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  Libri e interviste  »  L'intervista di Giuseppe Iannozzi a Laura Liberale, autrice di “Madreferro. Saga familiare minima”, edito da PerdisaPop 11/05/2012
 

Laura Liberale. Intervista

Madreferro. Saga familiare minima

a cura di Iannozzi Giuseppe

PerdisaPop

In libreria dal 6 giugno 2012

Laura Liberale su Facebook

http://www.facebook.com/laura.liberale

 

 

1) Prima di quelle che saranno delle domande un po’ particolari, in alcuni casi forse fastidiose e/o impertinenti, cara Laura Liberale, ti porgo ora una richiesta semplice: in quanto autrice, come si è evoluto il tuo modo di scrivere dopo il tuo esordio letterario con Tanatoparty (Meridiano Zero)? Sei passata da un lavoro di pura fiction a uno che è, a mio avviso, in parte autobiografico e confessionale, e solo in minima parte di finzione.

Tanatoparty, come ben sai, ha avuto tre diverse stesure. In Madreferro, invece, la narrazione è fluita, da subito, quasi definitiva nella sua totalità (una breve totalità – anche stavolta – visto che il racconto lungo, o romanzo breve che dir si voglia, mi è congeniale). Forse è stato per via del tema (elementi autobiografici, sì, liberamente romanzati), forse anche grazie a una maggiore sicurezza circa i miei mezzi, ma mi sento di dire che c’è stata sicuramente una maturazione.

2) Madreferro è edito dal Gruppo Perdisa Editore, nella collana Arrembaggi diretta da Antonio Paolacci. Sarà in libreria a partire dal 6 giugno. Madreferro è una saga familiare minima: leggendo Madreferro mi sono tornati in mente Aspetta primavera, Bandini di John Fante, Le correzioni Jonathan Franzen, La casa degli spiriti di Isabel Allende. Tuttavia qualcosa non mi torna: perché “minima”?

Perché non ha le dimensioni della saga! Ecco, ossimoricamente, è una saga minima, ridotta.

3) Citi James Hillman: “Ma forse la guarigione può iniziare soltanto quando ci saremo lasciati alle spalle il mito della madre.” È dunque Madreferro un romanzo che parla di una guarigione interiore, dell’affrancamento da quella “teoria” che “attribuisce” un “potere fatale” alla Madre?

Ho molto amato Il Codice dell’Anima di Hillman, da cui ho tratto la citazione.
Madreferro
parla di miti personali e collettivi, di destino e vocazione, di chiamata. Non c’è guarigione per la protagonista, ma per me c’è stata sicuramente, in corso d’opera, la chiusura di alcuni conti aperti, una scrittura “fattiva”, “performativa”: parola-atto quasi rituale.

4) Citi inoltre Robert Pogue Harrison: “Vi sono dei momenti in cui c’è bisogno dell’aiuto dei morti”. E Madreferro parla anche dei tuoi morti, dei tuoi antenàti. Chi sono i morti, i tuoi morti? E: è, a tuo avviso, possibile liberarsi una volta per tutte della necessità di chiedere l’aiuto dei propri àvi?

I miei morti sono ciò che io sono e ciò a cui mi ribello, ciò che mi fonda e ciò da cui devo affrancarmi.
Pogue Harrison ha scritto: “Se il campo d’azione dei morti si limitasse ai nostri geni, la storia sarebbe più semplice e senza dubbio più assennata; ma male o bene che sia, i morti non si accontentano di abitare solo nei nostri geni, perché i geni non sono mondi, e i morti cercano soprattutto di condividere i nostri mondi”.
È questo il punto: onorare tale condivisione.

5) In Madreferro ci sei (anche) tu, Laura Liberale. Credo questo sia innegabile. Sei tu che torni là dove sei nata e la gente ti ha visto crescere per poi andare via. Torni in quei luoghi per iniziare una ricerca: “[…] forse sono tornata per scoprire, fra queste, la mia imprimitura più vera, seguendo la mappa realizzata da un’altra donna, Georgina de Martignac”. Che tipo di eredità, tutta da decifrare, ti ha lasciato Georgina?

Dai per scontato che Georgina e il suo bell’album di disegni non siano pura invenzione…
E fai bene! Ma ho cambiato un po’ le carte in tavola. Per Laura personaggio e voce narrante, l’eredità di Georgina è appunto una sorta di “mappa” per il ritrovamento e la ricostruzione di sé. Per Laura autrice è un’eredità di bellezza, un oggetto che non poteva assolutamente restare escluso dal suo mondo narrativo.

6) La genesi di Madreferro: quanta fatica e ricerca ti sono occorse per dare forma compiuta a questo non facile lavoro? Come hai lavorato?

