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  Letteratura  »  Baci a occhi aperti. La Sicilia nei racconti di una vita, di Matteo Collura, edito da TEA e recensito da Aurelio Caliri 09/12/2020
 


Baci a occhi aperti. La Sicilia nei racconti di una vita – Matteo Collura – TEA – Pagg. 480 – ISBN 9788850258376 – Euro 16,00




Ho finito oggi di leggere “Baci a occhi aperti”, sottotitolo “La Sicilia nei racconti di una vita”, di Matteo Collura, edizioni TEA, pagine 478, € 16, dato alle stampe qualche settimana fa.

Per usare una metafora, questa, che mi sembra una delle più belle avventure che un uomo abbia mai potuto concepire nel corso, appunto, di una vita, è secondo me una sorta di ebollizione di storie, spesso misteriose e problematiche, di immagini, sogni; uno scandagliare profondo nella Sicilia e nell’animo dei Siciliani; un inoltrarsi in un mare di rimandi, di sorprese, di stimoli nuovi che si intrecciano a stimoli antichi; un attraversare un “mare” non tranquillo, ma procelloso, i cui spruzzi ti schiaffeggiano continuamente il viso e ti rendono inquieto, quasi sofferente a causa del rimpianto che la vita passa e non hai potuto approfondire cose che inconsciamente ti stanno molto a cuore, ma che superficialmente hai messo da parte. Ecco, ciò che avresti voluto scoprire e capire ti sta ora dinanzi e ti assale il rammarico di non averlo saputo afferrare prima, come se la validità della tua vita dipendesse da questa disattenzione.

Il libro è composto da tanti scritti pubblicati nel corso di molti anni, a partire da “In Sicilia”, a cui ne sono stati aggiunti altri più recenti e inediti. Io, in questo breve commento che spontaneamente mi viene di tracciare, voglio partire dalle ultime pagine per andare via via a ritroso. Per quale motivo? Perché mi sembra di avere scoperto in embrione l’origine dell’ ispirazione che ha portato Collura a divenire un narratore magistrale e un cantore unico della Sicilia.

Per inciso, non posso non pensare a una scoperta curiosa e incredibile che anche egli ha fatto osservando attentamente il “Ritratto d’ignoto” di Antonello da Messina, citato come “Il segreto di Antonello”, che mette in luce un aspetto singolare della personalità del pittore e dell’epoca in cui visse, di cui certamente io mi astengo dal parlare perché rovinerei la sorpresa in chi s’appresta a leggere.

Qual è quindi la mia scoperta? Scorrendo i capitoli compresi in “Topografia dell’anima”, mi è balzato subito alla mente Hermann Hesse, scrittore che ho sempre amato; in particolare però sono i suoi romanzi giovanili, dove si riscontra un’ingenuità disarmante, una freschezza straordinaria di immagini, una poesia commovente, che mi riportano al Collura della giovinezza. Da questa semplicità, da questa forza un po’ romantica e affascinante, egli è partito inconsciamente per acquisire, col trascorrere degli anni, una scrittura mirabile e colta da cui traspare però, ancora, l’ispirazione semplice degli anni verdi.

Basta leggere “Cefalù”, alcune tra le più belle pagine, emozionanti, in cui mi sia mai imbattuto, per appurare la validità di quanto asserisco; e basta leggere “Naro”, e “Capo Calavà”, e, ancora, “Caltabellotta”. Quanta felicità nel narrare e nel rivivere tali esperienze preziose, che sono impresse per sempre nella sua memoria e in quella di chi comprende.

Sempre a ritroso e sinteticamente, per sceverare la complessità delle vicende dalle quali questa nostra terra è travagliata da secoli, egli ricorre all’ausilio di tanti personaggi illustri che la sua storia hanno fatto, primi fra tutti Luigi Pirandello, col suo dramma personale che tanto ha condizionato la sua opera e illuminato in un modo particolare il dramma dell’umanità; quindi Tomasi di Lampedusa, il quale nel “Gattopardo” traccia in modo geniale e nuovo il carattere dei Siciliani e la storia dell’Isola; e Leonardo Sciascia, la cui lucidità analitica ha lasciato una traccia di sé indelebile e sempre attuale.

