Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
News  
 
Canti celtici  
 
Il cerchio infinito  
 
Bell'Italia  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Letteratura  
 
Libri e interviste  
 
Freschi di stampa  
 
Intervista all'autore  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Fotografie  
 
 
 

  Letteratura  »  Poesie future, di Carla Malerba, edito da Puntoacapo e recensito da Franca Canapini 02/10/2022
 

Poesie future - Carla Malerba - Puntoacapo Editrice, 2020


Noi qui/ siamo sospesi/come finestre spalancate nella notte…


Carla Malerba, in queste sua nuova raccolta POESIE FUTURE, ci sorprende in apertura con una decisa dichiarazione di intenti poetici e di poetica, avvertendoci già su cosa il lettore potrà trovare nel libro. Nella poesia che apre la raccolta, infatti, afferma che cercherà di non farsi dominare dalle “immagini aperte” perché per lei è


“…meglio la chiusa parola

che travesta il mistero

meglio celare il pensiero

di ciò che tocca a ciascuno.”


Sceglie, dunque, di esprimersi tramite quella “chiusa parola” che rimanda agli antichi poeti provenzali del trobar clus e all’ermetismo moderno, sceglie una poesia talvolta di difficile decifrazione. Ma in lei questa non sembra una mera scelta estetica bensì una sentita necessità della sua anima schiva, che prova pudore a mostrare “ciò che tocca a ciascuno”, in altre parole il dolore, come lascia intendere nei versi “...dai giorni chiari/ si è compiuto il distacco, ne prendo atto/ e cerco/ la parola che non dica …”


Questa sua innata ritrosia la porta all’uso di una parola lieve e velata, ad un raffinato nascondimento che si traduce in versi delicati e rarefatti, la cui malinconia ci tocca dolcemente.

“…Simile alla fuga del capriolo incauto/è quella del cuore/per sottrarsi ai sortilegi dell’ombra…”

E anche lo straniamento che la sua chiusa parola può produrre nel lettore, conducendolo fuori dalla realtà consueta a perdersi nei significati possibili dei versi, è autentico, perché nasce dalla straniamento esistenziale che lei stessa prova, nel sentirsi senza patria, “estranea” al qui (l’Italia dove vive) e al lì (la Libia dove è nata) e che sortisce versi struggenti “…Oggi nessun paese/ho nel mio cuore./Di colonne stagliate/su azzurri di acque e di cieli,/di strade segnate dai millenni/era ricca la mia terra…”

Percorriamo il viaggio poetico di Carla consistente in quattro lunghi passi (Straniamenti, Dove nulla si perde, Se vuoi ti cerco, Ritorni) con la sensazione di trovarci in un cielo stellato, fitto di stelle più grandi o più piccole, tutte però molto luminose. Ammiriamo la sua capacità di dipingere con poche essenziali parole atmosfere stagionali, come accade nel suo raccontarci l’estate “…Giallo il sole,/lontano un abbaiare,/una sedia nel mezzo della stanza,..”; ma anche l’abilità di restituirci iconici ritratti di persone impresse nella sua mente, come Vera di Oporto o il “gigante buono” “……gigante buono, in sella/alla sua harley, /quante volte si era fermato/ sui bordi delle strade/a raccogliere margherite,/senza mai avergliele date…”

Ci colpisce il suo modo di raccontarci la luna, “Così bianca e nebbiosa/la luna/deve sapere di trielina…”“…forse la lama di luce/ che si posa/ti rivelerà quanto può costare/un notte di luna. Tanto di struggimento e di dolore…” e ci fa pensare che, se anche per lei la luna fosse simbolo della poesia o della sorgente dalla quale sgorga, allora con questi versi potrebbe volere comunicarci che la poesia non è solo piacere di esprimersi e bellezza, ma soprattutto mistero e tormento.

In molti testi si rivolge ad un misterioso Tu: è inutile cercare di scoprire la persona reale che potrebbe stare dietro a quel tu. Come ci dice il critico Daniele Piccini nel suo saggio La Gloria della lingua, il tu, da Leopardi in poi, rappresenta l’alterità, serve ai poeti per “definire il senso di sé, delle cose e del mondo”, può essere perciò un ricevente immaginario che gli permette il superamento della solitudine e del mutismo nella finzione di un dialogo potenziale. E in effetti sembra che i vari tu di Carla le siano necessari ad esprimere i moti del suo animo inquieto, i quali, sorprendentemente, possono passare all’improvviso da un estremo e vitale realismo alla riflessività contemplativa e viceversa.


Tutti ci possiamo riconoscere nell’inquietudine esistenziale di Carla Malerba, condensata in questa sua immagine

Noi qui/ siamo sospesi/come finestre spalancate nella notte…


con la quale ci presenta la condizione degli esseri umani, esposti ai continui cambiamenti interiori ed esteriori, alle avversità, alle calamità e perciò “sospesi”, nell’ attesa inquieta che succeda qualcosa. Ciò nonostante, simili a finestre aperte, sempre alla ricerca di una irraggiungibile verità che sveli il mistero del mondo (la notte) e dia pace.

Però, oltre la condizione umana precaria, esposta ai cambiamenti continui, alle perdite e al dolore c’è, per chi la sa vedere e trovare, la dimensione appagante dell’anima del mondo; là la poetessa sa inoltrarsi e giungere a quella/questa eternità mobile, “dove nulla si perde”. Questo conforto ci dà Carla Malerba con la poesia, per me, più spirituale e toccante della raccolta, con la quale chiudo le mie brevi note.



Tu sei

Dove nulla si perde del vissuto

E di vissuti diversi ti alimenti,

non nell’angusto spazio

delle case di pietra

al cui richiamo cedo talvolta

per trovarti,

ma nell’anima del mondo

con tutto ciò che è stato dato

di pollini, di suoni e di silenzi,

di tempeste e di quiete,

di tempi e mutamenti

come dono.


Franca Canapini


 
©2006 ArteInsieme, « 012624694 »