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  Letteratura  »  Il kamikaze cristiano, di Angelo Tondini Quarenghi, edito da Bietti e recensito da Patrizia Fazzi 05/04/2023
 

Il kamikaze cristiano – Angelo Tondini Quarenghi – Bietti – Pagg. 448 – ISBN 9788882482053 – Euro 20,00



Il kamikaze cristiano, un titolo originale scelto da Angelo Tondini Quarenghi per il suo primo romanzo: titolo ossimorico, giocato sull’antitesi tra il nome – kamikaze – di origine nipponica ma ormai assimilato al fanatismo islamico e l’aggettivo – cristiano – che riporta ad un altro universo religioso e culturale. In questa antitesi si gioca e impernia la vicenda e il messaggio di fondo del libro: oriente e occidente fusi in un personaggio e al tempo stesso messi a confronto, analizzati con lucidità fotografica, ripercorsi con l’occhio vigile del giornalista disincantato, ma non rassegnato, pronto a cogliere fino all’ultimo ‘clic’ pregi e difetti, bellezza e contraddizioni del nostro tempo, ormai lacerato da diversità culturali che invece sarebbe opportuno riuscire a ricomporre.

Il libro è così ricco di spunti di riflessione, così ampio e complesso che tante sono le considerazioni che ne scaturiscono. Innanzitutto l’originalità della vicenda del sessantenne giornalista ‘freelance’ Paolo Vida, che, deluso da un fallimento esistenziale, progetta una personale vendetta contro l’Islam, reo di aver attuato l’attacco terribile alla torri gemelle, tra le cui vittime c’e Cristina, suo primo amore. Procuratosi clandestinamente l’esplosivo, in una Palermo descritta nei suoi aspetti più foschi, Paolo parte in un aereo militare, un Hercules C130 rumoroso e privo di ogni minimo comfort, per il suo “viaggio della morte”, ultima sponda dove intende riscattare sé e l’occidente con una fine da ‘eroe’, che porti il suo nome finalmente alla ribalta della cronaca e suoni come avviso e terribile risposta alla parte fondamentalista e aggressiva del mondo islamico.

Meta del viaggio Kabul, la capitale afgana, anno 2002, città devastata, come tuttora, da anni di guerra e distruzioni, con macerie morali e materiali, reduce dal durissimo regime talebano che ha infierito soprattutto sulla libertà personale delle donne, private di ogni diritto, lapidate, frustate, costrette ad indossare il burqa, abito che cancella il volto, il corpo, l’identità.

L’intento distruttivo del piano segreto è più volte ribadito dal narratore in prima persona, ma il personaggio di Vida non si esaurisce in un puro aspetto di rivendicazione fanatica : in realtà questo ‘protagonismo’ da uomo-bomba sembra piuttosto una specie di ‘maschera, un abile espediente narrativo, mentre il vero Paolo continua a esistere e a comportarsi fino all’ultimo da giornalista e fotografo, curioso, attento, lucido nell’analizzare e descrivere, conservando intatta la sua razionalità e soprattutto ‘humanitas’. Così Angelo Tondini ci regala, con gli occhi del personaggio Paolo – in simbiosi con macchine fotografiche ed obiettivi vecchio modello, intento a raccogliere appunti di viaggio e reportage fotografici per la stesura di una guida di Kabul – uno splendido spaccato della città afgana, con tutte le sue contraddizioni, quelle stesse in cui noi tutti ci dibattiamo.

Nel corso degli avvincenti capitoli, si susseguono descrizioni puntuali di personaggi, vie, case, ospedali, mercati, di tutto ciò che è anche ‘fotografabile’, al punto di non far sentire mai la mancanza di una ‘picture’, anzi ci sono immagini nitide che si snodano agli occhi di un lettore-spettatore. Altrettanto efficace risulta la resa dell’essenza emotiva, il pathos che emerge dai contesti visitati, senza mai eccessi o patetismi. Ecco l’ospedale di chirurgia d’urgenza di Emergency , la sezione di ortopedia e riabilitazione della Croce Rossa, dove in condizioni difficili lavorano eroi veri, medici e infermieri, e appaiono volti e corpi feriti ogni giorno. Di fronte ad un bambino martoriato da una bomba antiuomo, il fotografo commenta dentro di sé : “ottimo soggetto, drammatico, commuovente, strappalacrime”, certo vendibilissimo... Ma poi si rifiuta, si paralizza e scrive: “Non riesco a ritrarre il dolore, è più forte di me. Durante tutta la mia vita ho fotografato le bellezze di questo pianeta” e preferisce portare dentro sé questa immagine, ma non sfruttarla a fini commerciali. Certamente una bella lezione a tanti messaggi mediatici che giocano sulla violenza e sull’impatto emotivo fino alla morbosità e invadenza più irrispettosa del dolore altrui, pur di fare ‘audience’ o vendere copie.

