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  Letteratura  »  Ernesto Che Guevara Poeta, di Gordiano Lupi 21/06/2007
 

Ernesto Che Guevara poeta

 

Ernesto Guevara de La Serna detto Che è nato a Rosario in Argentina il 14 giugno 1928 ed è morto vittima di un vile agguato a La Higuera in Bolivia l’8 ottobre 1967, tradito da quello stesso popolo che voleva liberare da un governo oppressore.

Siamo abituati a considerare Che Guevara sotto l’aspetto del guerrigliero e dell’uomo politico. In questo breve scritto invece cercheremo di far conoscere un Guevara poeta, che tra l’altro si può apprezzare acquistando un volumetto curato da Elena Clementelli e Walter Mauro (Che Guevara “Poesie”, Newton & Compton Roma, 2002 seconda edizione – euro 4,00 per pagine 170).

Che Guevara era un uomo che parlava come pensava e soprattutto faceva quel che diceva. Per questo in vita ha avuto nemici un po’ ovunque (pure tra chi doveva essergli amico), ma è anche vero che per lo stesso motivo i giovani lo hanno sempre amato e ne hanno fatto un mito. Ecco perché non è contraddittorio veder sventolare l’immagine del Che tra le bandiere della pace, pure se lui era un guerrigliero. Il Che aveva un grande senso della giustizia e voleva applicare nella vita di tutti i giorni le sue idee. Uomo concreto, politico sui generis, che sapeva quando era il momento di sporcarsi le mani e di assumersi le proprie responsabilità. A Cuba non c’è persona, vero o falso che sia, che non dica di aver conosciuto Che Guevara. Una cosa simile è accaduta in Italia per Garibaldi ed è un segnale preciso di trasformazione da uomo in mito. Guevara era uno che quando entrava in una fabbrica passava dal magazzino e non dagli uffici della direzione, ricordano gli operai cubani. Pure chi è critico verso il regime e le sue attuali contraddizioni quando il discorso cade sul Che afferma: “Lui aveva capito tutto”. E infatti Guevara è stato il miglior allievo di tutti i suoi maestri, sia per le indubbie doti intellettuali, sia per la grande forza di volontà. 

Non ci dilunghiamo oltre sulla figura del Che politico, guerrigliero e statista e rimandiamo gli interessati alle molte biografie pubblicate in Italia, consigliando tra tutte quella di Roberto Massarri, edita dalla Erre Emme. Vediamo invece il Che Guevara scrittore, poeta e letterato. La sua opera prima è “Un diario per un viaggio in motocicletta”, redatto con il compagno Alberto Granado, che descrive il suo primo viaggio panamericano alla scoperta della miseria del Cile, della Bolivia e del Perù. Al tempo stesso nel “Diario” c’è anche un documentato studio della lebbra e dei lazzaretti: non ci dimentichiamo che Guevara era medico e Granado biologo, quindi avevano interessi specifici.

Guevara ha sofferto d’asma sin da bambino e questa affezione lo ha costretto spesso in casa per curarsi, di conseguenza la lettura è stata la sua migliore compagna di ragazzo e adolescente. A dodici anni pare che avesse la cultura di un diciottenne e aveva letto e riletto: Salgari, Stevenson, Verne, Dumas e altri autori di romanzi avventurosi. Invece era refrattario allo studio scolastico metodico che lasciava volentieri per la lettura di un romanzo.

Un’altra opera affascinate è “Il Diario del Che in Bolivia” che però non era destinata alla pubblicazione. Si tratta di un diario ricco di annotazioni sul comportamento militare e umano dei partecipanti alla missione che lo condusse alla morte. Nel “Diario” il Che parla della sua inquietudine e confessa la solitudine, il senso di vuoto che sente intorno a sé. “Il Diario” è soprattutto la cronaca di una sconfitta e dell’isolamento in cui il grande guerrigliero si era venuto a trovare. Lo potete leggere nell’edizione Feltrinelli corredato da una sentita prefazione di Fidel Castro.

Un'altra opera del Che sono gli “Scritti, discorsi e diari di guerriglia” (Einaudi, 1968), ma anche qui più che di letteratura si può parlare di pensiero politico-sociale e di tecnica di guerriglia. Feltrinelli ha pubblicato in quattro volumi tutte le opere di Guevara, ma l’edizione è ormai esaurita e ci si deve accontentare degli “Scritti scelti” selezionati da Roberto Massarri per la Erre Emme nel 1994.

Parliamo adesso del Che Guevara poeta che ha due maestri indiscussi: il nicaraguense Rubén Darío e il cileno Pablo Neruda. La “Marcha Triunfal” di Darío e il “Canto General” di Neruda sono i due libri che il guerrigliero ha sempre nello zaino, ovunque si trovi li legge e li sottolinea, appuntandosi le frasi che ritiene fondamentali. Rubén Darío è il poeta panamericano per eccellenza così come Guevara era il rivoluzionario panamericano per antonomasia. Forse è per questo che Guevara lo sente molto vicino per sensibilità e idee, entrambi infatti hanno uno slancio nomade fatto di inquietudine. Neruda e il suo “Canto General”, un’opera immensa composta di versi straordinari che narrano la storia dell’intero popolo sudamericano, è invece il filo conduttore della raccolta. Il Che leggeva Neruda a voce alta a sua figlia Hildita quando era ancora una bambina e l’amore per questo grande poeta cileno ha accompagnato tutta la sua esistenza.