In realtà è stato molto più facile che lavorare a Tanatoparty. E c’è voluto anche molto meno tempo. Le pagine in corsivo appartenenti al ventunesimo giorno narrativo sono nate per prime, di getto, poi è venuto tutto il resto. Il germe del romanzo risale comunque a molti anni fa: un racconto breve, “La poltrona (una strega per ogni bambina)”, con cui nel 2001 vinsi il concorso “ON WRITING-LEGGETE E SCRIVETE”, lanciato dalla casa editrice Sperling & Kupfer in collaborazione col Corriere della Sera online. Ho ritenuto che la storia meritasse uno sviluppo, che alcuni scheletri dovessero essere tirati fuori del tutto dall’armadio. C’era bisogno di risarcimento e di pacificazione (fra vivi e morti).
Quando ne ho parlato con Antonio Paolacci di Perdisa, mi sono espressa così: “È una mitopoiesi familiare con sconfinamento nel fantastico. La storia di un ritorno. Ritorno a un piccolo paese della campagna canavesana, in Piemonte. Una saga familiare minima, condensata massimamente. Il tentativo di recuperare uno spaesamento interiore, un estraniamento al limite della patologia, proprio col ritorno concreto al PAESE, alle radici. Buchi di storia generazionale, il taciuto, il celato, il dissimulato, il narrato di famiglia riconsegnati a se stessa, dalla protagonista, bambina-donna, in forma di cupa leggenda scritta col suo primo sangue, in bilico fra realtà e immaginazione. È la mia fascinazione per la Magna Mater, il Femminile nella sua ambivalenza, benevolo e malevolo a un tempo. È un affondo ctonio, nei recessi corporali, umorali, attraverso una lingua fortemente cesellata”.

7) Antonia De Alberto e Francesca Viglone. Nel tuo romanzo ci sono anche loro, in tempi remoti accusate d’essere delle masche. Furono dette le streghe di Levone. Contro di loro 55 capi d’accusa. Moriranno entrambe sul rogo il 7 novembre 1474. È questa una storia antica e non poco particolare, sono difatti coinvolte delle masche. Chi erano le masche piemontesi? Come sei incappata nella storia di Antonia e Francesca, e, soprattutto, che ruolo rivestono all’interno di Madreferro?

I destini infami delle donne (e non solo donne, naturalmente) accusate di stregoneria è un tema di grande interesse per me. Sono stata particolarmente colpita, poi, dalla tristissima vicenda di Antonia e Francesca perché Levone (che fa parte della Comunità Montana Alto Canavese) è uno dei luoghi della mia infanzia, essendo limitrofo al paese natio di mia nonna, la “piccola nutrice di serpenti” del romanzo. Nella storia di queste due donne sono incappata leggendo un testo: “Quando il Piemonte bruciava le streghe”, di Delfina Sissoldo Fiorini, Daniela Piazza Editore. Inserendole nel romanzo ho voluto onorarne la memoria.
Il termine “masca”, che in Piemonte vale “strega”, ha forse un’origine francese, e nelle fonti medievali si accompagna
spesso alla parola “stria”, di più non so dirti.

8) Meo. Chi era Meo? “Una delle due sorelle, la maggiore, ti prende per mano e ti porta via. Ven cun mi, ti dice con un raschio di voce, e tu la segui di sopra. Si siede sul tuo letto, ti guarda rapace, sotto la crocchia ha un ghigno, l’occhio è solo razzia, depredazione. Si denuda il petto, si soppesa le grosse mammelle, se le stropiccia fissandoti, poi solleva la gonna e allarga le gambe. Non porta mutande, le calze nere sono arrotolate al ginocchio. […] E tu, Meo? Tu vedi ciò che non avresti dovuto vedere e che potresti andare a raccontare nei paesi vicini, per questo si sbarazzeranno di te nel modo più semplice, facendoti internare”.

Un personaggio di pura fantasia.

9) E Daniele, chi è stato per te Daniele? In Madreferro lo ritrai come un tuo ex, che gli anni hanno rovinato, forse perché tu lo hai abbandonato a stesso, lasciandolo in balia della sua fragilità.

È un ex della voce narrante, che, come ben sai, può coincidere solo parzialmente con la persona reale dello scrittore.
Per le confidenze e le rivelazioni ti do appuntamento in privato…

10) In Madreferro ci sono anche dei non poco taglienti accenni alla sinofobia. Alcuni italiani nutrono davvero un sentimento anticinese? Per quali motivi?

Penso ai cortei anticinesi che certi movimenti nostrani di estrema destra s’ingegnano a organizzare, ma soprattutto a un sentimento largamente diffuso, un ragionamento temibilmente semplicistico che ho cercato di sintetizzare nelle parole meschine e superficiali di uno dei miei protagonisti: “Quelli arrivano con le loro conigliaie familiari e le borse piene di soldi. Approfittano della crisi, comprano in contanti da chi non riesce più a tirare avanti e coi prezzi stracciati dei loro commerci ammazzano qualsiasi concorrenza (…) Sono loro il pericolo. Mimetici, resistenti, inafferrabili”.

11) C’è un’urna con dei fiorellini… Hai voglia di parlare del dramma, del mistero, delle ceneri che questa urna contiene?

Nel romanzo è un’urna doppia, contenente le ceneri di entrambi i genitori. Nella realtà è quella di mio padre, morto nel 2004. Ma di questo abbiamo già parlato, Giuseppe, e lungamente.

