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  Letteratura  »  Per segni accesi, di Annamaria Ferramosca, edito da Giuliano Ladolfi e recensito da Maria Carmen Lama 18/03/2022
 
Per segni accesi – Annamaria Ferramosca – Giuliano Ladolfi – Pagg. 98 – ISBN 9788866445746 – Euro 12,00




I poeti sono in genere persone pacifiche, che sentono prima e più profondamente delle persone comuni le atmosfere che vengono a crearsi nelle relazioni sociali e, più ampiamente, nelle relazioni fra popoli e fra l’uomo e la natura.

Colgono, come si suol dire, i segni dei tempi. A volte anticipano quel che potrebbe accadere, a partire da qualche dettaglio che intravedono e che agli altri sfugge e, sulla base di questa particolare consapevolezza, scrivono poesie che vogliono mettere in guardia, o che vogliono semplicemente segnalare quel che a loro si è palesato attraverso la loro fine sensibilità, attraverso i loro sensi “scoperti”, attraverso quell’esercizio di osservazione meticolosa, di scandaglio, quasi, che avviene in maniera del tutto naturale, quasi che le cose si offrissero al loro sguardo per essere comprese e per far sì che i poeti dessero loro una voce.

C’è, nel porsi dei poeti di fronte alle cose che li interpellano, una sorta di stupore, un atteggiamento quasi di incredulità che in qualche modo chiede loro di verificare, di perdersi nel richiamo delle cose, di dar loro l’ascolto di cui hanno bisogno.


Leggendo più volte la bella e singolare silloge di Annamaria Ferramosca, Per segni accesi, Giuliano Ladolfi editore - febbraio 2021, ho avuto la sensazione netta di trovarmi di fronte a una poetessa il cui sentire è finissimo, la cui attenzione è costantemente vigile, a lei non sfuggono particolari molto significativi che attraversano il tempo che stiamo vivendo e che interessano non il suo solo spazio di vita, ma uno spazio che va oltre i ristretti confini di un paese, o regione, o nazione, per espandersi a livello planetario.


Scritta in tempi non sospetti, (non gli attuali, febbraio/marzo 2022, in cui gli elementi presenti nelle poesie stanno esplodendo in modo esasperato), la silloge coglieva già elementi di tensione, di disfunzione nei rapporti tra popoli (ma anche tra persone della stessa comunità linguistica e sociale), di indisponibilità a farsi carico dei problemi dei meno fortunati, di non accoglienza dell’altro, come se si volesse lasciare a ciascuno la responsabilità di trovarsi a vivere in paesi dove solo la sofferenza è loro pane quotidiano, mentre in realtà non si sceglie il posto in cui ci si trova a vivere, in cui si è nati.


La Ferramosca sembra toccare con mano le situazioni di cui parla, sembra viverle sulla propria pelle, tanta è la solidarietà che si sente vibrare nei suoi versi e l’empatia.

I versi sembrano scorrere su un filo rosso invisibile, che inizia col mettere in scena l’origine della vita, (si fermano i vortici della notte si compie il tempo / l’humus prende forma imita materia d’alba […] dire di un movimento che prima non c’era / e pure si predisponeva / con l’impercettibile forza del germoglio / un tendere misterioso del seme) per proseguire con le varie vicissitudini che in una vita accadono e, con calibrato equilibrio, vengono mostrate, attraverso metafore, miti, dubbi e pressanti domande (domandepietre, a volte), e realtà concrete, le emozioni vissute dai protagonisti, le loro prese di posizione fatte proprie dalla poetessa per dar loro una voce, e che sia la più accorata e la più incisiva voce possibile.


Attraverso le poesie di questa silloge, Annamaria Ferramosca si fa portatrice di valori assoluti, che da tempo sembrano aver perso la loro preminenza nella vita degli uomini e dei popoli e nel loro rapporto con la natura (chiamo mi chiamano / respiro il comune respiro / insieme camminiamo insieme andiamo) - (il villaggio i fuochi le ombre lunghe / i miei vecchi con me porto indicibili / i loro occhi del commiato) - (ora o mai più / è ora di prossimità / insieme aprire la via nel bosco / luminosa assoluta / seguirne i segni chiari sui tronchi / fino al limite dei rami / riconoscere la distanza di rispetto / tra pianta e pianta tra nido e nido) - (cerco armi nella voce un canto / per la bambina che improvvisa una danza / le sue parolecorpo sollevano / onde felici di musica e memoria)… e così via…

I versi si dipanano lungo un asse portante che riguarda la natura, la cui salvaguardia dovrebbe essere intesa non solo per se stessa ma anche a vantaggio della stessa sopravvivenza degli esseri viventi in generale e umani, in particolare, e invece la natura subisce sfruttamenti e violazioni irragionevoli.


