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  Letteratura  »  Soqquadri, di Silvano Conti, edito da Gruppo Editoriale Locale e recensito da Maria Carmen Lama 27/11/2021
 
Soqquadri – Silvano Conti – Gruppo Editoriale Locale – Pagg, 192 – ISBN 9788896330739 – Euro 15,00



Leggo per la prima volta la nuova silloge “Soqquadri” di Silvano Conti e, nonostante il suo linguaggio poetico mi sia familiare avendo già recensito molte delle sue precedenti sillogi, rimango questa volta letteralmente spiazzata.

Né mi aiutano la brillante Introduzione all’opera dello stesso autore e l’eccellente Postfazione di Maria Cecilia Moretti.

Anzi, le loro analisi mi sembrano così approfondite e complete che mi scoraggiano dallo scandagliare ulteriormente le poesie per poterne a mia volta scrivere almeno una nota di commento. Mi sembra che a quanto scritto da Conti e Moretti non ci sia nulla da aggiungere, o meglio, non si possa aggiungere nulla, poiché è stato detto tutto con dovizia di particolari e con grande competenza. Si fa avanti nella mia mente l’”impossibile”: non posso scrivere nulla!


Ma questo mio atteggiamento da retroguardia non mi soddisfa. Non tanto perché voglia recensire questo nuovo libro di Silvano e non saprei da dove cominciare, ma perché quando qualcosa di nuovo mi lascia un po’ interdetta, allora sento che mi si sta ponendo una sfida.

L’atteggiamento giusto è “voler e dover comprendere”. Ed è questo che mi impongo di fare.

Così rileggo la silloge, centellinandola, una poesia per volta, cercando di andare oltre il significato apparente di ogni verso, cercando di cogliere il poeta “sul fatto” mentre a sua volta scendeva nei meandri più reconditi della propria anima, perché è proprio da una profonda interiorità che possono essere estratti dei veri e propri “tesori”.

Una lettura che si ripete più e più volte, alla fine qualcosa mi lascia. E non è l’immedesimazione che mi fa cogliere il senso profondo racchiuso nei versi, ma una sorta di percorso a fianco del poeta per cercare di vedere quello che egli mostra, ma di vederlo con i “miei” occhi.


Ed ecco che improvvisamente mi si apre un mondo. E penso - e mi dico: “A volte anche l'impossibile ti dà una possibilità. E non importa che sia remota o prossima. L'impossibile è un segno. Devi imparare a decodificarlo. Come se fosse un sogno.

L’impossibile è come una musica, non scritta su alcun pentagramma, non suonata su alcuno strumento, ma sentita dall’anima come armonia profonda”.

E mi convinco che questo sia l’atteggiamento corretto per comprendere questa musica poetica che si dispiega per tutta quest’altra nuova raccolta del Conti.


Del resto, lo stile lo riconosco.

Silvano Conti, come tutti i poeti, non può che parlare a partire da se stesso, dalle sue esperienze, vissute o immaginate, dal suo mondo, pur trasfigurandolo poi in modo tale che in ogni poesia non si riconosca più soltanto il poeta, ma che i contenuti siano resi in forma poetica come contenuti universali, dove «la vita scorre e filtra, imprevedibilmente bizzarra, riconoscibile e in incognito» perché, come sottolinea ancora P. Celan, «le poesie sono formazioni porose» e «la poesia s’intende col suo stesso autore solo per la durata del suo farsi - e congeda subito anche lui».


Dunque, riconoscendo lo stile poetico di Silvano Conti non mi resta che inoltrarmi a capofitto dentro le “sue” parole!

Ma il problema della comprensione si ripresenta in tutto il suo spessore e peso, perché questa volta Silvano usa le parole in modo diverso dal solito, perché diverso è il suo intento poetico.

Silvano con le sue nuove poesie coglie le mille sfaccettature della realtà come fossero tessere sparpagliate di un puzzle, da ricomporre.

Lo esprime bene nella poesia Il gabbiano. Qui il poeta-gabbiano che vola in tutti i cieli, che “levita nel lago denso del significante”scompiglia le parole a tal punto che appaiono come“quasi fossero state spaventate”

Il poeta, cioè, coglie i frammenti di una vita in cui ognuno si può riconoscere, frammenti di relazioni (tra persone, ma anche tra persone e mondo) che sono, sempre più, prive quasi di senso, lacerate da incomprensioni, da difficile comunicazione, se non da incomunicabilità. Le parole sembrano spaventate perché è difficile esprimere pezzi di mondo senza riuscire a dar loro un senso.


