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  Letteratura  »  La rinascita narrativa della letteratura cubana, di Gordiano Lupi 11/07/2007
 

La rinascita narrativa della letteratura cubana

di Gordiano Lupi

 

 

“Un popolo che soffre produce grande letteratura perché la forza della parola non la puoi fermare”, ha detto Miguel Mejides intervistato da Danilo Manera al Pisa Book Festival. Niente di più vero. Cuba, un tempo terra di poesia e musica, è diventata fucina di narratori che raccontano la difficoltà di vivere nel loro tempo.
La Rivoluzione trionfa nel 1959 e a partire da quella data comincia una politica di censura ufficiale da parte del regime, che cala come un’ombra sopra le idee libertarie e indipendenti. Cuba si distingue sempre più per intolleranza e totalitarismo, sullo schema di altri governi monarchici e dispotici, unificando la Rivoluzione sotto il potere di un solo uomo. Fidel Castro, il 14 giugno del 1961, dice agli intellettuali cubani: “Dentro de la Rivolución todo, fuera de la Revolución nada”. (“All’interno della Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione niente”). Parole che segnano l’indirizzo della politica ufficiale del regime dell’Avana sino ai giorni d’oggi. Nessuno può avere un punto di vista diverso da quello ufficiale e non c’è artista o scrittore che possa esprimere liberamente la realtà cubana. In questo clima si producono due letterature che vanno avanti di pari passo: quella dei residenti in patria e quella della diaspora.

A Cuba rimangono autori di grande rilievo come Alejo Carpentier, uno dei più grandi narratori contemporanei di lingua spagnola. Lo si ricorda soprattutto per la grande attenzione verso l’uomo, la fede nei valori rivoluzionari e il senso della storia. Di grande importanza per la futura narrativa latino-americana è la sua teorizzazione del realismo magico: la letteratura deve riflettere la singolarità “meravigliosa” della identità culturale americana utilizzando gli strumenti che la realtà mette a disposizione. Il romanzo che gli dà fama mondiale è El reino de este mundo (1949), incentrato sulla rivoluzione antischiavista e indipendentista di Haiti. Los pasos perdidos (1953) viene scritto in Venezuela e il protagonista compie un vero e proprio viaggio nel tempo attraverso le età e gli stati di sviluppo della società umana. Soltanto dopo il trionfo della rivoluzione Carpentier compone la sua opera più importante: El siglo de las luces (1962), splendido romanzo politico scritto con uno stile maturo e vigoroso. Si parla della Rivoluzione Francese per parlare della Rivoluzione Cubana e Americana, di una presa di coscienza che deve far diventare l’uomo davvero libero. In Italia si possono leggere poche cose di Carpentier. La Besa di Nardò ha pubblicato Ufficio di tenebre che raccoglie dieci racconti, tre dei quali sono tratti dalla raccolta Guerra del tiempo. Einaudi ha da tempo esaurito Il regno di questo mondo (1990) e L’arpa e l’ombra (1993), mentre è ancora reperibile L’Avana amore mio (Baldini e Castoldi, 1998). Carpentier muore a Parigi il 24 aprile 1980 e non fa in tempo a prendere il Nobel per la letteratura che sarebbe stato un dovuto riconoscimento alla sua opera letteraria. José Lezama Lima è un altro grande autore da non dimenticare, un caposcuola indiscusso che riunisce molti discepoli attorno alla rivista Origines ed è autore di poesie ermetiche e visionarie  (Muerte de Narciso, 1937). A noi interessa soprattutto per il grande romanzo filosofico di matrice proustiana Paradiso, pubblicato in patria nel 1966 e in Italia edito da Einaudi nel 1995. Un romanzo dallo stile brillante e barocco ma scritto in maniera ostica, ricco di riferimenti culturali complessi e di metafore spesso incomprensibili. Un’altra prova narrativa di Lima è l’incompiuto Oppiano Licario (postumo, 1977), eredità di uno scrittore scomodo che ebbe rapporti difficili con la Rivoluzione. Tra gli scrittori che decidono di restare in patria dobbiamo considerare Manuel Cofiño Lopez, autore che sceglie di servire la Rivoluzione senza la minima deviazione. Nonostante tutto resta un grande narratore, dotato di tecnica sopraffina, di uno stile barocco e descrittivo, ma al tempo stesso evocativo e ricco di trama. Il suo romanzo fondamentale resta L’ultima donna e la prossima battaglia, pubblicato in Italia per merito della coraggiosa Erre Emme di Roberto Massari nel 1990. Cofiño è un grande scrittore e la sua opera è fatta di parole ricercate, descrizioni, stati d’animo e ambientazione tropicale tra campagna e città. Parti commoventi e molto letterarie descrivono L’Avana come una città piena di sole, bellissima, che sembra di cristallo, col suo colore azzurro, un posto dove di notte ci sono tante stelle come in campagna, ma non importa perché le stelle lì stanno da tutte le parti: nelle vetrine, nelle case, per le vie, e persino per le scale dei palazzi.

