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  Letteratura  »  Schegge, di Giangiacomo Amoretti, edito da DivinaFollia e recensito da Maria Carmen Lama 16/09/2020
 
Schegge – Giangiacomo Amoretti – DivinaFollia – Pagg. 100 – ISBN 9788898486908 .- Euro 15,00



Accingersi ad analizzare una raccolta poetica è sempre un momento magico e nello stesso tempo un momento di ansia, perché non si sa dove ci porteranno i nostri pensieri e le parole che dovrebbero interpretarli.

Non c’è dubbio che ci si debba disporre alla comprensione, senza tener conto di chi avverte che le poesie «non vanno spiegate nel loro contenuto, ma vanno solo “ascoltate”, va ascoltata la loro musicalità, i suoni delle parole nella loro sequenzialità ritmico-melodica», altrimenti ci si dovrebbe arrendere prima di iniziare.

In effetti anche questa affermazione, se non presa alla lettera, può essere accolta pensando che ogni poesia ha una sua apertura, una sua “occupabilità” (come direbbe Paul Celan), che riguarda il senso / i sensi diversi che chi legge può riuscire a cogliere, in base alla sua stessa esperienza, ai propri vissuti e alla emozionalità attivata nel momento in cui legge.


Certo, le poesie impegnative, colte, come quelle della silloge “Schegge” di Giangiacomo Amoretti potrebbero sembrare piuttosto oscure, se ci si ferma a una prima lettura, per quanto attenta.

Tuttavia, sempre seguendo Celan, «La poesia è in quanto poesia oscura, e oscura perché è poesia”… ma ”la poesia vuol essere compresa, vuole, proprio perché è oscura, essere compresa: come poesia, come “buio poetico”» - e ancora: “Nella poesia viene detto qualcosa, ma -di fatto- in modo che il detto rimane non detto finché chi lo legge non se lo lascia dire”

Questa è, in certo modo, l’oscurità della poesia. E della poesia di Amoretti, nello specifico.

Ma la mia lettura è stata piuttosto approfondita così che una parte di quello spazio occupabile che le poesie mi hanno lasciato credo di averlo abbastanza ben sfruttato.

In un precedente approccio a queste stesse poesie, avevo colto come fosse evidente un lavorio interiore del poeta che le ha rese vere, autentiche, ma anche così "difficili", anche grazie a un lessico ricercato, dotto, non sempre immediatamente a portata di mente.

Un esempio è la poesia n. XXXIX “Resta chiuso, dolore”, in cui colgo anche degli accenti luziani, come nella poesia n. VIII; ma in tutte le poesie, davvero il poeta cesella le parole, le esalta nella loro purezza…

La lingua delle poesie è più elevata di quella che si usa normalmente, è in certo senso “originaria” perché cerca di cogliere le cose in un istante cruciale, quello in cui dall’essere in uno stato di banalità o di anonimia quasi, entrano nel paesaggio aperto e accogliente della lingua, ed è a questo istante, nella sua fugace unicità, che il poeta sente di dover dare voce.

Quello del poeta, dunque, è un tentativo molto complesso che gli crea responsabilità e incertezza sull’esito. Tant’è vero che spesso il poeta non è soddisfatto dell’uso, pur oculato, che ha fatto delle parole, perché gli sembra che il senso che avrebbe voluto far loro esprimere non sia sempre risultato, alla fine, pienamente adeguato all’intenzione poetica.

Celan sostiene a tal proposito che «La poesia s’intende col suo stesso autore solo per la durata del suo farsi - e congeda subito anche lui», il che significa che spesso il poeta non si senta nemmeno il vero padre delle poesie che scrive. È come un lasciarsi prendere la mano dalla voce interiore e lasciare che le parole vadano per conto proprio così che non sempre riescono a dire quel che si voleva far loro dire.

E se, a una lettura di superficie, le poesie di questa silloge possono apparire piuttosto grevi, tremende, come se trasmettessero dall’inizio alla fine un senso di oppressione difficilmente superabile, tanto più in quanto ricalcano situazioni ed emozioni realmente vissute in cui ci si immedesima, ad una lettura più in profondità danno invece modo di entrare più agevolmente nell’animo del poeta e di seguire i suoi percorsi emozionali.