Ed ecco che il poeta, caparbiamente, mentre sottolinea questo dato di realtà, insegna anche un modo per venirne fuori, per superare il malessere che deriva dalla frammentazione dell’anima.

Dove si colloca l’uomo autentico, in tutto questo scomporsi del nostro mondo, anche privato, delle nostre esperienze, delle nostre stesse capacità di trovare un senso almeno per noi stessi?

Il poeta ci invita a scendere nella nostra interiorità, a individuare a nostra volta i nostri frammenti di vita, di anima, di mondo, e poi a trovare la forza di portare ad unità la nostra individualità, la nostra personalità, il nostro stesso ambiente di vita.


Un’altra poesia molto significativa nel senso appena indicato, brevissima, in soli quattro versi va in profondità fin quasi nelle viscere del silenzio. La poesia è Ho rotto il casting: davvero un insieme volutamente disordinato di lemmi, che il poeta accosta per assonanza (più che per vicinanza semantica) e perché interessano sensi diversi. In definitiva, è un po’ come un gioco, oltretutto un po’ pericoloso, perché si tratta di rompere la “figura” del silenzio, fatta di quasi-cristallo.

Ma era, già di suo, un silenzio “roco” (ossimoro!), un silenzio che ha voce - non limpida -

E tanto vale, allora, spezzarlo questo silenzio, con parole purché siano, purché ci sia una qualche forma di comunicazione!


Nelle due poesie Motu Proprio e La quinta stagione - Osiride, il tema è l’anima: nella prima è non rispettata, stanca, scomposta, frammentata, ma non riesce a ricomporsi, perché non ha alcun desiderio di gioire; nella seconda, l’anima giunge alla sua “ultima” (la quinta!) stagione, affranta, mortificata: così appare ad Osiride, nella “pesatura” prima che possa accedere all’al di là.

Qui, in entrambe le poesie, il finale sottinteso è semplicemente una sorta di rassegnazione. A volte si può non avere la forza di reagire. Le cose possono anche restare come il destino le vuole.


A queste poesie fanno quasi da contrappunto altre due: Random e Participio futuro.

La prima è un “inno all’alba”: quando niente va come dovrebbe (o almeno come si vorrebbe), non resta che attendere l’alba e con essa il nuovo giorno, per scoprire che l’attesa non è stata vana.

Il poeta ha perso per un attimo la consapevolezza di sé, ha volentieri abbandonato se stesso per sentirsi “goccia di cielo”, cioè tutt’uno con la natura, con l’alba che sorge, mettendo in sordina per un po’ l’aridità dei desideri. Questa momentanea distrazione che si configura come un’assenza a se stessi, risulta comunque rigenerante: c’è ancora qualcosa che può attirare l’attenzione e gratificare con la sua “bellezza”!.

La seconda poesia appare, già dal titolo, indicativa dell’atteggiamento del poeta: in contrapposizione al participio passato, che indica che tutto dovrebbe essere “avvenuto”, “compiuto”, il poeta comprende che “è tutto da rinviare a tempi migliori” se mai verranno. Si parla di un viaggio molto particolare e non c’è nulla di strano a rimandarlo in un futuro magari prossimo, o anche remoto. Si tratta in fondo soltanto di una pausa…


Silvano Conti è anche molto attento a tematiche sociorelazionali. In tal senso, nella poesia Femminicidio, mette in scena un fatto compiuto, dove quel che risalta maggiormente, di fronte allo sgomento per l’accaduto, sono le “nove sillabe di silenzio” nelle quali si racchiude il grido ultimo della donna e che sono più eloquenti di qualsiasi parola o lamento.

Il tema è particolarmente complesso perché antico e mai risolto.


Una poesia piuttosto intrigante è Muschio maschio, anche questa brevissima: in soli quattro versi le parole si susseguono apparentemente per allitterazione, ma a me non pare inverosimile che il poeta, nella sua giocosità formale, abbia lasciato scorrere sotto le parole una parabola della vita, con le sue fasi di crescita - maturazione - speranza - disillusione con un finale inesorabilmente tragico.