A mio parere, la Cuba di questi anni tormentati viene meglio rappresentata da scrittori che si pongono fuori dal sistema come Pedro Juan Gutiérrez. Questo autore anticonformista è noto nella sua terra natale come poeta e scultore più che come narratore, perché i suoi romanzi sono proibiti. In Italia viene pubblicato dalle Edizioni E/O di Roma, che hanno il merito di aver fatto conoscere la Trilogia sporca dell’Avana (1998), un vero e proprio caso letterario mondiale. Nella Trilogia, Gutiérrez  traccia un quadro triste e desolante di una Cuba messa in ginocchio da embargo e  periodo speciale, dove la fame e la fatica di inventare la sopravvivenza sono i veri protagonisti del quotidiano. In questo panorama il sesso rappresenta l’unica valvola di scarico, la sola via d’uscita dalla tristezza. Il protagonista del racconto, scritto in prima persona e con stile brillante e coinvolgente, è un giornalista che ha deciso di continuare a vivere a Cuba. Pagina dopo pagina ripete che quella è la sua terra e non se la sente di rischiare la vita per scappare a Miami. Il perché non è ben chiaro neppure a lui. Forse per vigliaccheria, per abitudine, o perché a Cuba può ancora vedere una bella donna sorridere e sapere che può fare l’amore con lei. La Trilogia è bellissima, una storia che corre via a ritmo di salsa e guaguancó, leggera come un soffio di vento tropicale, che ti prende e non si fa abbandonare sino alla fine. Il capolavoro di Gutiérrez è però Il re dell’Avana (1999), un romanzo feroce e sensuale, una storia d’amore tra due cubani di strada che cercano nel sesso una via di scampo all’emarginazione e alla miseria. Il re dell’Avana è un ragazzino che vive di furti e mercato nero per finire presto in prigione. Qui si fa trapiantare una pallina d’oro nella punta del pene e per questo si auto elegge re dell’Avana. Dice che solo lui sa far godere davvero le donne, perché quella pallina sul pene le fa impazzire di piacere. Il re dell’Avana descrive una città popolata da jineteras (le prostitute del giro turistico) e truffatori, che si apre come una gigantesca voragine a inghiottire ingenui e inconsapevoli turisti. Definirei la scrittura di Gutiérrez come una sorta di realismo metafisico. Può sembrare una contraddizione in termini ma non lo è. L’autore partendo dalla realtà riesce a dipingere un quadro magico di erotismo e sensualità che lo fa narratore originale e unico nel suo genere. Nella primavera 2002 le Edizioni E/O hanno pubblicato anche Malinconia dei leoni (2000) nella bella traduzione di Pino Cacucci. Si tratta di una raccolta di racconti dove l’assurdo e il surreale prendono il posto dell’erotismo sfacciato e del realismo sensuale. Nel 2001, E/O riporta in Italia il Gutiérrez più amato con Animal tropical, una nuova serie di avventure che vedono protagonista Pedro Juan, il personaggio principale della Trilogia sporca. Il romanzo è tradotto da Pino Cacucci ed è diviso in due parti che si caratterizzano per una diversa ambientazione. Pedro Juan viene invitato in Svezia e lui, abituato al clima tropicale, si trova catapultato in un posto surreale dove l’inverno è così duro che toglie la gioia di vivere. Agneta si innamora di Pedro e con lui fa sesso come non le è mai capitato di fare in vita sua, ma la sensualità del cubano è bloccata dai ritmi di una società troppo perfetta come quella svedese. Pedro Juan è un animal tropical che non può vivere lontano dalla sua terra: morirebbe di nostalgia. La seconda parte del romanzo vede il ritorno del protagonista a Cuba, in mezzo ai problemi di sempre, tra le braccia di una compagna che per vivere fa la jinetera, ma finalmente sotto il sole dei suoi amati tropici. Il romanzo che conclude il ciclo di Centro Avana è Carne di cane, forse minore rispetto agli altri lavori di Gutiérrez, ma interessante perché fornisce uno spaccato realistico della società cubana nel periodo speciale.  Carne di cane è un breve romanzo autobiografico scritto in prima persona con stile diretto e coinvolgente, che non concede niente ai virtuosismi letterari. Tutto è crudo e realistico, ma al tempo stesso malinconico e disincantato. Il protagonista cerca di rifugiarsi nella solitudine e nel silenzio, pure quando fa sesso con le prostitute, le uniche donne che è capace di amare. Un passo indietro nella narrativa di Gutiérrez è Il nostro GG all’Avana, pubblicato da E/O nel 2005, che pare cavalcare la moda planetaria della narrativa noir. L’azione del romanzo si svolge nel 1955, tra casinò, sesso, criminalità organizzata, agenti segreti e intrighi di ogni tipo. Nel corso del 2006 la Casa Editrice E/O dovrebbe far uscire El nido de la serpiente: Memorias del hijo del heladero, una sorta di prologo al ciclo di Centro Avana. El insaciable ombre araña, il romanzo che conclude la serie di avventure ambientate nella capitale, per il momento è destinato a restare inedito. Le Edizioni Estemporanee stanno lavorando a un’edizione critica di alcune opere poetiche di Gutiérrez, tradotte e presentate da Danilo Manera. In questo periodo Pedro Juan Gutiérrez sta lavorando a Pobre diablo, un nuovo romanzo ambientato nella Cuba che soffre. 

