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  Letteratura  »  Vite brevi di tennisti eminenti, di Matteo Codignola, edito da Adelphi e recensito da Grazia Giordani 07/02/2019
 
Un tris vincente di Matteo Codignola



Quando si dice il caso. Del resto anche il celebre romanzo di Irene Némirovsky era chiuso in una valigia e ne abbiamo scoperto il fascino molti anni dopo. E così in una valigia di un collezionista, amante del tennis, sono racchiuse foto del passato che, capitate sotto gli occhi di Matteo Codignola, diventano una silloge stuzzicante. Pubblicato da Adelphi, ci riferiamo a «Vite brevi di tennisti eminenti». (pp.290, euro 22), una curiosa sintesi che non appassionerà solo i cultori della racchetta, perché l’autore ci mette sotto gli occhi solleticanti sorprese, e almeno una scoperta dietro a nomi e volti ormai esotici – Gottfried von Cramm, Beppe Merlo, Pancho Gonzales - si nasconde qualcosa di cui il tennis arcaico era intessuto, mentre quello sopravvalutato di oggi, sembra averne smarrito anche il profumo. Quindi, leggendo questo curioso fresco di stampa, è come se ci addentrassimo dentro un inaspettato intrico di sfiziosi racconti.
L’Autore non nasconde di amare forsennatamente il tennis e sostiene di aver compreso, alla vista di quelle foto, anni Cinquanta Sessanta, prima che nascesse il professionismo dei nostri giorni, ovvero prima dell’ Open 1968, che aveva trovato le storie ad hoc. Accortamente, a questo punto ha scelto 20 fotografie e le ha corredate di un’accurata didascalia quasi un capitolo. La sua originale silloge illustrata assurge al massimo livello di uno sport d’élite, non proprio popolare come il calcio.
Certo, il compito a Codignola ci sembra, maliziosamente, esser stato due volte più facile, in quanto tennista di valore non indifferente e, nel contempo, editor e traduttore di Patrick Mc Grath, Mordecai Richler, Patrick Dennis e John Mc Phee. Quando si dice aver le mani in pasta.
Restiamo incantati dalla nobile eleganza del barone Gottfried von Cramm, eppre, forza della contraddizione, «il più nobile giocatore a non aver mai vinto Wimbledon», o come quella di Eleanor Teach Tennant, la prima grande coach della storia del tennis: indipendente, sessualmente libera, quindi molto à la page, accolta a braccia aperte dalla Hollywood che conta, affezionatissima alle sue allieve.
Il più grande di sempre gli appare il losanghelino Pancho Gonzales (1928-95), purtroppo non conosciuto dalla grande massa, quella che solitamente sbraita nei campi da calcio. Inutile sottolineare che questo tennis è un’altra storia. Da evidenziare che nel 1969 , quarantunenne, Gonzales vince a Wimbledon la partita più lunga, mai giocata fino a quel momento.
A un certo punto Codignola si chiede quale sia il rapporto tra tennis e letteratura. A suo avviso, nel tennis c’è una grande ricerca della Bellezza, dell’eleganza nel gestire, nel modo di porgersi. Quindi, si verifica un parallelismo nel cercare la partita perfetta e la parola più originale e adatta per un bello scritto.
Sottolinea, inoltre l’autore di amare i talentuosi, ma sia nel tennis che in letteratura non basta il solo talento. E porta esempi concreti con nomi e cognomi. E il discorso si allarga ancora di più. Fino ad arrivare al raffronto fra tennis e editoria. E sempre più Codignola è di casa in questo singolare libro con foto d’epoca ed elegante linguaggio d’oggi, in cu il raffinato lessico, rafforzato da immagini virato seppia, ci affascina perché tutti conosciamo il potere forte dell’immagine.
Di Matteo Codignola Adelphi ha pubblicato anche «Un tentativo di balena» (2008) e «Mordecai»(insieme a Mordecai e Noah Richler, 2011).


Grazia Giordani


www.graziagiordani.it


 
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