Senza voler addentrarmi oltre in poesie specifiche, mi piace cogliere il senso complessivo che ritorna, nonostante tutto, anche in questa silloge, dove a volte il poeta trova vie di fuga di fronte a una realtà che gli appare quasi insensata, a volte “registra” dettagliatamente quel che accade, in un soliloquio spiazzante fatto di sguardi, pensieri, ricordi, ma senza alcuna concretezza.

Il poeta, perso nella rievocazione di un tempo felice, non sa più chi sia, non si riconosce.

Oppure, occupa il suo pensiero nell’osservazione attenta di quel che gli si presenta sotto gli occhi curiosi e vede nascere dal silenzio le sue poesie, come luce, come nutrimento dell’anima, così che anche le cose apparentemente insignificanti possano trovare il loro spazio di meraviglia.

Del resto, il pensiero ha una peculiare facoltà, quella di coprire distanze incommensurabili nel tempo di uno sbattere di ciglia, così che il poeta raggiunge, nel suo fitto silenzio, una dislocazione spazio-temporale che lo fa sentire a proprio agio.


La ricerca di questi momenti di leggerezza diventa, per il poeta, quasi una forma di ossessione: è l’attesa di qualcosa di fortemente desiderato, di qualcosa di piacevole, che però spesso si scontra con una realtà poco gratificante, al limite del nonsenso. Per quanto il poeta si sforzi di cercare sempre oltre (come in Oltremania), non intravede altro che nulla. È un po’ come l’attesa mortificante di Godot…

Ma il poeta è sempre consapevole che il fare altro per non pensare, per distrarsi da ciò che desidera, è qualcosa che ha vita breve, il desiderio frustrato gli fa apparire la verità come disillusione, nonostante neppure la lontananza riesca a sopire i suoi desideri e, talvolta, la sola immagine (pensata, disegnata) dell’amata gli basta per ritrovare la propria quiete.


In questa silloge, come nelle precedenti, Silvano Conti porta dentro il suo mondo, ben trasfigurato in espressioni poetiche nelle quali anche il lettore si riconosce ed è questa connotazione “universale” delle sue poesie che le rende piacevolmente fruibili.

Ma qui al lettore viene richiesta un’attenzione maggiore, una risistemazione dei propri frammenti di vita, per ritrovarsi integro, pur in una realtà che tende a sopraffare l’individuo, in generale.


Si dice che la poesia non abbia alcun intento predeterminato, non abbia funzione pedagogica o critica o estetica, ma a posteriori, è lecito, credo, darne una lettura che colga proprio questi intenti.

Leggere poesie come queste dei Soqquadri non può lasciare indifferenti e se la lettura vuole andare in profondità si ritorna poi in superficie necessariamente cambiati, più ricchi, più consapevoli di se stessi e di quel che in qualche modo ci coinvolge.


In conclusione, vorrei riprendere il pensiero di Paul Celan, riguardo alla “oscurità” della poesia. Egli sosteneva che «la poesia è in quanto poesia oscura, e oscura perché è poesia”… ma «la poesia vuol essere compresa, vuole, proprio perché è oscura, essere compresa: come poesia, come “buio poetico”» - e ancora: «nella poesia viene detto qualcosa, ma -di fatto- in modo che il detto rimane non detto finché chi lo legge non se lo lascia dire».

Ed è proprio con queste convinzioni celaniane, da me pienamente condivise, che ho potuto procedere nell’analisi di questa silloge.


Nonostante il primo approccio mi avesse quasi del tutto dissuasa, è infine giunto il momento del tuffo nell’impossibile che, insperatamente, mi ha dato una possibilità. Averla colta non mi assicura certamente di essere riuscita a comprendere appieno il pensiero del poeta, ma le poesie in fin dei conti sono di chi le fa proprie, di chi le legge come se rispecchiassero il proprio pensiero. E quanto ho fin qui scritto è soltanto una mia interpretazione. Ogni altro lettore potrà servirsi della propria chiave interpretativa e trovare nuovi sensi, nuove emozioni, nuove conoscenze.

L’Introduzione dell’autore e la Postfazione all’opera di Maria Cecilia Moretti saranno a loro volta indispensabili letture per inquadrare anche dal punto di vista filosofico e sociale la poetica di Silvano Conti, così come nei Soqquadri rinnovata e spinta oltre i limiti del pensiero comune.


Maria Carmen Lama

 
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