Un giovane autore che possiamo ascrivere alla scuola di Gutiérrez è l’avanero Alejandro Torreguitart Ruiz che ha pubblicato in Italia Machi di carta (Stampa Alternativa, 2002), La Marina del mio passato (Nonsoloparole, 2003) e Vita da jinetera (Il Foglio, 2005). Torreguitart utilizza uno stile semplice e poco letterario per raccontare la miseria del quotidiano. La Marina del mio passato è un racconto lungo  costruito su nostalgia e ricordi di un vecchio pescatore. Machi di carta e Vita da jinetera sono due reportages narrativi all’interno del mondo della omosessualità e della prostituzione per turisti.

Miguel Mejides Armas è nato a Nuevitas nel 1950 e in patria ha pubblicato molti romanzi e raccolte di racconti dal 1977 a oggi. Perverciones en el Prado (1999) è uscito da poco in Italia per Edizioni Estemporanee con il titolo Perversioni all’Avana. In Italia appare anche in due raccolte, curate da Danilo Manera, con i racconti Rumba Palace (A labbra nude, Feltrinelli 1995) e El porvenir del sobsuelo (Vedi Cuba e poi muori. Fine secolo all’Avana, Feltrinelli 1997). Stampa Alternativa ha pubblicato L’isola del Dio della musica, un lungo racconto in spagnolo (e relativa traduzione a cura di Manera) nel deludente volume Tocar sueños en Cuba (Suonare sogni in Cuba). Rumba Palace è uscito nel 2001 per il piccolo editore Perosini. Nel romanzo Perversiones en el Prado, Mejides ci presenta uno spaccato di mondo avanero molto più reale di quanto il lettore italiano all’oscuro di cose cubane possa pensare. L’azione si svolge nel fatiscente edificio al numero 112 del Prado, a due passi dal centro storico e dall’Avana Vecchia, nel bel mezzo di un’umanità emarginata che lotta per sopravvivere. Qualche critico si è spinto a dire che il romanzo di Mejides è una “metafora del fallimento di una rivoluzione”. Molto più condivisibile è che Mejides segue l’ispirazione del “Realismo Magico” latinoamericano e utilizza una prosa molto erudita e letteraria per descrivere situazioni quotidiane.

Un altro scrittore cubano interessante, ma proibito in patria, è Reinaldo Arenas, nato ad Holguín nel 1943 e morto a New York nel 1990.  In Italia lo conosciamo soltanto per lo stupendo Prima che sia notte (Guanda, 2004), autobiografia terminale di un oppositore al regime di Fidel Castro. La sua ribellione a Castro gli costa ripetute censure alle opere, molestie fisiche e morali,oltre a periodi di internamento nelle Umap (gulag per antisociali, omosessuali, capelloni, rockettari e affini). Reinaldo Arenas scrive e pubblica molto, ma il suo romanzo migliore resta Otra vez el mar (inedito in Italia). Questo libro viene scritto