Non ci meravigliamo che il Che durante la guerriglia trovasse il tempo per comporre poesie e che scrivesse note di letteratura a margine di libri letti o commenti sull’arte. Si tratta di appunti e poesie di un viaggiatore libertario che si inseriscono senza soluzione di continuità in tutto il suo sentire politico e rivoluzionario. Il lettore non troverà pause di nostalgia o fughe dalla realtà nella produzione poetica di Guevara, che è pura poesia sociale. Le poesie presentate nella raccolta edita da Newton & Compton sono state scritte in Guatemala e in Messico prima del 1956, al tempo dello sbarco sulle coste cubane con un manipolo di uomini. Le liriche riflettono proprio la sua grande voglia di combattere per la libertà e per una giusta causa che doveva portare alla rivolta tutta l’America del Sud. Vediamo qualche verso tratto dalla raccolta che si caratterizza pure per un’accurata selezione di saggi sulla letteratura e sull’arte selezionati tra le carte di Guevara.

 

Mi chiama il mare con sua amica mano.

Il prato – un continente –

si srotola dolce e indelebile

come un rintocco nel crepuscolo.

 

Dove il mare non è certo il mare del poeta crepuscolare o decadente in preda ai ricordi, ma è il mare che chiama all’azione, alla ribellione, alla rivolta…

 

Così lontano andrò che morirà il ricordo,

infranto fra le pietre del sentiero,

sarò sempre lo stesso pellegrino,

con pena dentro e con sorriso fuori.

 

Versi che mostrano la forza d’animo del guerrigliero indomito destinato a vagare per il mondo, ma che deve avere sempre un sorriso pronto per infondere coraggio ai suoi uomini pure se dentro cova una pena o un dolore.

 

Stupendo è pure l’“Autoritratto oscuro” dove Guevara parla di sé in questi termini:

 

Da una giovane nazione con radici d’erba

(radici che negano la rabbia d’America)

io vengo a voi, fratelli del Nord.

 

Gravato di grida di scoramento e fede,

io vengo a voi, fratelli del Nord,

vengo dove vennero gli “homo sapiens”,

divorando chilometri in riti transumanti;

con la mia materia asmatica che porto come una croce

e nelle viscere aliene da metafore sconnesse.

 

Ritratto di se stesso che completa nella successiva “E qui” dove si dichiara meticcio e quindi cittadino dell’America ispanica, senza una patria fissa e sicura perché la sua patria è là dove si combatte per una causa giusta.

 

Io pure sono meticcio per un altro aspetto:

nella lotta in cui si uniscono e si respingono

le due forze che agitano il mio intelletto,

le forze che mi chiamano sentendo delle mie viscere

lo strano sapore di frutto racchiuso

prima di raggiungere la sua maturità dell’albero.

 

Tra tutte le poesie della raccolta quella che preferisco è “Vecchia Maria”, troppo lunga per essere riportata per intero su queste pagine. Si tratta di un dialogo tra il Che e questa compagna che lui chiama affettuosamente Vecchia Maria, una donna del popolo coraggiosa che va a morire dopo una missione eroica.

 

Ascolta nonna proletaria:

credi nell’uomo che arriva,

credi nel futuro che non vedrai mai.  

 

Pure dalla morte si leva la speranza di un mondo migliore tutto da inventare.

 

Riposa in pace, vecchia Maria,  

riposa in pace, vecchia combattente,

i tuoi nipoti tutti vivranno l’aurora,

LO GIURO.

 

E quel LO GIURO scritto a lettere maiuscole sta come impegno forte e deciso per il Guevara combattente che crede in quella rivoluzione e nell’uomo nuovo teorizzato da Fidel. Il futuro sarà migliore del passato e pure morire perché ci sia questo futuro è una cosa importante. C’è anche  un po’ di retorica, se si vuole, però è retorica da combattente, da uomo che lotta per realizzare i suoi ideali, non certo retorica fine a se stessa. 

 

L’opera si conclude con il “Canto a Fidel”.

Riportiamo la nota quartina iniziale.

 

Andiamo,

ardente profeta dell’aurora,

per reconditi sentieri senza fili

a liberare il verde caimano che tanto ami.

 

Il verde caimano è Cuba (che ha la forma di un caimano rovesciato) e la poesia segna l’inizio di una rivoluzione vittoriosa che vede i guerriglieri uniti accanto al loro capo.

 

E se nel nostro cammino si frappone la spada,

chiediamo un sudario di lacrime cubane

a coprire le ossa guerrigliere

nel transito della storia americana.

Nient’altro.

 

Poesia civile con chiari accenti retorici, ma le cose che Che Guevara scrive poi le porta a compimento, come suo stile, rischiando la vita in prima persona. 

 

In conclusione il Che Guevara poeta e il Che Guevara combattente sono due aspetti di una stessa personalità. La poesia del Che è poesia ribelle, rivoluzionaria, civile. I suoi versi ricordano grandi imprese e le celebrano, sono intrisi di parole che infondono coraggio negli uomini e nelle donne che partecipano uniti a una rivoluzione fatta dal popolo. Quel che il Che canta e quel che il Che fa sono la stessa identica cosa, tanto per non smentire il carattere concreto e pragmatico di un grande condottiero che aveva il pregio di fare e dire soltanto le cose in cui credeva.

In questo periodo storico così povero di idee e di miti in cui credere è importante che un giovane possa accostarsi alla lettura di queste poesie scritte dal più grande tra i combattenti libertari.

 

                                                 Gordiano Lupi

 

 

 
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