Così si percepisce sì, chiaramente, già dalle prime poesie, uno stato di sofferenza dell’anima che è come in apnea e in stato di afasia, al punto che la poesia, nel suo farsi, diventa quasi “una tortura”, toglie il respiro e il poeta non ha altro modo di esprimersi che quello di tenere “premuto in gola il non detto”.

Ma, paradossalmente, è questo non dire che forse lo “salva”, lo fa vivere e gli permette di intravedere la propria anima pur disperata, tuttavia “a speranza ancora tutta ravvinta”.

E mentre il poeta esamina il proprio stesso volto che “è come un intrico di crepe e di stromi” con tracce “di vite già arse”, pure nel fondo dell’anima appare un barlume.

In altra poesia, nonostante le immagini negative sembrino occupare totalmente la mente del poeta, la vita comunque fluisce, “si ingorga”, “si adima” ma “avanza”, “si infiltra - ed ancora si dirama”, e tuttavia “ripullula in distanza”.


La speranza appare sì velata, ma c’è, non viene mai meno, così come la luce, anche se in forma di lampo, di bagliore, di brillio appena intravisto.

Oppure, nella poesia XXIV, ci si lascia trasportare da un’immagine metaforica bellissima, anche se precaria, com’è l’adoperare nubi come appigli, pur sapendo che subiscono smottamenti “di cielo in cielo” e che sono, appunto per questo, incerti, inaffidabili perché così mutevoli, perché è come un aggrapparsi ad aria rarefatta, cioè al niente. Eppure, in fondo, c’è un “àfono resistere”.

In altre significative poesie, come la XXXI e la LII, il poeta è impegnato “nel cuore della notte” in una sorta di gioco degli specchi: guarda il suo stesso volto, ma quasi non si riconosce, perché quello che sta di là dallo specchio è il negativo di sé, del suo essere, è il suo non-essere.

E questo accade perché il poeta si sente svuotato, tormentato intimamente, e l’immagine di sé che gli appare non è quella abituale, diurna, serena, ma l’immagine quasi beffarda, notturna, oscura, rapace.

Inoltre, il vetro dello specchio è opaco, con una “sua impronta di fumo” ed è segnato da un “taglio netto”, come a voler deformare la visione del volto.

E per un di più di tormento, da “una radianza fioca” che contrasta il buio della notte, lo specchio rischiara appena l’uomo facendolo apparire uno spettro che senza labbra né occhi parla e guarda, cieco, di là “dalla tela disfatta”.

Ricorda un po’ il ritratto di Dorian Gray… ma forse questa è solo una mia suggestione..

Nella poesia XLVII, mi è parso di poter cogliere un indizio che il poeta stesso ha voluto lanciare a chi legge, come una sorta di chiave di lettura che conferma quanto ho rilevato fin qui.

Il poeta si è servito spesso di elementi naturali in cui ha in qualche modo "radicato" il suo pensiero, le sue emozioni del momento, che personalmente ho colto come metafore per mostrare la difficile condizione dell’anima.

Ha più spesso utilizzato modelli "negativi" (il buio, il nero, il liquame, l'infetto... ecc..) perché era un vissuto di ansia, di angoscia, di orrore che voleva esprimere; tutto l'insieme, infatti, è permeato, fibrilla quasi, di un senso di sofferenza acuta, di atmosfere che serrano quasi la gola o che imprigionano l'anima. 

Ma gli ultimi versi di molte poesie tendono a una luce. In questa XLVIIesima poesia, già significativo l’incipit: “Nel dire sia certo e ben netto / più che il dire il non dire / l’afonia - la vertigine”, ma nel finale ecco che ritorna: “- memoria o veggenza - più acuto, più duro lo sprazzo / tra foglia e foglia, di questo // balenio come di topazio”.

Qui, la descrizione del buio, della notte dell’anima, rischiara per un attimo il vissuto stesso dell’anima, affinché il poeta possa comprenderlo e comprendersi: “Ah, era questo il sentire, lo strazio, questa l’emozione che scavava nel profondo!” sembra dire il poeta. Ed è così in quasi tutte le poesie.

Da questi brevi e pochi esempi si percepisce quale faticoso cammino interiore abbia dovuto percorrere il poeta, per cercare uno spiraglio per respirare, per uscire alla luce, per tornare ad essere. La profondità dei sentimenti alla base delle poesie è esaltata e affiora quasi ad ogni verso, dall'inizio alla fine, anche se fa un po' male sentire tanta sofferenza dell'anima, trovarsi quasi invischiati (leggendo) in veri e propri incubi, come in certe poesie in cui la notte è lo sfondo oscuro dove si cela e si disvela un'ombra, un'assenza, una distanza che si fa così vera, così reale, così prossima da togliere il fiato.