per ben quattro volte, a causa delle vicissitudini del manoscritto, giudicato pericoloso e controrivoluzionario, quindi a lungo ricercato dalla polizia per distruggerlo. Arenas ha parecchie noie anche a causa di un’omosessualità dichiarata che nel 1973 gli costa diversi periodi di reclusione e l’allontanamento dal lavoro. Arenas viene recluso nella fortezza del Morro ed è a lungo torturato, al punto che tenta pure di uccidersi, senza riuscire nell’intento. Le sue opere in patria vengono sempre più osteggiate e Arenas trova il modo di farle uscire da Cuba grazie a qualche amico che si spaccia per turista. Si cerca di organizzare una sua fuga all’estero, ma l’operazione non va a buon fine, e lo scrittore viene condannato ai lavori forzati. Prima che sia notte è la cronaca dolorosa di tutte le frustrazioni e le sofferenze di Arenas, ma soprattutto dei suoi tentativi falliti di fuga da Cuba. Lo scrittore lascia l’isola solo nel 1980, quando Castro permette un esodo di massa di omosessuali e altre persone non gradite. Non è facile nemmeno in questo caso, perché lui è uno scrittore scomodo e non un omosessuale qualsiasi, quindi la polizia cerca di evitarne la partenza con ogni sistema. Arenas è più scaltro dei suoi aguzzini, cambia il nome sul passaporto in Arinas e riesce a fuggire da Cuba per stabilirsi a New York, dove nel 1987 gli viene diagnosticato l’AIDS. In questo periodo termina la sua autobiografia, Prima che sia notte, un libro poetico e dolente dal quale il regista tedesco Julian Schnabel, nel 2000, ha tratto un ottimo film intitolato Before night falls. Prima che sia notte racconta la sua vita in fuga, le sofferenze, il tempo passato a guardarsi dai nemici che potevano essere ovunque, la prigionia, le torture e le notti insonni. Arenas si suicida nel 1990 con una overdose di droga e di alcol, lascia un biglietto con scritto: Vi lascio in eredità tutte le mie paure, ma anche la speranza che presto Cuba sia libera. Tra le numerose opere di Arenas, in Italia è reperibile soltanto Prima che sia notte (Guanda, 2004), ma è di questi giorni l’uscita per conto di Edizioni Socrates di Adiós a mamá (de La Habana a Nueva York), introdotta da Mario Vargas Llosa. Adiós a mamá è una raccolta di otto racconti in cui l’autore esprime tutta la sua rabbia e la disapprovazione nei confronti del regime castrista, ostentando la forza liberatrice di un’omosessualità vissuta con orgoglio e spirito di provocazione. Molto calzante la definizione che l’editore italiano dà di Arenas come il Pasolini dei Tropici. Dovrebbe uscire presto anche Arturo, la estrella mas brillante, credo per L’Ancora del Mediterraneo.

