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  Letteratura  »  Nota al saggio “Una stanza tutta per sè”, di Virginia Woolf, di Piera Maria Chessa 06/04/2019
 
Nota al saggio “Una stanza tutta per sè”, di Virginia Woolf



Il saggio, intitolato inizialmente “Le donne e il Romanzo“, scaturisce da due conferenze che Virginia Woolf tenne nell’ottobre del 1928 davanti ad un pubblico tutto al femminile, i due scritti, modificati e ampliati, furono pubblicati, col titolo definitivo, l’anno successivo, il 24 ottobre 1929.

Il primo titolo nacque probabilmente dall’esigenza di capire quale tipo di rapporto ci fosse tra le donne e il romanzo riflettendo sulla vita delle donne dei secoli precedenti al suo, il cinquecento, il seicento, il settecento, con particolare riferimento al cosiddetto “periodo elisabettiano”, e soffermandosi su quel tipo di donna che aveva, o avrebbe potuto avere, se si fosse trovata nella situazione ideale, attitudine per la scrittura.
Un saggio, dunque, dedicato al mondo femminile. Lo sguardo attento di Virginia Woolf analizza principalmente due aspetti della loro vita.
Il primo riguarda l’istruzione, la possibilità di poter fare studi regolari, anche a livello universitario; purtroppo però questa possibilità si scontrava spesso con la realtà, perché le scuole e le università venivano frequentate quasi esclusivamente dagli uomini, le famiglie infatti investivano i propri soldi sui figli e non sulle figlie, le donne non avevano denaro, mezzi di sostentamento personale, si occupavano della casa e dei figli, questo veniva chiesto loro dalla famiglia e dalla società. E quando qualcuna, più forte e determinata, si cimentava nella scrittura e cercava un suo posto nel mondo, veniva derisa dal sesso maschile. Gli uomini invece scrivevano un numero elevato di romanzi, e paradossalmente parlavano quasi sempre di donne.
Ma quale era lo scopo? La figura femminile diventava unicamente uno strumento per accarezzare il loro narcisismo e migliorare l’autostima, con la convinzione che le donne fossero inferiori a loro in ogni campo. Se poi qualcuna insisteva nel coltivare la passione per la scrittura, gli uomini, indulgenti, potevano anche accettare questa possibilità, a patto naturalmente che la potenziale scrittrice si mantenesse fedele ad alcune indicazioni date da loro. Ma, si chiedeva Virginia Woolf, senza istruzione come potevano le donne vissute in quei secoli avere qualche possibilità di diventare delle buone scrittrici? Che esperienza di vita potevano avere, chiuse com’erano nelle loro case? Quante di loro, pur avendo del talento letterario, hanno avuto la possibilità di venire alla luce? Indubbiamente poche, tra queste Emily Bronte, Jane Austen, George Eliot e George Sand, alcune di loro scrissero inizialmente in forma anonima, altre, utilizzando nomi maschili.
Il secondo aspetto preso in esame da Virginia Woolf riguarda l’ambiente in cui vivevano, aspetto strettamente collegato a ciò che è stato detto in precedenza.
La vita della maggior parte delle donne si svolgeva principalmente dentro casa, poche quelle che osavano andare da sole in giro per la città, e ancora meno allontanarsi per vivere esperienze decisamente più complesse. La loro vita si svolgeva sostanzialmente nel soggiorno della propria casa, nessuna di loro aveva “una stanza tutta per sè” dove poter leggere, riflettere, scrivere in tranquillità. Le donne che avevano in qualche modo studiato, e che amavano scrivere, dovevano farlo in quell’unico ambiente comune; si possono immaginare le continue interruzioni, le distrazioni, dovute a quelli che venivano considerati i loro impegni primari. Potevano le donne, in condizioni così ristrette, trovare una strada diversa?
Sono state queste riflessioni a spingerla a cambiare il titolo del suo saggio.
Un piccolo libro di appena centoquaranta pagine, ma denso di contenuto. Ci sarebbe ancora tanto da dire, perché tante sono le domande che la scrittrice si poneva e alle quali provava a dare delle risposte, senza nessuna certezza, però, come lei stessa teneva a precisare.

