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  Letteratura  »  Rainer Maria Rilke - Esistenzialismo lirico ed essoterismo, di Fabrizio Manini 25/08/2007
 

RAINER  MARIA  RILKE

Esistenzialismo lirico ed essoterismo

di Fabrizio Manini

 

Nella Lettera a un giovane poeta (1903) Rilke dice testualmente: “un artista è tale se sa penetrare in se stesso e giungere a quella profondità da cui balza infine la vita; soltanto in questa fonte, da accogliere con semplicità, troverà una risposta chi si sente chiamato alla creazione poetica”. Rilke avverte l’opera d’arte come qualcosa di indefinito e di indicibile ed è questo aspetto un po’ misterioso che lo porta alla convinzione che gli avvenimenti e le cose non si possono afferrare e raccontare secondo la nostra volontà. Della sua Praga, amata e odiata allo stesso tempo, non sopporta l’atmosfera malinconica; la città è ancora chiusa (soprattutto in senso intellettuale), fermamente dominata dalla cultura imperialista austriaca. Anche se il nascente nazionalismo boemo si faceva strada fra i pensatori, Rilke si allontana a tratti da quel luogo, spostandosi inizialmente a Monaco, poi a Firenze, a Brema, a Parigi e infine nel castello di Muzot, in Svizzera, dove rimarrà fino alla morte. Sebbene distante, in un primo momento egli pensa di continuo alla sua terra e alla sua nazione: è questo amore-odio contrastato e taciuto che lo porta a scrivere che “fa commuovere la melodia del popolo boemo: si insinua leggera nel cuore e lo rende greve”. Ma negli anni successivi Praga diviene gradualmente un ricordo da rimuovere: rappresenta, infatti, il luogo di un’infanzia non felice, dovuta a una madre bigotta ed estremamente rigida, a cui fa seguito l’esperienza degli obblighi militari mal sopportati, imposti dalla famiglia presso l’accademia locale (vicende descritte con tono accusatorio in una novella poco nota dal titolo L’ora della ginnastica). Inoltre la vita lenta e cadenzata della città, per la maggior parte del tempo priva di divagazioni, portava inevitabilmente a un eccessivo sviluppo degli aspetti fantastici e medianici che la mente poteva creare; in altre parole Rilke si avvicina molto all’occultismo e allo spiritismo, entrando in perfetta e completa consonanza con le riflessioni sulla cabala sviluppate da Kafka, altro grandissimo scrittore praghese suo contemporaneo. L’aspetto significativo è che l’unità a cui tendeva la sua poesia non era affatto riconducibile alle figure irreali, lugubri e confuse volute dalla moda spiritica diffusa nei salotti e nei circoli europei; i canoni tradizionali dell’occultismo, a metà strada fra il religioso e il demoniaco, non lo interessavano minimamente. Tutto questo perché l’eredità storica che la città lasciò ai suoi poeti fu l’estasi mistica, lontana quindi dalle religioni tradizionali e attenta a una nuova concezione del sacro.

Secondo Rilke la poesia non ha influssi né doveri verso la realtà storica e sociale. L’opera d’arte, sia essa poesia o qualsiasi altra creazione dell’ingegno umano, non è in grado di modificare (neanche parzialmente) il mondo in cui viene a trovarsi e neppure può migliorare il quotidiano. Una volta che essa ha visto la luce, rimane ferma alla contemplazione degli uomini con la sua superiore indifferenza. Sin dalle Nuove poesie, Rilke teorizza la centralità della creazione artistica: l’impegno che ha il poeta è diventare cosa fra le cose, cioè assumere la funzione di strumento inconsapevole e puro di quell’Assoluto che per suo tramite può manifestarsi al mondo. In quest’ottica anche gli oggetti rimangono immobili, in quanto devono essere solo osservati e non posseduti o spiegati. L’orrore della prima guerra mondiale getta Rilke in un’angosciosa prostrazione; le indicibili sofferenze morali (ma anche materiali) che vive e che vede lo portano a modificare la sua poesia nel senso delle tematiche che d’ora in avanti saranno incentrate soprattutto sulla morte e su tutti gli aspetti annessi e connessi. È proprio con la morte dell’individuo che Rilke ritiene concluso il percorso con il quale si diventa cosa fra le cose, poiché è solo dinnanzi all’estremo silenzio che si può comprendere il limite invalicabile sia dell’artista, sia della verità della parola poetica. A tal proposito sono esplicativi i Quaderni di Malte Laurids Brigge, romanzo-diario autobiografico pubblicato nel 1910; qui Rilke racconta le condizioni dell’artista nell’età moderna in modo nuovo e originale, descrivendo l’impossibilità di vivere attraverso le immagini brutali di una metropoli (nel suo caso Parigi) che portano all’annientamento dell’individuo e alla conseguente perdita d’identità; infatti, nonostante i progressi della tecnica e l’avanzamento della civiltà, l’uomo continua a vivere sulla superficie dell’esistenza. Di qui gli errori, le brutture e i desideri che rievocano e richiamano l’esperienza della morte, sentita e interpretata come il momento (forse l’unico momento) di suprema maturità.

Il testo che vi propongo è la parte iniziale della prima delle dieci Elegie Duinesi; nel complesso il ciclo evoca fantasmagoriche figure di angeli ritratte nell’angoscia di un mondo privo di forma e di senso nel quale si avverte chiaramente la totale spersonalizzazione dell’artista moderno.

 

Riferimenti: Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi, Fabbri Editori

 

 

 

Se pur gridassi, chi mi udirebbe dalle gerarchie

degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso

al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza.

Perché nulla è il bello, se non l’emergenza

del tremendo: forse possiamo reggerlo ancora,

ed ammirarlo anche, perché indifferente

non degna distruggerci. Ognuno degli angeli è tremendo.

E mi trattengo così, e inghiottito l’appello d’oscuri

singulti. Ah! chi possiamo allora chiamare in aiuto?

Gli angeli no, gli uomini no, e i sagaci

animali lo notano già quanto noi inadeguati

siam qui di casa nel mondo già interpretato.

Ci resta forse un albero là sul pendio, che ogni giorno

possiamo rivedere; ci resta la strada di ieri e anche

l’adusata fedeltà ad una abitudine, che in noi

s’è intanata, è rimasta, e non se ne andò.

Oh, e la notte, la notte, quando il vento colmo

di cosmici spazi ci corrode il volto – a chi mai

potrebbe mancare l’agognata, che sì dolcemente disillude,

essa, che di fronte al cuore solitario penosamente

si leva? E’ forse più lieve degli amanti?

Il destino lo nascondono soltanto l’un l’altro.

Non lo sai ancora? Getta dalle tue braccia il vuoto

fin dentro gli spazi che respiriamo; forse gli uccelli

con volo più intimo sentono l’aria così dilatata.

 

 

 
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