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  Libri e interviste  »  L'intervista di Giuseppe Iannozzi a Fausto Vitaliano, autore di “Era solo una promessa”, edito da Laurana 12/04/2012
 

Fausto Vitaliano. Era solo una promessa

Gli anni '90 in un romanzo totale

Intervista all'autore

A cura di Giuseppe Iannozzi

 

1. Era solo una promessa, questo il tuo primo romanzo, Fausto Vitaliano. Un romanzo complesso, di grandi ambizioni. Come e perché ti è saltato in testa di passare da Topolino a un romanzo totale che racconta (anche) un tragico capitolo della storia italiana?

In realtà, ho cominciato a scrivere narrativa – o, almeno, ci ho provato – ben prima di fare lo sceneggiatore di fumetto. Parlo di più di vent'anni fa, ormai. Prima di “Era solo una promessa” avevo messo insieme cinque altri romanzi, una decina di short stories e una quantità imbarazzante di racconti. Ogni volta che mi proponevo a qualche editore, però, i manoscritti mi venivano rifiutati (in retrospettiva, posso dire che avevano ragione loro). Nel corso degli anni ho cercato di migliorarmi e di capire che cosa non funzionasse. Parallelamente, però, ho cominciato a lavorare per la radio, poi per la televisione. Sono diventato giornalista, ho lavorato per il teatro e, infine, ho ricevuto l'offerta di fare lo sceneggiatore per la Disney. Continuavo a scrivere romanzi e racconti, perché proprio non ce la facevo senza. Sono stato fortunato, giacché ho potuto comunque guadagnarmi da vivere attraverso la scrittura. E finalmente ho trovato un editore, Laurana, che ha apprezzato il mio lavoro.

2. In Era solo una promessa due eroi della giustizia italiana muoiono ammazzati in maniera più che mai tragica: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Accenni alla loro esecuzione attraverso Alessandro, personaggio principale del tuo romanzo, il quale apprende la notizia attraverso la tivù. Perché solo un breve accenno e non una più nutrita disamina di questa pagina nera di Storia?

Ho preferito che la cronaca tragica e recente del nostro Paese rimanesse sullo sfondo della vicenda in primo piano, ossia la storia d'amore tra Silvia e Alessandro e gli intrighi della famiglia Neyroz. Le vicende private e quelle pubbliche si incrociano diverse volte nel corso del romanzo. Potremmo dire che la storia d'amore altro non è che lo specchio di quanto sta accadendo loro intorno. Non a caso, l'accenno alla morte di Giovanni Falcone (mai nominato con nome e cognome, peraltro) accade il giorno in cui Silvia e Alessandro si lasciano.

3. Era solo una promessa è soprattutto una storia d'amore o un romanzo-denuncia?

Direi che è anzitutto una storia di formazione. Alessandro deve imparare a vivere, giacché nessuno glielo ha insegnato. Deve sapere qual è la sua posizione nel proprio spazio e nel proprio tempo, perché proprio non lo sa. E poi (ma lo dico sommessamente) è un romanzo che racconta la mancata evoluzione di un intero Paese, la sua incapacità di guardare veramente avanti, di lasciarsi finalmente alle spalle il proprio passato, l'inerzia che gli impedisce di crescere.

4. Alessandro è il personaggio principale del tuo primo lavoro letterario. Chi è Alessandro? A chi ti sei ispirato, se a qualcuno ti sei ispirato per disegnare il suo carattere?

Alessandro è un uomo che, più che vivere, si lascia vivere. Il mondo gli passa accanto e lui lo guarda come se fosse seduto sul sedile di un treno. Molte persone sono così, vivono così. Basta guardarsi intorno. Di certo, Alessandro non assomiglia a me.

5. Vittorio Neyroz, Giulio ed Edu Neyroz, Silvia Neyroz: loro, loro chi sono in realtà? Soltanto una famiglia che è riuscita a diventare oltremodo ricca, ma senza un reale peso politico nella società? Giulio Neyroz aspira al potere?