Nel suo aggirarsi per la capitale afgana Paolo Vida si ritrova nella sede del contingente militare internazionale, nella Galleria Nazionale, nell’orfanotrofio e ancora nel cuore commerciale di Kabul, dove venditori e artigiani, merci e prodotti di ogni genere e provenienza si materializzano grazie a una tecnica mutuata dalla fotografia, alternando la profondità di campo (depth of field) con quella mediamente ridotta, meno a fuoco, fino ai primi piani nitidi di volti e abiti. Il giornalista addirittura, sotto gli occhi stupiti del suo autista, non esita ad indossare un burqa, rischiando di essere scoperto e arrestato, pur di immortalare la realtà come la vivono e vedono le donne afgane dalla loro prigione di stoffa all’altezza del viso.

Ma il proscenio della narrazione è dominato dall’elemento femminile: la giornalista spagnola Monica, le lavoratrici del forno di pane, la segretaria del Museo di pittura, le studentesse afgane, le maestre delle scuola coranica, la parrucchiera Shabana, le redattrici della rivista “Roz”, tutte artefici e seme del lento e difficile ritorno alla normalità dopo il duro periodo talebano. Non è sfuggito all’autore l’importanza della componemte femminile nello sviluppo e ricostruzione: donne come vessillifere di libertà in un paese dove per anni esse, pur tenute quasi in schiavitù, perché fortemente temute da una cultura patriarcale e maschilista, sono ben consapevoli del ruolo naturale e sociale del mondo femminile.

In questa prospettiva la figura chiave è Kokla, complementare e antitetica a Paolo: afgana vissuta in Svizzera, giovane, bella, colta, ha mantenuto il meglio della cultura islamica, la fede in un Allah non temibile e misericordioso (“Allah è grande”, ripete fino in fondo…) e ha assorbito i valori positivi di quella occidentale, la tolleranza, il dialogo, la speranza. L’incontro con Kokla, connubio felice tra occidente e islam, è in qualche modo con una “salvatrice”, non a caso donna, come spesso in altre storie sia orientali – la Sherazade di “Le mille e una notte” – che occidentali – la Beatrice dantesca . E’ Kokla che, con il suo fascino e le lunghe e acute conversazioni, mette in forse il progetto di Paolo, pur ignorandolo, fino al sorprendente finale…

Oltre alla vicenda, colpisce lo stile di scrittura: chiaro, incisivo, essenziale, con frasi parattattiche alternate a riflessioni personali ad alta voce, monologhi vibranti sulla nostra società, sulla storia, ma sempre tenuti sotto il controllo razionale, spesso con il filo sdrammatizzante dell’ironia o autoironia, con un lessico curato e mai debordante, anche quando arricchito da vocaboli più di registro basso, mai inseriti con volgarità o ad effetto. Rimarchevoli le chiuse di ogni paragrafo in cui si suddivide ogni capitolo: frasi brevi, antitetiche, lapidarie. La struttura del libro è ampia, ma ben impostata, quasi una presceneggiatura per un ipotizzabile e auspicabile trasposizione filmica.

Infine il messaggio dell’opera, che ognuno può leggere e interpretare come vuole, ma risulta innegabile e apprezzabile l’analisi della civiltà occidentale e orientale che Tondini porta avanti con coraggio e profondità, per bocca del suo personaggio o altri osservatori stranieri, come i giornalisti che abitano con lui e ai quali organizza una cena semplice con vivande portate in valigia dall’Italia. Il libro affronta più volte tematiche riguardanti il terrorismo, il ruolo degli stati Uniti o delle grandi religioni, la decadenza sul piano dei valori della società occidentale, sprezzante verso chi non persegue il profitto immediato, invasa e a volte succube della tecnologia, a cui il nostro fotografo si sottrae utilizzando apparecchiature quasi anacronistiche. Soprattutto si coglie una visione globale dell’Islam, del suo antico patrimonio intellettuale e morale, e quasi un continuo accorato appello al mondo islamico perché si fermi a riflettere sul suo rapporto con l’umanità e quindi anche a tutti noi.

Vita e morte, regresso e progresso, integralismo e tolleranza, ritualità e tecnologia si incrociano e scontrano ed ogni aspetto è passato al vaglio di una mente aperta, coltissima, navigata nel mare delle esperienze, dei contatti con gente diversa. Un libro che avvince, accende riflessioni, una finestra su realtà umane ormai imprescindibili, un’opera consigliabile a tutti, specie alle giovani generazioni, un romanzo-saggio apprezzabile più di tanti saggi-reportage scritti da giornalisti ben pagati, assicurati, acclamati e premiati più di chi come Paolo Vida – e forse anche l’autore – ha scelto la libertà con tutti i rischi e le mancate remunerazioni che comportaTerminata la lettura del libro, si potrà provare un sottile dispiacere per la fine di questo affascinante viaggio, ma accorgersi, proprio dalle battute finali dell’opera, che il ‘vero’ protagonista è rimasto nascosto tutto il tempo e il narratore, da bravo fotografo, con un’abile profondità di campo, l’ha tenuto sullo sfondo per tutto il tempo senza nominarlo: l’Amore, “l’Amor che muove il mondo e l’altre stelle”. Un grazie anche per questo ad Angelo Tondini.



Patrizia Fazzi


 
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