Prima di concludere questa Nota, voglio scrivere alcune riflessioni su una donna straordinaria che, pur non avendo fatto degli studi regolari, ha lasciato un’impronta fortissima nel mondo letterario.
Virginia Woolf dimostrò di essere un’attenta osservatrice di ciò che avveniva intorno a lei, che fosse il mondo naturale o quello degli uomini, una donna riflessiva che sapeva scandagliare la realtà per poi ricomporla. La sua scrittura è brillante, ironica, coinvolgente, mai monotona, garbata e controllata nello stile, ma incisiva nei contenuti. Fu una donna fuori dagli schemi, libera e pronta ad opporsi alle convenzioni sociali, quando sentiva di non condividerle.

Mi piace ora riportare un brano di questo piccolo capolavoro. Si tratta di un passo che è la conclusione del sesto capitolo, l’ultimo. In esso Virginia Woolf si rivolge per l’ultima volta alle studentesse presenti alle sue conferenze, ma in generale a tutte le donne che amano scrivere, e dà loro alcuni consigli che sono ben lontani dall’essere esclusivamente letterari.

Vi ho già detto, nel corso della mia conferenza, che Shakespeare aveva una sorella; ma voi non cercatela nella biografia del poeta scritta da Sir Sidney Lee. Lei morì giovane, e ahimè non scrisse neanche una parola. E’ sepolta là dove oggi si fermano gli autobus, di fronte alla stazione di Elephant and Castle. Ora, è mia ferma convinzione che questa poetessa che non scrisse mai una parola e fu seppellita nei pressi di un incrocio, è ancora viva. Vive in voi, e in me, e in molte altre donne che non sono qui stasera perché stanno lavando i piatti e mettendo a letto i bambini. Eppure lei è viva. Perché i grandi poeti non muoiono; essi sono presenze che rimangono; hanno bisogno di un’opportunità per tornare in mezzo a noi in carne e ossa. E offrirle questa opportunità, a me sembra, comincia a dipendere da voi. Poiché io credo che se vivremo ancora un altro secolo – e mi riferisco qui alla vita comune, che è poi la vita vera e non alle piccole vite isolate che viviamo come individui – e se riusciremo, ciascuna di noi, ad avere cinquecento sterline l’anno e una stanza tutta per sè; se prenderemo l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo; se ci allontaneremo un poco dalla stanza di soggiorno comune e guarderemo gli esseri umani non sempre in rapporto l’uno all’altro ma in rapporto alla realtà; e così pure il cielo, e gli alberi, o qualunque altra cosa, allo stesso modo; se guarderemo oltre lo spauracchio di Milton, perché nessun essere umano deve precluderci la visuale; se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità, e quella poetessa morta, che era sorella di Shakespeare, riprenderà quel corpo che tante volte ha dovuto abbandonare. Prendendo vita dalla vita di tutte le sconosciute che l’avevano preceduta, come suo fratello aveva fatto prima di lei, lei nascerà.
Ma che lei possa nascere senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte nostra, senza la precisa convinzione che una volta rinata le sarà possibile vivere e scrivere la sua poesia, è una cosa che davvero non possiamo aspettarci perché sarebbe impossibile. Ma io sono convinta che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, anche se in povertà e nell’oscurità, vale certamente la pena.


Brano tratto da “Una stanza tutta per sè“, di Virginia WoolfOscar MondadoriScrittori del NovecentoTraduzione di M. Antonietta Saracino. Note di Nadia Fusini)


Virginia Adeline Woolf nacque a Londra nel 1882, e morì a Rodmeil nel 1941. Tra le sue opere più importanti: La camera di Jacob, del 1922, La signora Dalloway, del 1925, Gita al Faro, del 1927, Orlando, del 1928.


Piera Maria Chessa


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