai giornali e dalle televisioni sempre a caccia dell'ultimo scoop. Parallelamente al mio lavoro di giornalista, perciò, mi piace andare a scovare queste piccole storie, lavorarci con calma, con i tempi delle vecchie inchieste e poi raccontarle con il ritmo del romanzo...che trovo sia uno strumento narrativo di grande diffusione. Questa storia l'ho scelta perché spesso noi italiani ci infervoriamo in battaglie in difesa della donna in paesi lontani, magari di religione musulmana (vedi l'eco del caso dell'iraniana Sakineh), ma non sappiamo quello che succede nei nostri paesi del Sud».

Malanova a mio parere è un romanzo che si proietta in positivo, spinge a seguire l'esempio della protagonista, a incoraggiare altre vittime che hanno subito la stessa sorte. Sei d'accordo? Ritieni che la Giustizia sia efficiente?

«In questo caso la giustizia  ha funzionato bene, anche se con un processo dilaniante e lungo anni e che ha permesso agli imputati di scegliere formule di giudizio con pene ridotte (e su questo ci sarebbe da aprire un dibattito). Nella storia di Anna Maria Scarfò, comunque,  lo Stato c'è. Ci sono  i carabinieri, i giudici e c'è la legge sullo stalking che le assicura prima una scorta e poi una nuova vita in località protetta. Ma Anna Maria, per esempio, non ha mai avuto un vero sostegno psicologico. Se non ci fosse stata al suo fianco una donna forte e culturalmente preparata come l'avvocato Rosalba Sciarrone non so come sarebbe andata a finire. Comunque senza dubbio è una storia di riscatto e forza, un esempio positivo, anche per questo ho scelto di raccontarla».

Cosa si può fare di concreto per arginare il fenomeno della violenza sulle donne?

«Parlarne, senza pudore né paure. E poi ci vorrebbero leggi ancora più incisive, prima accennavo agli imputati che nel processo di Anna Maria Scarfò hanno potuto scegliere il rito abbreviato con uno sconto di pena di un terzo. Forse per certi reati  non dovrebbero essere ammessi sconti. Anche per quanto riguarda lo stalking, al momento c'è un vuoto normativo: la vittima dalla denuncia alla fine del processo non è tutelata».

Come si fa a conciliare l'attività giornalistica con quella di scrittrice, non c'è il rischio che si confondano i ruoli?

«Che significa confondere i ruoli? Io sono una giornalista e scrivo storie vere. Quello che cambia per me è solo il modo di lavorare (per i romanzi ho più tempo) e lo stile (nei romanzi posso permettermi periodi lunghi, aggettivi, descrizioni che sul giornale non troverebbero mai posto) per il resto il lavoro e il ruolo, per quanto mi riguarda, sono identici».

 

 

 

 

 

        

 

 

 
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