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  Letteratura  »  Quando lo scrittore va in galera, di Carlo Bordoni 18/07/2007
 

QUANDO LO SCRITTORE VA IN GALERA

di Carlo Bordoni

 

 

In un vecchio giallo di Agatha Christie (Dalle nove alle dieci) si scopre che l'assassino è il narratore, ma non era ancora successo che uno scrittore fosse arrestato per un caso at­torno al quale sta scrivendo un romanzo.

Vero è che il romanzo in questione (Dolci colline di sangue, Sonzogno, 2006) non è ba­sato su fatti immaginari, anzi si avvicina a quei romanzi-verità che si confondono piuttosto con la cronaca giudiziaria. Né si potrebbe apporgli la classica nota editoriale che prende le distanze, “qualsiasi riferimento a fatti, località o persone realmente esistenti o esistite è pu­ramente casuale”, perché qui di nomi e cognomi se ne fanno tanti, e tutti rigorosamente in­tenzionali.

E soprattutto è vero che il caso in questione, quello del Mostro di Firenze, tanto noto da essersi depositato nell'immaginario popolare, non si può dire chiuso. Le indagini sono an­cora aperte e molti, troppi dubbi, tormentano ancora inquirenti e giudici sulla vera identità di uno dei più efferati assassini del nostro tempo, più crudele e sanguinoso persino del prototipo di tutti i serial killer, Jack lo Squartatore, che seminò il terrore nella Londra vitto­riana alla fine del xix secolo.

Mario Spezi, giornalista della Nazione, scrittore e accreditato “mostrologo”, è finito davvero dentro, accusato di depistaggio e indiziato di aver qualcosa a che fare con la morte del medico Francesco Narducci, trovato annegato nel Trasimeno. E' stata la Procura di Pe­rugia a mettergli le manette e a trasformarlo, da testimone acuto e privilegiato, in uno degli attori, coinvolti in prima persona, per uno di quei chiasmi incredibili che avrebbero fatto la gioia di Borges.

Adesso Spezi è stato rilasciato grazie al Tribunale della Libertà, dopo ventitré giorni di prigione, durante i quali il suo romanzo è arrivato in libreria, circondato da un alone scan­dalistico di cui il giornalista avrebbe fatto volentieri a meno.

Per scriverlo, Spezi ha goduto della collaborazione di uno dei più attuali scrittori di horror e di suspense, Douglas J. Preston che, assieme a Lincoln Child, sta riscuotendo no­tevole successo col personaggio dell'investigatore Pendergast. Storie ben strutturate che mescolano abilmente scienza e mistero, archeologia e paura. Assieme, Preston & Child, hanno firmato romanzi come Relic (divenuto un film di Peter Hyams), fino al più recente La danza della morte.

Preston è americano (del Maine, come il suo collega Stephen King, altro maestro di or­rori letterari), ma spesso a Firenze, dove trascorre lunghi periodi. Ma è più giusto dire “tra­scorreva”, perché adesso è indagato di reticenza, calunnia e “altri reati orribili”, e lo State Department lo ha consigliato di non tornare in Italia.

Il tema del Mostro di Firenze deve aver appassionato Preston fin dal suo arrivo nella città toscana, al punto da spingerlo a scrivere un breve racconto, La prodigiosa guarigione di Frederick F. (pubblicato poi nell'antologia mondadoriana In fondo al nero), che s'ispira a quei fatti di sangue. Così Mario Spezi non deve aver faticato molto a convincerlo a scri­vere a quattro mani questa dettagliata rivisitazione della storia del Mostro di Firenze in chiave romanzesca.

Va subito detto che Dolci colline di sangue è un romanzo a tesi, nel senso che cerca di dimostrare, attraverso una narrazione incalzante e una ricca documentazione, le convin­zioni a cui è giunto il giornalista, quelle stesse “tesi” su cui insiste da tempo e che gli hanno guadagnato la speciale attenzione della Procura di Perugia: che la “pista sarda” sia stata in­giustamente abbandonata e che si sia preferito puntare su Pacciani e sui suoi “compagni di merende”.

Dal libro di Spezi-Preston emerge prepotente una diversa lettura dei fatti, che ha la forza di ogni giallo che si rispetti e a cui manca solo l'ultima pagina, quella in cui è rivelata l'identità dell'assassino. Che, tuttavia, gli autori preannunciano e lasciano intuire, secondo il classico e stringente processo logico-deduttivo che ha reso celebre Sherlock Holmes, “Elementare, Watson!” Con quegli elementi, con quegli indizi, con quelle prove, non si può sbagliare. Innocente Pacciani, assieme a tutti gli altri indiziati che sono stati presentati – di volta in volta – come il vero Mostro di Firenze, finalmente svelato, Spezi-Preston puntano su una soluzione assai semplice, rispondente all'immagine di un serial killer solitario, gio­vane, alto, afflitto da impotentia coeundi e marchiato da un terribile shock infantile, l'uccisione della madre.

La chiave del mistero sta nell'arma del delitto, una Beretta calibro 22 che fa la sua prima apparizione nel 1968, sulla scena del delitto Barbara Locci-Antonio Lo Bianco: un omicidio di gruppo, maturato all'interno della “pista sarda”, che si presta a fare da “scena primaria” a una lunga serie di delitti simili (uccisione di una coppia appartata in auto), a cui si aggiunge la componente sessuofobica (lo scempio della vittima femminile), dal momento in cui la pistola passa di mano (in seguito a furto) e diventa così lo strumento di morte di un killer solitario che preferisce colpire nelle notti senza luna.

Dolci colline di sangue ha il pregio della grande narrativa di tensione: ricostruisce l'atmosfera, l'ambiente e la cultura di una trentina d'anni fa, fa rivivere al lettore l'emozione di un tempo che sembrava cancellato: solo così è possibile recuperare la se­quenzialità e la logica degli eventi, la loro immanenza e inequivocabilità. Fino al punto di spingersi alla cronaca vicina all'oggi: il romanzo descrive con allarmato presentimento la perquisizione subita dallo Spezi nel 2004, ma non può andare oltre. Non supera i limiti im­pliciti nel romanzo, al quale manca – oltre all'ultima pagina risolutoria – anche il nuovo capitolo sull'arresto e sul suo coinvolgimento.

Tristi e terribilmente serie le pagine in cui Spezi racconta come ha salvato il dischetto col suo lavoro “in progress”, nascondendolo nelle mutande. Come quella perquisizione inattesa avrebbe potuto impedire la pubblicazione del romanzo. Come avrebbe potuto spaz­zare via i dati raccolti, gli appunti, i documenti, le sequenze di un mosaico minutissimo, difficilmente ricomponibile. Come avrebbe fiaccato per sempre la sua voglia di parlare, di scrivere, di raccontare un pezzo di storia e spiegarne i perché. Aiutare a capire. Accusano Spezi di depistare gli inquirenti, di seminare indizi, di rimuovere certezze. Ma la sua “dis­seminazione” sta tutta dentro questo libro. Nella sua verità. E, come tale, non si può can­cellare.

 

M. Spezi, D. Preston, Dolci colline di Sangue, Milano, Sonzogno, 2006, pp. 347, € 17,00.

 

 

 
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