Con L’Avana nel cuore è un’antologia edita da Marco Tropea che raccoglie il meglio delle voci narrative cubane, sia della diaspora che dentro l’isola. Lucía López Coll seleziona sedici autori per raccontare L’Avana sulla scia della lezione del grande Alejo Carpentier. Per la prima volta troviamo riuniti in uno stesso volume autori che vivono a Cuba e autori della diaspora che scrivono da Miami o dall’Europa. Solo per questo motivo il volume ha una portata storica notevole, visto che incontriamo uno scrittore di regime come Abel Prieto, ministro della cultura già edito in Italia con lo scadente Il volo del gatto (Marco Tropea), accanto all’ottima Melene Fernández Pintado, che costruisce una storia fatta di nostalgia e rimpianto sulle vite dei cubani che vivono a Miami. Un racconto stupendo è Ritorno di María Elena Llana, che indaga con grande bravura sui sentimenti del cubano che torna al suo paese dopo tanto tempo. Lo scivoloso di Carlos Victoria merita attenzione per il taglio narrativo fantastico che l’autore inserisce in un racconto di vita quotidiana.

Leonardo Padura Fuentes fa parte di questa antologia, ma è più a suo agio con il romanzo. Il suo miglior libro è Il romanzo della mia vita (Marco Tropea, 2006), un’opera corposa realizzata su diversi livelli di narrazione. Padura Fuentes fino a oggi ci aveva deliziato con le storie poliziesche (molto letterarie) che hanno come protagonista il tenente Mario Conde. Maschere, Paesaggio d’autunno, Passato remoto, Venti di Quaresima e Addio Hemingway sono tutti romanzi editi da Marco Tropea. Il romanzo della mia vita è un’altra cosa. Qui non ci sono cadaveri da scoprire e delinquenti da arrestare ma c’è un  mistero da risolvere: quello del diario di José Maria Heredia, il grande poeta cubano morto in esilio. Il romanzo della mia vita è proprio il presunto libro che Heredia avrebbe dettato alla sua donna durante gli ultimi anni di vita. Fernando, il protagonista del romanzo, ritorna a Cuba sulle tracce del presunto manoscritto e ripercorre con la memoria l’ultimo viaggio del poeta esiliato. Il lettore attento si accorge che molte frasi che Padura Fuentes fa pronunciare a Heredia vanno bene per la Cuba di oggi. “Il potere è come una droga e ubriacarsi di storia può essere il suo effetto peggiore”, dice il poeta. E poi continua: “Nessuna poesia rovescerà mai un tiranno. Ma gli lascia un segno, a volte indelebile”. Il più grande poeta romantico dell’America Ispanica, il cantore della libertà di Cuba dalla dominazione spagnola, si fa coscienza civile per la Cuba di oggi alla ricerca della sua vera libertà.

Abilio Estévez è un altro grande scrittore cubano contemporaneo che appartiene alla diaspora, visto che da alcuni anni vive in Spagna dove scrive opere teatrali, poesie e racconti. Il suo primo romanzo, Tuo è il regno, ambientato nel periodo precedente alla Rivoluzione, è stato pubblicato nel 1997 e l’hanno tradotto in undici lingue. Abilio Estévez è uno scrittore colto e raffinato che sa descrivere tutta la sofferenza di un quotidiano irrimediabilmente uguale a se stesso. I personaggi di Estévez sarebbero piaciuti a Borges perché seguono la miglior tradizione latinoamericana e stanno a metà strada tra il realismo e il magico. L’autore descrive L’Avana, i quartieri più poveri, le strade polverose e dissestate, il lungomare dove i bambini si rincorrono e fanno il bagno. I palazzi lontani sono quei palazzi che il protagonista non troverà mai, perché per quelli come lui non c’è un palazzo. Estevez consegna un romanzo palpitante e commovente, dove si sente la sofferenza dello scrittore che ha vissuto sulla sua pelle le disillusioni dei suoi personaggi. In Italia i suoi due romanzi sono editi da Adelphi.

