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  Letteratura  »  Patria, di Fernando Aramburu, edito da Guanda e recensito da massimolegnani 27/03/2019
 
Patria – Fernando Aramburu – Guanda – Pagg. 540 – ISBN  9788823519107 – Euro 19,00



Leggo uno, due libri a settimana, eppure raramente parlo nel blog dei racconti e dei romanzi che ho letto. Non mi sento portato per fare, non dico una recensione, nemmeno una segnalazione che abbia un qualche costrutto sensato. È inutile che stia qui a dire i miei difetti, ma è un fatto che non sono in grado e provo una sana invidia per quelle recensioni ben organizzate, l’analisi, la trama, i punti salienti, i limiti di un libro, tutto sistemato con la cura di una tavola imbandita per la festa.

Ma nonostante questo voglio provare a parlare di Patria, che mi ha letteralmente rapito. È stato un regalo di Natale che una volta scartato avevo guardato con perplessità per la mole, oltre 600 pagine, e per il tema non dei più allettanti, la lotta senza quartiere tra irredentisti/terroristi baschi, l’ETA, e il governo centrale spagnolo, in un arco temporale di una trentina d’anni, dagli ultimi tempi di Franco all’abbandono delle armi nei primi anni del duemila. Avevo altre letture da completare per cui l’ho messo da parte per qualche giorno. Nel frattempo mi era venuta in mente la recensione che avevo letto sul blog di Pina Bertoli e sono andato a rileggerla. È stata la spinta che mi serviva per intraprendere il viaggio.

Ed è stato un viaggio pieno di sorprese e di fascino. Non mi era mai successo con un romanzo così corposo di arrivare in prossimità della fine e desiderare che per magia si raddoppiassero le pagine. Non amo le classifiche ma non ho il minimo dubbio ad affermare che Patria rientra di forza nella mia cinquina di libri preferiti di sempre, semmai il dubbio è sugli altri quattro.

Ma che cosa lo ha reso ai miei occhi un romanzo così speciale?

Innanzitutto l’intreccio sapiente tra la tragica Storia recente della sua terra (Aramburu, l’autore, è basco) e le storie che racconta. Le vicende reali non sono semplice cornice degli eventi inventati, non esiste una linea netta che separi il vero dal verosimile, leggendo non sai, e non t’interessa sapere, se quel determinato episodio sia successo veramente o meno, tutto esiste, allo stesso modo in un’unica dimensione che è la letteratura.

Aramburu è un narratore equidistante, non prende una posizione politica pro o contro l’indipendenza della sua terra, rinuncia alla retorica della partigianeria, ma ha uno sguardo dolente e appassionato su un mondo che si sgretola tra attentati, torture e detenzioni, tra odi intransigenti, piccole o grandi meschinità, e difficili gesti solidali.

La trama è quanto mai semplice, due famiglie di un paesino basco, da sempre legatissime, si ritrovano per una serie di circostanze sui due fronti opposti. Naturalmente non esistono nel romanzo i buoni e i cattivi, esistono persone seguite con costante affetto da Aramburu nel loro destreggiarsi nella vita. Lui non ne giudica le scelte, non ne rimarca gli errori, tutto accade perché forse non poteva essere altrimenti. Soprattutto gli uomini sembrano seguire un binario loro assegnato dal proprio carattere e dall’ambiente, gli uomini vivono, muoiono, uccidono e vengono uccisi, ma sono le donne le vere protagoniste del romanzo, loro stabiliscono la direzione da imprimere alla propria vita, non seguono un binario prestabilito, ma mettono loro stesse le traversine dove ritengono giusto.

Comunque per ambientazione, trama e personaggi, Patria potrebbe essere un romanzo come tanti, è la scrittura a farne un’opera straordinaria.

Aramburu non rispetta la cronologia degli eventi, sembra che ti narri gli episodi così, a mano a mano che gli vengono in mente, come fosse seduto accanto a te, magari con un buon bicchiere di vino in mano (una bottiglia intera, visto quanto a lungo parla) e, alla tua richiesta di notizie sulla sua terra, improvvisi un resoconto caotico che punta tutto sull’immediatezza per essere compreso. A questo aggiungi che, come avviene nelle chiacchiere tra amici, lui passa dalla terza alla prima persona, dal passato remoto al presente all’interno di una stessa frase.

Un gran casino, insomma.

No, per niente. Il fatto è che Aramburu non sta affatto bevendo vino assieme a te davanti al caminetto, no, lui è chino a dipingere le tessere di un mosaico e ha perfettamente in mente il disegno generale ma preferisce pitturare ora un tassello che andrà in alto a destra, subito dopo uno da posizionare al centro, quindi un altro che va messo nell’angolo in basso a sinistra. E tu inizialmente apprezzi la bellezza dei singoli frammenti, ognuno un piccolo gioiello, e solo alla fine quando tutte le tessere saranno al loro posto guarderai stupefatto l’insieme del mosaico. Una meraviglia.


massimolegnani

 
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