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  Libri e interviste  »  L'intervista di Salvo Zappulla a Viola Di Grado, autrice di “Settanta acrilico trenta lana”, edito da e/o 06/01/2012
 

Settanta acrilico trenta lana

                                                                                         Autrice: Viola Di Grado
                                                                                                       Edizioni e/o
                                                                                                  Collana: Dal mondo
                                                                                                               Euro: 16.00

 

Viola Di Grado

Un caso letterario alle pendici dell’Etna                                                                           
di Salvo Zappulla

 

Ero piuttosto scettico, prima di leggere questo libro d’esordio di Viola Di Grado, forse anche un po’ prevenuto: per la sua giovanissima età,  per la gran cassa attorno ad esso,  i casi editoriali spesso costruiti ad arte dalle case editrici. Come può un autore a soli 23 anni (lei afferma di averlo scritto a 21) diventare un caso letterario? Vincitrice del Campiello Opera Prima, finalista allo Strega, e tutta una serie di altri riconoscimenti che non elenco per ragioni di spazio. Ma a parte i premi, sono i lettori che ne hanno decretato un successo straordinario, quell’incredibile eco che si sviluppa attorno a un evento che contiene elementi innovativi.  Io, che pur sono un genio, a 23 anni andavo in giro con i calzoni corti,  il lecca lecca e avevo appena imparato a contare fino a dieci aiutandomi con le dita. Eppure può. Come diceva un noto personaggio catanese: “C’è chi può e chi non può”.  Saranno i tempi che cambiano, i superconcentrati, i supervitaminizzati che accelerano il processo di crescita, fatto sta che sono ancora qui a girarmi e rigirarmi tra le mani “Settanta acrilico trenta lana”, edito da  e/o, come avessi scoperto un tesoro di inestimabile valore. Dicevo, ero piuttosto scettico sul libro di Viola,  salvo poi rimanere fulminato al primo rigo… Un giorno era ancora dicembre. Specialmente a Leeds, dove l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima…  Un colpo di pistola sparato a bruciapelo sulle  tempie del povero lettore, il quale senza avere il tempo di farsi il segno della croce si ritrova proiettato in una dimensione allucinatoria, Leeds appare come l’anticamera della sedia elettrica, il braccio della morte.  Naturalmente Leeds è una città come tutte le altre, con i suoi pregi e i suoi difetti. E’ la protagonista del romanzo, Camelia, che la fa assurgere a specchio dei suoi tormenti. La vita non è né bella né brutta, è quella che noi  viviamo. Leeds come lo specchio di Ching-Nung Yang: Mentre l’imperatore fissava il suo volto riflesso nello specchio, esso divenne prima una macchia rosso sangue e poi un teschio al quale gocciolava il muco. L’imperatore si girò inorridito “Vostra altezza” disse Shenkua, “non rivolga altrove lo sguardo. Ha semplicemente visto il principio e la fine della Sua vita”.