È una famiglia piuttosto tipica, rappresenta quel “capitalismo familiare” che è stato al tempo stesso la fortuna e la condanna del nostro Paese. Una “razza padrona” che ha dato sicurezza fintanto che l'economia girava bene, ma che ci ha messo nei guai ogni volta che si è presentata una congiuntura economica sfavorevole. È vero, i Neyroz dicono di voler ammodernare il luogo nel quale vivono, così come le grandi stirpi italiane dicevano di voler fare con l'Italia.

Il risultato mi pare sotto gli occhi di tutti.

6. Chi è Giulio? A chi ti sei ispirato per disegnare da capo a piedi la figura di questo mezzo yuppie che aspira a essere uomo di potere avanzando ideali apparentemente limpidi e ben lontani da quelli della gerontocrazia dominante?

Giulio Neyroz, in particolare, rappresenta una sorta di “evoluzione della specie” del capitalismo familiare cui accennavo. Ha studiato, è molto preparato ma non disdegna di ricorrere a scorciatoie pericolose – perfino a un accordo con la malavita – per perseguire i propri scopi. Egli possiede due morali: una che funziona per tutti e un'altra che va bene solo per lui. La storia italiana, soprattutto quella recente, è piena zeppa di gente come Giulio Neyroz.

7. Alessandro è un fotografo reduce da una tragedia familiare e da un libro di foto, che lui dice esser state appiccicate con lo sputo. Alessandro incontra, per puro caso, i Neyroz, entra in contatto con la famiglia e si prende una bella sbandata per Silvia Neyroz, la sorella di Giulio. Proprio Giulio dovrebbe prendere in mano le redini degli affari iniziati e portati avanti nel corso degli anni dal padre Vittorio; ma per riuscirci ha bisogno di Alessandro, che lavora nella redazione di “Modern”, rivista patinata e d'élite. Letizia De Santillana è il capo di Alessandro ed è per lui anche una sorta di madre adottiva, un po' tanto stronza però. Letizia e Giulio Neyroz stringono un patto, un patto del diavolo: l'ambizione ultima di Letizia è quella di poter dirigere un vero giornale e Giulio è pronto a offrirgliene uno nuovo di zecca, sempreché Alessandro si decida a realizzare un servizio sulla sua famiglia. Sia Letizia che Giulio vogliono qualcosa, qualcosa che è il potere! Entrambi, almeno a sentir loro, sono degli stinchi di santo. Chi è Letizia De Santillana? E, soprattutto, perché Letizia e Giulio stringono un patto che, perlomeno ai miei occhi, appare non poco luciferino?

Letizia è stata una grande giornalista, una leggenda. Ha viaggiato i quattro angoli del mondo, è stata sotto le bombe e ha una scheggia di granata conficcata da qualche parte. Ma poi si stanca della follia del mondo e cerca la tranquillità (che non significa “pace”: significa solo assenza di conflitto). Crede che Giulio Neyroz sia l'uomo in grado di garantirle questa condizione. Ma si sbaglia, anche perché tralascia di considerare chi veramente c'è alle spalle di Giulio. Non è che Letizia non lo sappia: lo sa, ma fa finta di niente. Anche questo è accaduto nel nostro Paese: il giornalismo si è voltato dall'altra parte e, salvo poche eccezioni, ha scelto di farsi parte organica del potere e di non raccontare più la verità. Specie se la verità può dare fastidio ai potenti.

8. Prima di incontrare Silvia, Alessandro teneva viva (ma con la respirazione bocca a bocca) una relazione con una certa Laura, una ragazza con non pochi problemi psichici, forse dovuti al fatto d'aver sempre vissuto nella bambagia. Tuttavia non è che Alessandro sia uno tutto a posto, tutt'altro: i suoi genitori sono rimasti polverizzati in un incidente ferroviario quando lui era solo un quindicenne bramoso di libertà. L'improvvisa dipartita della sua famiglia lo rende, quasi di colpo, ricco e libero. Alessandro ha pure lui i suoi “fantazi” che gli parlano consigliandolo e perseguitandolo. Che ruolo hanno i “fantazi” in Era solo una promessa?