Con lo scorrere dei versi su quel sottile filo rosso dell’esistenza, scorre anche un richiamo forte, via via più insistente, più deciso e convincente, alla presa di coscienza della deriva verso cui stiamo portando il nostro mondo e con esso noi stessi (altrimenti // saremo sirene disperate […] solo schiuma d’onde / rumore di risacca) - (tutto il caos che piove dalla fronte / il tremore sgomento dei neuroni) - (mentre torri schiantano e ponti / deserti avanzano s’inabissano rive)…

Insieme a ciò, si fa viva una speranza, che davvero si possa tornare ad una condizione di vita sostenibile, in cui ciascun individuo, ciascun popolo possa trovare il proprio status di “umanità felice” (ci esaltiamo lungo i meridiani / per ogni lingua viva come bella s’accende / quando si contamina / e si esulta / nel riconoscere la madre in ogni terra / e fratelli su ogni terra uguali)…


Questo avanzamento delle poesie verso una speranza che non deluda è colto attraverso l’accrescimento dell’enfasi, quel che in poesia è definito climax ascendente, appunto, e che qui prosegue con intensità sempre maggiore di poesia in poesia, dall’una all’altra delle tre sezioni del libro. Con questa modalità espressiva la poetessa vuole mettere in evidenza una sorta di “grido” della sua anima, affinché le sue parole vengano ascoltate e stimolino riflessioni. E affinché ne conseguano azioni coerenti.


Non sempre si trovano tanta determinazione e tanta partecipazione emotiva in libri di poesie che abbiano un fine di così alto livello, nonostante la conoscenza dei problemi attuali del nostro mondo sia ormai alla portata di tutti.

Inversamente, si potrebbe dire che la Ferramosca abbia colto il bisogno profondo degli esseri umani più consapevoli che tuttavia non possiedono gli strumenti per mettere ordine nella loro confusa percezione e abbia voluto dar loro voce.


Annamaria Ferramosca adegua perfino il suo linguaggio poetico allo scopo che persegue e che vorrebbe conseguire. In questa raccolta poetica prevale infatti la chiarezza espressiva, proprio per riuscire a raggiungere la mente e il cuore di quanti più lettori sia possibile, perché la consapevolezza delle nostre azioni si allarghi come in cerchi concentrici, come accade all’acqua quando vi si lanci dentro un sasso.

Ecco, le poesie sono i sassi, ma sono anche precisi segni, accesi in tutta la loro luminosità, perché quel che si è mostrato alla poetessa come indice di attenzione possa essere visto e sentito anche da chi voglia capire e interpretare la realtà in cui vive, anche se in modo indiretto, leggendo le rappresentazioni che la poetessa porge con l’insieme dei suoi versi poetici.


E, nel caso specifico di questa raccolta, si tratta di poesie pensate, sofferte, vissute. E come tali raggiungono chi le legge.




fare tabula rasa dei pensieri

affidarsi al buio

con la sicurezza dei ciechi


sostare ad ogni angolo della notte

afferrare i lumi al baluginare dell’alba

sulla bocca delle sorgenti

nel luccichio delle nascite


verrà l’oceano

verranno le sue vele

saremo nuovi per nuovi continenti


- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -


vedere chiare feroci le nostre solitudini

molecole disaggregata ancora

qualcuno strappa i legami covalenti ancora

la vista si oscura


reagire agli urti come fossero incontri

seguire empatiche direzioni automatiche

- voli in stormo come istinti del nido -

accogliere in gioia i suoni multilingue

quando si traducono solo sfiorandosi

e rifondano città

altrimenti


saremo sirene disperate

aggrappate ai fianchi delle navi

a soffiare note strozzate

sui naviganti legati al palo

storditi dal nostro sperdimento

d’essere solo schiuma d’onde

rumore di risacca


- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -


quel flauto di Pan suonava

come retrocedendo nel tempo

chi ascoltava ne era trapassato

sentiva di scivolare

in una terra diafana

di boschi di nidi

dove minimi fuochi

accendono desideri


ritornare là nello spazio bianco

dove il primo flauto era nato

e cantava

già prima di nascere


- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -

terra domani


mi dici ho visto in sogno il futuro

come da un’astronave guardavo

la terra venire incontro al suo domani


a tratti s’illuminava tra i rami

di lanterne voci onde vivide

da una mappa poetica sonora

(dal brusio emerge ogni voce

E nitida dice con lance di senso)


e i visi i visi di noi futuri

occhi e capelli lucenti

pelle ibrido-bruna


e le note le note

non più distinte ma

divenute paesaggio

bosco che scivola nella città

savana fusa nel villaggio


vedere caprioli in corsa

su autostrade deserte

e lupe venute a partorire

negli hangar silenziosi


sentire feroce il sole ridere

di noi umani confusi reclusi

a schivare corpuscoli armati

ad attendere lentissima

la chiarezza



(4 marzo 2022)

Maria Carmen Lama


 
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