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  Letteratura  »  Una riflessione su Tre fili d’attesa, la plaquette di Maria Pina Ciancio, di Renzo Montagnoli 06/03/2023
 
Una riflessione su Tre fili d’attesa, la plaquette di Maria Pina Ciancio

di Renzo Montagnoli



La plaquette è un libriccino di poche pagine e in pochi esemplari tutti numerati, generalmente impreziosito da una stampa su carta di particolare qualità. In pratica è quello che si potrebbe definire un opuscolo, ma con finalità diverse, a seconda dei contenuti. Nel caso di Tre fili d’attesa, donatomi da Maria Pina Ciancio, è in effetti una presentazione di alcuni suoi riusciti versi che rientrano nella poetica dell’autrice, volumetto accompagnato anche da una stampa dell’artista Stefania Lubatti, un astratto policromatico.

C’è anche una presentazione di Anna Maria Curci con cui praticamente il lettore viene reso edotto del perché del titolo della plaquette. Si tratta di un breve componimento che è parte dell’opera, i cui primi due versi sono comprensibili, in quanto espressi in italiano, mentre gli altri sono nel dialetto del paese natale di Maria Pina Ciancio, San Severino Lucano.

Per esperienza posso dire che il dialetto sovente rappresenta meglio ciò che si intende dire, a patto ovviamente di conoscere il relativo vernacolo. Nel caso specifico “a bona sciorta / nu’ lavoro ca cuta / u cappatiempo ca vene sempre chiù lontano” è un detto popolare che comprende quelle che sono le speranze e i desideri della gente, come esplicitato nel piccolo glossario parte integrante dell’opera (la buona sorte / un lavoro redditizio / l’inverno che arrivi sempre più tardi.). Ma allora che senso ha parlare di attesa? Non dimentichiamo che la terra d’origine della poetessa è madre di emigranti, gente che parte e poi ogni tanto ritorna per poi di nuovo ripartire, mentre altre volte, soprattutto quando l’età è avanzata, il ritorno è definitivo. Così il tempo si divide fra andate e ritorni, una durata fra le une e gli altri che è di attesa. A chi come me non ha necessità di emigrare il tempo non si misura con i giorni che mancano a tornare, né con l’ansia che precede quelli della partenza; del resto la Lucania, come quasi tutte le regioni del Sud, è da sempre terra di emigrazione. E’ poco il lavoro locale, le retribuzioni sono quasi sempre inadeguate e per vivere si deve andare, si devono lasciare quelle radici che in epoche migliori dovrebbero avvinghiarsi al terreno. Resta sempre, anzi ancor più vivo, l’amore per la propria terra, sebbene ingrata.

Non ho letto molto di Maria Pina Ciancio, ma quel poco, dato dalla silloge Storie minime e da questa plaquette, testimonia, oltre che dell’amore viscerale per la propria terra, la sofferenza intima di essere schiavi della necessità di lasciarla per poter vivere. E allora anche quel poco che può dare la tua terra sembra tanto, assume un valore che agli occhi di altri potrebbe sembrare superfluo, ma che invece è predominante in chi disperatamente si aggrappa al ricordo di case, di viuzze, di gente di paese, del proprio mondo. E’ in tal caso che si ha occhi per guardare con tenerezza cose che sfuggono a chi è sempre lì e mai se ne va (Dopo la festa i vecchi sono angeli / e conservano ancora il rossore del ballo. / Stanno aggrappati agli orli delle case / e non dicono nulla / per un giorno si dimenticano il freddo / e la paura del sonno che non viene. ). Quanta tenerezza in pochi versi, quanto amore per queste testimonianze di un luogo e di un tempo, perché i vecchi sono ciò che è stato, sono i portatori del testimone delle proprie origini, rappresentano sul palcoscenico della vita la commedia del passato, sono gli emblemi di un tempo e consentono di ricordare da dove si viene, placano la nostalgia, colmano i cuori, danno la speranza di essere lì, fra loro, un giorno in futuro.

Là c’è una patria che aspetta, un paese che non fa rumore d’inverno, un tempo irreale di attesa che inizia con la neve e sempre tre fili di attesa (la fortuna, una miglior retribuzione e la speranza che tardi l’inverno).

Il tempo che corre fra una partenza e un ritorno al paese, quando non si deve emigrare, passa senza che ce ne accorgiamo, è per noi un tempo fermo, è quello in cui è solo il trascorrere delle stagioni che ci avverte che un anno se n’è andato.

Non vorrei però che Maria Pina Ciancio fosse per questo etichettata come “locus poeta”, perché l’amore per il proprio paese non è disgiunto dall’anelito per il riscatto di una gente da troppo tempo disperata, con un accento netto sulla coscienza civile che ci è stato dato di riscontrare in un altro poeta lucano, Rocco Scotellaro, morto troppo presto e anche lui cantore di una miseria che sembra tuttora senza speranza.



 
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