Ma con lo sguardo rivolto alle vie di fuga, alle vie di salvezza che il poeta stesso ricerca, quasi ansimando, annaspando, ecco che si ritrova il vero e profondo senso di questa silloge:

provare a mettere a nudo il paesaggio complesso e intricato della propria anima, mostrare la pena che l’affligge, ma trasfigurata in forma poetica, così da poterla indagare, comprendere, forse anche accettarla, in quanto attraverso la sofferenza si coglie poi meglio la luce, il vero senso del vivere, i piccoli o brevi momenti di gioia che si apprezzano di più proprio perché così brevi ma anche così preziosi. La sofferenza insegna.

Come diceva Thomas Eliot, infatti, la poesia è catartica non se indulge nelle emozioni, descrivendole, ma se da esse fugge e se, scrivendone, le allontana dall'animo del poeta.

Lo scopo di questa recensione non era di analizzare nel dettaglio le poesie, ma di comprenderle nell’insieme, e mi pare che attraverso alcune di esse ciò (mi) sia stato possibile.

Ma ho ancora alcune brevi riflessioni che vorrei fare.

- La prima riguarda una poesia che chiamerei “paradigmatica”, la n. LXIV, “Eri altro”- pag. 73, che mi pare possa spiegare da dove abbia avuto inizio tutto il lavorio interiore del poeta.

Una metamorfosi, una rivelazione. Con tutte le conseguenze che questa scoperta improvvisa può comportare.

- La seconda riflessione si riferisce all’ultima poesia della silloge, “Mai l’amore è difforme / da giustizia. Misura / e dismisura insieme si legano e si sciolgono. // Un cerchio solo, alto ed invisibile, / da sempre le governa / - le apre a ciò che è oltre, / le pareggia - le eterna.”

Forse non a caso questa poesia chiude la silloge: il poeta ha a sua volta trovato la chiave di lettura delle sue emozioni e la offre al lettore; questa chiave ha dentro tutta la speranza e i desideri di vita serena a cui ogni essere umano aspira. Alla fine l’amore vince sempre...

- Con l’ultima riflessione, vorrei in qualche misura chiudere il cerchio, riferendomi ancora a Paul Celan, secondo il quale “il poetare autentico è antibiografico”. Quest’affermazione sembra, anzi è, categorica.

Ma questa silloge l’ho analizzata come un percorso poetico autobiografico.

Allora, Giangiacomo Amoretti non ha scritto vera poesia?

Sì, la sua è vera, autentica poesia, perché, sempre secondo Celan, “La poesia che viene al mondo vi giunge carica di mondo”. E di quale mondo se non del proprio mondo, di quel mondo che ciascuno di noi - e quindi anche il poeta - esperisce nel suo breve tempo e spazio di vita?

E in altro passaggio dei suoi Microliti, Celan sostiene che “La poesia è monotona. Nessuno diventa ciò che non è” e anche che “Nessun poeta parla mai per altro conto che il proprio” […] ma “quanto è detto nella poesia viene sottoposto al pensiero di chiunque, al pensiero, non a un uomo” particolare.

Dunque per “poetare antibiografico” si deve intendere che, pur facendo leva sui propri vissuti, il poeta sia in grado di trasfigurarli, di renderli in forma poetica come contenuti universali.

E quel che poteva apparire nelle affermazioni di Celan come paradossale, supera brillantemente l’apparente contraddizione con quest’altro pensiero: “Le poesie sono formazioni porose: la vita scorre e filtra qui dentro e fuori, imprevedibilmente bizzarra, riconoscibile e in incognito”.


Esattamente come si può rilevare dalle poesie di Giangiacomo Amoretti.

E senza trascurare, lo ribadisco, la lingua colta, originaria, che coglie le emozioni nella loro purezza, nel loro stato nascente, facendo sì che altri si riconoscano negli stessi vissuti o in esperienze simili e ne traggano comprensione, e dalla comprensione, conforto e speranza.


Quale altro miglior compito potrebbe darsi la vera Poesia?


Maria Carmen Lama






 
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