I fantazi rappresentano il passato, che è la forza più potente esistente nell'Universo, quella che condiziona, nel bene e nel male, il nostro presente e il futuro che ci attende. Eliminare il passato non si può. Quello che si può ragionevolmente fare è scendere a patti con lui, cercare di farlo ragionare. Alessandro sostiene che se esistesse un farmaco in grado di cancellare quello che abbiamo fatto il giorno prima, questo andrebbe a ruba più dell'aspirina. Probabilmente è vero, giacché l'assenza del passato, l'assenza di ricordi (e, quindi, l'assenza di fantazi) significa anche assenza di colpe e responsabilità. Temo tuttavia che non sarebbe una scelta particolarmente furba. Noi possiamo dimenticare il passato, ma il passato non si dimentica mai di noi.

9. Il tuo romanzo, Era solo una promessa, è costruito su tanti flashback che vengono svelati dalla stessa voce dei personaggi: un insieme di fotografie, un po' sgranate, quasi mai perfette e complete. Ti ha aiutato la tua lunga esperienza nella stesura delle storie di Topolino, e se sì, come?

Quello dello sceneggiatore di fumetto (e, immagino, anche quello del cinema) è un lavoro meticoloso, puntiglioso. Le sceneggiature non sono un racconto, bensì uno strumento di lavoro che viene utilizzato da un disegnatore, il quale dovrà tradurre in immagini le descrizioni contenute. Pertanto, occorre concentrarsi sui dialoghi (le parole scritte nelle “nuvolette”) ma anche sulla struttura della storia, sulla sua coerenza interna, sulla messinscena. Sceneggiare fumetti è stato fondamentale per capire dove il mio romanzo presentasse “buchi” di qualche genere. È possibile (anzi, probabile) che in 450 pagine qualche buco sia rimasto. La disciplina dello sceneggiatore mi ha comunque aiutato a fare in modo che i buchi non diventassero voragini.

10. Sono dell'avviso che Era solo una promessa non sia frutto di pochi mesi di lavoro, è difatti un lavoro molto organico e viscerale: quando hai iniziato a scrivere il romanzo? E: come ti sei mosso mentre procedevi nella scrittura?

Ho iniziato la scrittura sul finire dell'estate del 2010. La prima stesura è stata piuttosto rapida. Il lavoro più importante è stato quello di revisione e di riscrittura. Ho cercato di seguire più strettamente possibile la successione degli eventi, evitando di scrivere “in anticipo”, così da evitare errori di coerenza narrativa. Scrivevo blocchi di 30-40 pagine che poi rivedevo fino a renderli accettabili. E così via.

11. Ci sono degli autori classici che in qualche modo hanno influenzato il tuo stile?

Non so se possa essere considerato un classico, ma la rilettura del Grande Gatsby di Fitzgerald è stata una inesauribile fonte di ispirazione.

12. E se adesso ti chiedessi chi, secondo te oggi come oggi, val la pena di leggere, quali nomi faresti?

Per l'architettura narrativa, Gabriel García Marquéz. Per la profondità della visione dell'animo umano, Hemingway (i racconti). Per l'elettricità della scrittura, Martin Amis.

13. Tangentopoli esplose venti anni or sono. L'Italia è cambiata rispetto a ieri, in meglio o in peggio? In tutti gli ambiti, nonostante il gran lavoro di pochi valorosi eroi al servizio della giustizia e non del solo nebuloso Stato italiano, la corruzione è purtroppo grottesca attualità. Come te lo spieghi?