    Viola Di Grado manipola la scrittura, la impasta, la domina, la piega al suo volere, la reinventa: …rendendomi parte dell’universo dolorosamente azzurro dei suoi occhi… Oppure: Leeds era paralizzata sotto un busto ortopedico di neve. E ancora: …come un demone innaffiato a tradimento dallo spirito santo…Il sindaco s’era fatto eleggere con lo slogan:“Meno inverno per tutti”.  Per citarle tutte bisognerebbe ricopiare buona parte del romanzo. Lampi, saette e squarci nelle tenebre. Frasi che sono  distillati di letteratura, come fuoriuscite dall’alambicco che gli apicoltori della mia zona utilizzano per produrre la preziosa grappa di quaranta gradi che ti fa uscire il fumo dalle orecchie al primo sorso.  Ne restituiscono la purezza molto spesso inquinata da velleitari sperimentalismi linguistici di scarso effetto. Ecco, se davvero è esistito un Angelo Vendicatore, questo romanzo di Viola è l’Angelo che ripara ai torti subiti dalla lingua in questi ultimi anni. Oggi a saper scrivere sono in tanti (siamo, toh  mi ci metto pure io, crepi l’avarizia), la possibilità di studiare, di erudirsi è molto più estesa rispetto a qualche decennio addietro, ed ecco che si producono libri in serie, anche buoni, molto buoni, pregevoli, di enorme successo commerciale, ma nel complesso aggiungono poco al già esistente.  Ciò che fa la differenza tra uno che sa scrivere e lo scrittore in possesso dell’Arte  è la capacità di quest’ultimo di andare oltre la descrizione del quotidiano, degli eventi cui si è stati partecipi. Il grande scrittore non si limita a raccontare ciò che esiste ma rimodella la realtà a suo uso e consumo. L’Artista non racconta, crea. In poche parole deve avere una capacità visionaria, sconfinare oltre le nuvole, riportare sul foglio le  angosce e i mostri che si porta dentro. Ciò che Viola fa in questo romanzo. Camelia e la madre Livia, a causa del trauma subito, si circondano del vuoto, ognuna a modo suo eregge una barricata per difendersi dal dolore; una barricata fatta di neve marcia, di silenzi,  incomunicabilità, di buchi che diventano voragini, baratri esistenziali. Una storia dove interagiscono i sensi, le percezioni, l’intuito, le sfumature, i frammenti di tempo. Incomunicabilità, solitudine, mal di vivere sono il vero grande dramma con cui devono fare i conti  oggi la maggior parte degli esseri umani.  Gli ideogrammi, nel romanzo di Viola, avranno un ruolo determinante e in parte terapeutico.  Tutto sembra avvolto da nebbia sintetica, maleodorante, una cappa opprimente che soffoca gli animi dei protagonisti. Camelia nasconde gli oggetti, tagliuzza, strappa, recide, vorrebbe estirpare la vita attorno a sé, persino gli ingombranti brandelli di carne che la legano al suo corpo. E’ un urlo disperato il suo, un urlo muto che rimane imploso e per questo ancora più angosciante. Il finale lascia poco alla speranza. O forse tanto, giacché chiudendo l’ultima pagina del romanzo il lettore si rende conto che una  voce fresca, genuina, dissacratoria, strafottente è venuta ad arricchire il panorama letterario. Viola scrive con la sicurezza di chi sa che può permettersi qualunque cosa, nulla le è precluso, la penna nelle sue mani  diventa  un’arma micidiale. E non è poco di questi tempi.

 

                           

Intervista a Viola Di Grado

 

Viola, nel tuo romanzo si racconta la solitudine, l’incomunicabilità, il vuoto esistenziale, tutto è avvolto da un alone di fumo. Camelia sembra un personaggio senza speranza. E’ una figlia del nostro tempo?

Il simbolo di una generazione che non vede prospettive?

 

Lei non si sente figlia di nessun tempo, deturpa vestiti proprio per ribellarsi all'illusione che si possa condividere una qualche identità, compresa un'identità generazionale, ma magari lo è, figlia del nostro tempo. Io non lo so, forse lo sa il tempo.


Qual è la tua visione della vita e del futuro?

Il futuro c'è già, direbbero i cinesi. E' latente. E' qui insieme al presente e al passato. Come nel mio romanzo: in ogni piccolo simbolo volevo si potesse percepire la totalità della storia. Ed è come il presente: c'è tutto, orrida indifferenza e spiazzante bellezza, disperazione e possibilità di violente felicità.


Ho trovato la tua scrittura affascinante, frasi incise come graffiti sulla roccia, la scrittura innovativa è un punto di forza del tuo romanzo, ma tutta la storia regge e i personaggi sono di grande spessore, trasudano umanità, sofferenza, ognuno sembra isolato all’interno di un mondo tutto suo. Una storia in cui i sensi interagiscono, si amplificano, esplodono. Penso che l’insieme di questi ingredienti ne abbiano decretato il successo. Sei d’accordo? Ritieni che abbia sottovalutato qualche altro aspetto? 

Grazie. Non so cosa ne abbia decretato il successo, persone diverse hanno amato cose diverse. Io personalmente sono soprattutto fan delle sotto-trame simboliche che ho intessuto, ma tenevo anche ai linguaggi a circuito chiuso, che hai appena menzionato parlando dell'isolamento dei personaggi. 


Cos’è il bello? E cos’è il brutto? 

 

A volte il brutto è più creativo, implica una ribellione, una stortura. E proprio per questo a volte non è altro che devastante bellezza, che può distruggere tutto il resto o comunque lo sminuisce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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