Se restiamo agli scrittori della diaspora dobbiamo citare anche Fèlix Luis Viera, pubblicato in Italia da L’Ancora del Mediterraneo con Il lavoro vi farà uomini, romanzo verità sulla vita all’interno delle Umap, i campi di rieducazione e lavoro per dissidenti, antisociali, omosessuali, rockettari, religiosi, santéros, nullafacenti e affini che hanno imperversato a Cuba tra il 1964 e il 1965. Felix Luis Viera riesce a far trapelare emozioni e angoscia da pagine che trasudano speranza di un futuro migliore per la sua terra. In Italia dovrebbe apparire anche il romanzo breve Inglaterra Hernandez, previsto nei programmi delle Edizioni Il Foglio per il 2007.

Tra i cubani in esilio la scrittrice più importante resta Zoé Vadés, una delle voci più originali ed espressive della narrativa caraibica. Zoé Valdés pubblica i suoi primi libri in Francia, ma il governo non li gradisce perchè giudicati troppo sarcastici. La scrittrice viene costretta ad abbandonare Cuba per trasferirsi definitivamente a Parigi. In Italia non sono reperibili molti libri di questa raffinata autrice allieva di Lezama Lima che viene tradotta con successo in tutto il mondo. Café nostalgia (Frassinelli) è purtroppo esaurito ed è forse il suo testo più lirico e spietato. Si trova ancora Il nulla quotidiano, edito da Giunti, un romanzo di vita, malinconico e ironico al tempo stesso, che racconta la tristezza del cubano costretto all’esilio. “Vengo da un’isola che voleva costruire il paradiso e invece ha realizzato l’inferno”, fa dire l’autrice al suo personaggio femminile. Il romanzo descrive un quotidiano fatto di sogni che svaniscono nel niente, di amori con traditori e nichilisti, di letteratura e amiche come la gusana (vengono chiamati così i cubani che fuggono) che dall’estero rimpiange il modo di vivere cubano, ma non certo un assurdo regime da cui è fuggita. Di Zoé Valdés è interessante anche La vita intera ti ho dato (Sperling), una sorta di feuilleton caraibico che racconta un amore eterno, ma al tempo stesso realizza l’affresco eccellente di una Cuba in via di disfacimento. La Valdés parla della vita di Cuca che scorre a tempo di bolero e si dipana secondo i ritmi più languidi della sua terra, ma la storia della protagonista è soltanto una scusa per raccontare cinquant’anni di storia cubana. Il lettore sorride quando la scrittrice afferma che “la vita è un treno di delusioni e i biglietti sono gratis”, ma anche quando chiama la rivoluzione con l’abbreviativo di rivo o di rivo-lozione e ironizza su “un popolo che - secondo certi propagandisti della fame - è sempre felice pure in mezzo a tante mancanze”. La Cuba che viene fuori da queste pagine è un’isola nelle mani di un vecchio dittatore che ogni giorno decide quale bislacco futuro costruire per il suo paese. Di Zoé Valdés ricordiamo anche Tu, mio primo amore (Frassinelli, 2002) e Gli orecchini della luna (Mondadori Junior), pure se non sono libri di facile reperibilità. Ricordiamo anche l’esule “cubanoamericanaCristina Garcìa con Questa notte ho sognato in cubano (1992) e Le sorelle Agüero (1997), che da Los Angeles ci restituisce una visione bella e insolita di Cuba. In Italia la pubblica Mondadori. Tra gli artisti che rimangono sull’isola  è importante Senel Paz, autore di Fragola e cioccolato (Giunti, 1994), storia della singolare amicizia tra un giovane eterosessuale e un intellettuale omosessuale. Una novità per una società machista