Secondo Sergio Romano, l'Italia patisce un problema che egli fa risalire alla figura di Garibaldi. Noi siamo un Paese basato sull'azione estemporanea anziché sul progetto. Ci affidiamo a gli “uomini della Provvidenza” sperando che questi risolvano tutti i nostri problemi, salvo poi scaricare su di loro anche le responsabilità dei nostri fallimenti. Mi ha colpito un'intervista rilasciata da Francesco Saverio Borrelli, che del pool di Mani Pulite era il capo. Il magistrato disse che noi italiani eravamo disposti ad appoggiare la lotta alla corruzione fin tanto che nessuno ci avesse tolto la “modica quantità” di corruttela che ci consente di avere apparenti vantaggi (il vigile che ci toglie la multa, l'impiegato del catasto che chiude un occhio su una visura). Quando gli italiani si accorsero che lotta alla corruzione significava anche lotta ai privilegi, non ne vollero più sapere e cominciarono a strillare contro la magistratura e il “clima di terrore” che si stava instaurando. Perciò, quando si parla di “Stato dobbiamo fare attenzione che non sia una definizione troppo astratta. Lo Stato siamo noi. Lo Stato funziona come noi lo facciamo funzionare. Uno Stato corrotto è composto (almeno, dal mio punto di vista) da cittadini corrotti o facili alla corruzione. Non esiste una “regia occulta” che trama contro il cittadino onesto, così come non esiste una “Società civile” sana e limpida che si contrappone alla politica bieca e marcia. Una volta Beppe Grillo (quando ancora era sano di mente) disse: “Noi siamo i socialisti di noi stessi”.

14. Qual è la tua opinione sul sedicente governo tecnico di Mario Monti? Si stava meglio con Berlusconi, o sarebbe auspicabile un ritorno ai vecchi sistemi, a quelli di Romano Prodi o addirittura di Massimo D'Alema?

Ho sinceramente smesso di seguire la vicenda politica. Leggo raramente i giornali. Appartengo a un'altra generazione. I miei punti di riferimento non esistono più. I tempi mi hanno sorpassato (ed è giusto che fosse così). Preferisco occuparmi di altro.

15. Non ci sono note di ringraziamento in Era solo una promessa. E' piuttosto strano ma non impossibile: chi oggi scrive sembra non possa far proprio a meno di ringraziare una miriade di persone. Tu, invece, non ringrazi nessuno, nessuna platealità.

Mi è stato fatto notare anche dalla mia casa editrice. No, nessun ringraziamento plateale. Ringrazio ogni giorno chi mi ha aiutato e sostenuto. Ma si tratta di una faccenda personale.

16. Fausto Vitaliano, raccontaci un po' di te, possibilmente iniziando dal tuo “Daquando”.

Temo che la mia vicenda personale non sia granché interessante. Permettimi di dire che ciascuno di noi dovrebbe comprendere bene il proprio “Daquando”, ossia il momento che ha fatto in modo che siamo diventati ciò che siamo. Il mio, in particolare, fu il momento in cui avrei dovuto rispondere “No, grazie” e invece ho detto “Va bene, d'accordo”. Non dico che, tornando indietro, non lo rifarei. Dico che quello è stato il momento in cui la mia personale traiettoria nell'Universo ha subìto la deviazione decisiva, quella che mi ha portato qui.

17. Perché leggere Era una sola promessa?

Se ti dovessi dare una risposta sincera, ti direi che ci sono in giro un sacco di romanzi assai più interessanti e scritti assai meglio del mio. Per evitare di sminuirsi troppo (altrimenti il mio editore si incazza) ti dirò che il mio romanzo racconta un personaggio e la sua storia. Potrà risultare una storia ordinaria, potrà essere raccontata in modo superficiale, ma è una storia. Un arco narrativo, come si dice. Alessandro parte da qui e arriva qui. Sembra poco, ma mica tanto.

18. In veste di critico, se io fossi il tuo editore presenterei il romanzo al premio Strega.

Giuseppe, credimi: sei troppo gentile. Ma ti ringrazio moltissimo.

Fausto Vitaliano (Olivadi, Catanzaro, 1962) è uno degli sceneggiatori di punta di Disney Italia. Scrive da molti anni storie per “Topolino” e altre testate del gruppo. Collabora con gli editori Feltrinelli e Rizzoli: ha curato, tra gli altri, volumi di Beppe Grillo (Tutto il grillo che conta) e di Michele Serra. Con quest'ultimo ha scritto il monologo Tutti i santi giorni, prodotto dal Teatro dei Filodrammatici di Milano. Ha pubblicato due saggi per Giunti-Motta Junior.

 

Era solo una promessa Fausto VitalianoLaurana editore – collana Rimmel (narrativa italiana) – Isbn: 978-88-96999-12-7 – pp. 448 – € 18,00

 

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