12) “Penso a mia nonna occhigrigi, nata poco lontana da qui, al serpente inoffensivo che da bambina nutriva a latte, la ciotola posata sotto l’albero, lei accucciata ad aspettare che quello uscisse, finché sua madre la scoprì e glielo ammazzò a bastonate”. A tuo avviso, Laura, perché il serpente, dalla notte dei tempi, viene identificato con il Male, con la corruzione dell’animo umano?

Al di là degli immediati riferimenti all’astutissima bestia tentatrice del libro della Genesi o al dragone – “il serpente antico” – dell’Apocalisse, e senza andare a indagare le mie reminiscenze iconografiche e mitologiche relative ad altri ambiti culturali, mi viene da risponderti, abbastanza banalmente: perché è una creatura sotterranea, mutevole, velenosa e decisamente brutta. È più o meno quel che ti direbbe un bambino. Ma i miti non sgorgano forse dall’Infanzia aurea dell’Umanità?

13) Credi nelle streghe e, più in generale, nel mondo dell’occulto? Motiva la risposta, per cortesia.

Solo in quelle della Rowling. Il mondo dell’occulto mi affascina da sempre, così come mi affascinano i miti e le leggende, ma giuro che quando stavo a Torino non ho mai frequentato circoli esoterici…

14) Nutri fede in un credo religioso? Credi che l’uomo abbia un’anima immortale e che non sia una semplice macchina biologica?

Non nutro alcuna fede in un credo religioso particolare, ma spero in un senso e in un compimento.

15) In Madreferro parli di un piccolo cimitero. Che valore hanno oggi le tombe per chi ha perso i propri affetti? Sono ancora validi quei versi di Ugo Foscolo che cantava: “Proteggete i miei padri. Un dì vedrete/ mendico un cieco errar sotto le vostre/ antichissime ombre, e brancolando/ penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,/ e interrogarle […]”.

Mi tocca citare di nuovo Pogue Harrison: “Perché fintanto che pensiamo alle nostre abitazioni, alle nostre città e nazioni solo come luoghi in cui vivere, e non come posti in cui morire, quelle stesse case, città e nazioni non potranno mai diventare vere case (…) Una casa è un luogo di chiusura nell’apertura della natura, dove i morti, grazie alle attenzioni dei vivi, continuano a condurre la loro vita postuma e promuovono gli interessi dei non ancora nati”.
I cimiteri sono un’estensione della “casa”, luoghi di cura e di relazione. Quando mi reco in un nuovo posto, cerco sempre di visitarne il cimitero, soprattutto se monumentale o particolarmente vetusto. Anzi, ti anticipo qui che sono in cerca di editore per un’antologia di racconti che sto curando… racconti
cimiteriali (e non di horror si tratta!).

16) Venerdì 11 Maggio 2012, Madreferro sarà presentato in anteprima al Salone del libro di Torino: hai già una qualche idea di quello che dirai?

Solo a grandi linee.

17) Posso dire che Madreferro è un romanzo di gran lunga superiore al tuo precedente Tanatoparty, o in qualche modo ti reco offesa?

Fortunatamente i romanzi non si offendono, e io, come persona, mi impegno sempre a prendere una sana distanza dai giudizi espressi sul mio lavoro. Comunque lo credo anch’io. In termini di autenticità, di consapevolezza, di pensiero e scrittura.

18) Qual è la differenza sostanziale fra fiction e Letteratura (o cultura alta, come qualcuno ama definirla)?

Non mi piace questo manicheismo, Giuseppe. A parer mio, la distinzione andrebbe fatta solo tra buona e cattiva scrittura, tra potenza e debolezza espressiva, tra opere “sorgive” e semplici paraculate di mercato.

19) Dopo due romanzi all’attivo, diverse raccolte poetiche, traduzioni e molto altro ancora, hai già delle idee in merito ai tuoi progetti futuri?

Per fartela proprio breve, sto lavorando a un terzo romanzo, aspettando la grazia di nuove poesie, e ho in ballo delle registrazioni musicali a cui tengo molto.

20) Grazie infinite, Laura Liberale. Le domande non erano poche e soprattutto non erano facili, e alcune – non lo nego – erano un po’ fastidiose. Per mia esperienza, posso dire che non tutti avrebbero avuto il coraggio di rispondere. A Te, Laura, ogni bene in campo professionale e personale.

Contraccambio, Giuseppe caro.

Laura Liberale è nata a Torino nel 1969 e vive a Padova. Studiosa di Religioni e Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente, dopo la laurea ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Studi Indologici. Dal 2006 tiene corsi e seminari di scrittura creativa. Autrice di saggi indologici, insegnante e bassista, ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e narrativa.
Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo, Tanatoparty (Meridiano Zero) e la silloge poetica Sari – poesie per la figlia (d’If); nel 2011, la raccolta di poesie Ballabile terreo (d’If). È inoltre tra gli autori di Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012).

Madreferro. Saga familiare minimaLaura LiberalePerdisaPop Collana Arrembaggi diretta da Antonio Paolacci – pagine 152 – Isbn 978 88 8372 584 5 – euro 10,00

 

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