Non potevano mancare due grandi scrittori stranieri, Guy De Maupassant , che a Hesse mi sembra vicino, con passi tratti da “La vita errante”, che narrano fatti straordinari da lui vissuti in Sicilia, e David Herbert Lawrence, il quale in Sicilia visse a lungo e scrisse un’opera bellissima, autobiografica, “Sotto il sole d’Italia”, proprio a Taormina.

Ma quante storie avvincenti vi si riscontrano! La “fuitina” di Elio Vittorini, la festa parigina che fu fatale a Vincenzo Bellini, la misteriosa morte in mare di Ippolito Nievo, i monaci “mafiosi” di Mazzarino, il mito bugiardo di Salvatore Giuliano, la Real Casa dei Matti del barone Pisani, i mostri apotropaici del principe d Palagonia, e tante altre. Traspare da questi racconti un bisogno quasi impellente di dipanare i misteri da cui alcuni sono ancora avvolti e pervenire finalmente alla verità. Mi pare quasi che l’Autore insista a scavare in una miniera dove metalli preziosi (la verità) affiorino lasciandoci sorpresi, senza parole.

Finisco questo mio scritto con “In Sicilia”, pubblicato integralmente.

Io definirei questo libro “Un’ansia smaniosa di vivere in cui si insinua la morte, sempre in agguato”. Scrive Collura: “… Ma siamo noi siciliani a corteggiare la morte o è la morte a corteggiare noi siciliani?”.

E la morte traspare fin dall’inizio quando l’Autore fa un sopralluogo, aggirandosi nella campagna pietrosa e solitaria di Portella della Ginestra, dove alla fine degli anni ’40 si consumò la tragedia, accompagnato dai versi sconsolati del poeta Ignazio Buttitta, col ricordo vivido delle foto del bandito Giuliano cadavere, “miserevole immagine e nient’altro”.

Come in un’altra sequenza cinematografica, si svolge l’assassinio del magistrato ragazzo, Rosario Livatino, lungo la strada solitaria che da Canicattì porta ad Agrigento. Il giovane si diede alla fuga, ma, raggiuntolo, i killer gli spararono in faccia. Quanta pietà nella descrizione dello spietato delitto.

E ancora, il suicidio di Giuseppe Sciascia, fratello minore dello scrittore, che avviene in uno “sfondo desolato e orribile” , in cui tante altre tragedie si sono consumate, come se il paesaggio, il luogo del dramma non dia scampo.

E, a proposito di paesaggio, scrive Collura: “Non c’è dubbio che il vero protagonista del romanzo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa sia il paesaggio, la sua irredimibilità”. Questo paesaggio, a detta di Lampedusa, ha formato l’animo dei siciliani e l’ha condizionato.

Un’altra realtà “irredimibile” è Cassibile, dove fu firmato l’armistizio e dove non c’è quasi traccia di un evento così importante: né una lapide né alcuna indicazione. E qui c’è un rimando a Luigi Pirandello, al luogo dove egli è sepolto.

Ma è incongruo spiegare questo libro, e lo sarebbe forse su di esso anche il saggio più approfondito. Bisogna leggere, leggere, e cercare nelle sue più piccole sfumature per avere una visione vera della sua essenza. Un saggio difficilmente può arrivare a tanto.

Così, nella mia limitatezza, ho concepito questa opera: libro di una bellezza sconcertante, un’autobiografia inquietante ed esaltante, un’autobiografia della coscienza di un uomo che ha assorbito tutti gli umori della terra in cui è nato.

Scrive Collura nella sua nota iniziale, riferendosi al titolo “Baci a occhi aperti”: “ i tanti baci che ho dato alla Sicilia sempre costringendomi a non chiudere gli occhi, assaporandone il piacere. In ogni parte di questo libro appare evidente lo sforzo di descrivere la Sicilia per quello che è, tenendo a freno l’orgoglio d’esservi nato che si ha – specie se siciliani- per la terra d’origine. Provo a dirlo: è come se nel baciarla, la Sicilia, mi fossi sforzato di tenere gli occhi aperti, continuando, pur nella voluttà, a notarne i guasti e difetti”.

Mi piace concludere così: “Baci a occhi aperti”: una nave a vele spiegate, sospinta dal vento impetuoso di un amore caparbio, ma insieme dolce e confortante.

Aurelio Caliri


















 
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