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  Letteratura  »  Amaritudine, di Massimo Griffo, edito da Polistampa e recensito da Patrizia Fazzi 30/08/2022
 
Amaritudine – Massimo Griffo – Polistampa – Pagg. 292 - ISBN 978-8859603535 – Euro 11,13



Tra amarezza e amore la storia di un piccolo ‘eroe’ nell’Italia del secondo Novecento





Amaritudine: termine coinvolgente, formato nella parte iniziale dalla radice ‘amar’, che richiama sia al verbo ‘amare’ che al campo semantico dell’amarezza’ - quasi che ‘amore’ non potesse che essere affine a qualcosa di ‘amaro’ - e nella parte suffissale ‘itudine’ richiama a parole come ‘abitudine’, ‘solitudine’…Un titolo perfetto per il romanzo di Massimo Griffo edito nel 2008 da Polistampa e giustamente vincitore dopo pochi mesi del ‘Premio Roma’, città dove, quasi a ulteriore e significativa conferma, è ambientata la vicenda. Una dolente vicenda che stringe il personaggio principale, Gualtiero, in una morsa di abitudine all’amarezza, pur nella ricerca ostinata di una ragione e di una forma di ‘amore’, isolandolo in una folta serie di figure e vicende, che lo fanno sentire e apparire uno sprovveduto, un ingenuo, un sognatore sempre deluso. In realtà non è lui il vero protagonista di “Amaritudine”, ma, come suggerisce la felicissima copertina, il testo ha una dimensione collettiva, quasi corale, entro cui la storia di Gualtiero funge da elemento catalizzante ed emblematico.

La trama, che prende le mosse dagli anni della seconda guerra mondiale per arrivare, attraverso una scansione ben congegnata di capitoli, fino al 1993, ha un ampio respiro e si inserisce, a mio avviso a diritto, nel filone del romanzo storico e sociale, con precedenti illustri, da Manzoni a De Roberto, dalla Morante a Sciascia, distinguendosi per lo stile narrativo chiaro e al tempo stesso articolato, scorrevole e lucido, senza una parola di troppo sia nelle descrizioni che nelle sequenze narrative o introspettive, abolendo quasi il discorso diretto per riportare in modo incisivo e immediato ogni azione o pensiero dei personaggi o ogni vicenda storica italiana e non: da buon siciliano di origine, ma vissuto a lungo a Roma e ora a Firenze, Griffo ricorre a volte ad una sorta di indiretto libero verghiano.

L’Italia del secondo dopoguerra, del boom economico, della contestazione, degli anni di piombo, degli scandali e di Mani pulite, fa da cornice e sfondo non oleografico alla storia, amara senz’altro, di questo adolescente orfano, ingannato, bloccato nelle sue aspirazioni artistiche, fagocitato quasi da un mondo di ‘acrobati’, poi ‘giocolieri’ e infine ‘pagliacci’ che si alternano sul palcoscenico delle pagine, sguazzando senza scrupoli per portare avanti i loro interessi economici o di potere, seguendo l’onda e fiutando il vento, come lo zio Luciano e l’ambiguo amico Osvaldo, sempre pronti a mutar direzione a seconda delle circostanze, dopo averle sfruttate al massimo per arricchirsi o per altri fini ancor meno leciti. Un rapporto difficile, conflittuale, lega Gualtiero alla fede comunista, all’aspirazione alla giustizia, all’onestà.

Nel romanzo spiccano varie figure femminili, a volte antitetiche, come la madre Anna, vedova spenta e poco combattiva, e la zia Mariuccia, prima ‘segnorina’ e poi ricca e spregiudicata donna d’affari, accanto ad altre esponenti di un universo muliebre disincantato, che non concede molto ai sentimenti, fino a rifiutare la stessa maternità, lasciando Gualtiero ragazzo-padre, inadeguato a riempire vuoti affettivi suoi e altrui. Ma ciò che più convince nel romanzo è questa capacità di Massimo Griffo di tener desta l’attenzione del lettore e di intrecciare continuamente fatti privati e pubblici, nomi e cognomi di personaggi reali, eventi sociali e di costume di ogni tipo, facendoci ripercorrere cinquant’anni di storia italiana, la cosiddetta prima repubblica, come in un lungo film in bianco e nero dove si affacciano anche stati esteri, connessioni e collusioni, contraddizioni e conflitti armati, piste rosse e nere. In questo caos il povero Gualtiero si perde, rimanendone invischiato e vittima, mantenendo però una ‘sua’ fedeltà alle sue fedi illusorie, pur interrogandosi a fondo, ma finendo per dire ‘meglio ingenuo che mascalzone’: una sorta di Zeno meno autoironico, ma altrettanto ‘ineptus’, forse ‘sano’ in un mondo di ‘malati’ e che cerca a fatica di farsi ‘coscienza’ di fronte a ciò che non approva e in cui non si integra.

L’autore non concede nulla al facile moralismo, al commento critico personale: lascia parlare i fatti, i personaggi, rilanciando il giudizio al lettore, pago di averlo condotto, attraverso una storia individuale amara ma coerente, in una macrostoria forse ancora più contorta e difficile da sciogliere. “Amaritudine” è un romanzo da consigliare non solo a chi quegli anni li ha vissuti, ognuno con il suo rovello o piccolo bagaglio di esperienze agrodolci, ma soprattutto alle nuove generazioni, che da quei padri hanno ereditato ancor più incertezze e fragilità e necessitano di conoscere più a fondo le vicende e i capitoli chiaroscuri della storia del nostro paese e del Novecento.



Patrizia Fazzi


 
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