che ha dimostrato di gradire sia il romanzo che la versione cinematografica di una storia insolita. Meritano un cenno anche le opere di Arturo Arango Rias, importante soprattutto per il soggetto del film Lista de espera, un racconto lungo edito da Fazi nel 2000 nella raccolta Lista di attesa. Arango punta l’indice sulla crisi energetica, la mancanza di carburante e di pezzi di ricambio che costringono un gruppo di cubani a socializzare in una sala d’aspetto. Tra tutte le privazioni viene fuori prepotente il carattere dei cubani che sembrano capaci di sorridere anche tra mille difficoltà.  Una prova interessante che ci fa ritornare al realismo magico e al fantastico tipico di certa narrativa latinoamericana. Mayra Montero è una giornalista studiosa di culti caraibici che in Italia ha pubblicato Da Haiti venne il sangue (Feltrinelli, 1993), storia costruita su atmosfere intrise di essoterismo e riti vudú. Lisandro Otero è uno scrittore nel solco rivoluzionario, ma noto in Italia solo per Bolero (Edizioni del Lavoro, 1992), un romanzo fatto di ritagli e opinioni sul musicista Esteban Maria Galán. René Vasquez Díaz è un altro cubano in esilio che vive in Svezia. Ha pubblicato un gran bel romanzo come L’isola del Cundeamor (Erre Emme, 1996) che ha come tema portante la sofferenza dei cubani lontani dalla loro terra. Ana Menéndez è figlia di genitori cubani ma è nata negli Stati Uniti e adesso vive a Istambul. Ho amato il Che (Mondadori, 2005) è un romanzo in bilico tra realtà e passato che fa rivivere emozioni e speranze di un periodo lontano. Karla Suárez è una giovane scrittrice avanera in esilio che vive tra Roma e Parigi e ha pubblicato Silenzi (Guanda, 2005), romanzo agrodolce sul rovesciamento degli ideali castristi. Ivonne Lamazares è autrice del dolce e disperato Dimenticare Cuba (Piemme, 2003), struggente canto d’amore alla sua terra che ha dovuto abbandonare per motivi politici. Ena Lucía Portela è una giovanissima scrittrice esponente del postnovismo che ha avuto grande successo in Francia con Cento bottiglie sul muretto (edito in Italia da Voland nel 2006). Concludiamo con un nome grandissimo e indimenticabile, quel Guillermo Cabrera Infante autore di un capolavoro come Tre tristi tigri, che il regime ha fatto scomparire da tutti i programmi di letteratura spagnola. In Italia è reperibile anche Mea Cuba, una raccolta di articoli polemici verso il regime castrista e nei confronti dei colleghi scrittori rimasti in patria. Entrambi i libri sono editi da Il Saggiatore, mentre Garzanti ci fa conoscere L’Avana per un infante defunto, un’autobiografia onirica che parte da una memoria infantile per immergersi in una chiusa serio-comica che ci porta negli abissi del sesso. Sono tipici di Cabrera Infante i giochi di parole, il delirio verbale, le digressioni ironiche. Lo scrittore racconta venticinque anni vissuti all’Avana e il suo abbandono dell’isola dopo la delusione dal castrismo. Tre tristi tigri mette al centro sempre L’Avana, postribolo per gringos, tropico a portata di mano per turisti ignoranti, ma intanto sulla Sierra avanza la Rivoluzione, speranza non ancora delusa. Un libro che prevede la Cuba del futuro che adesso è di nuovo un postribolo per stranieri. Cabrera Infante è uno scrittore che va conosciuto e anche in Italia è possibile farlo attraverso i suoi due libri fondamentali.

 

 

 
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