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  Letteratura  »  Doppia identità, di Renzo Montagnoli 01/09/2007
 

Doppia identità

                    di Renzo Montagnoli

 

Henry Beyle nasce a Grenoble il 23 gennaio 1783.

La sua è una famiglia borghese e al giovane non mancano certi agi; tuttavia, la rivoluzione è alle porte e quando il padre viene imprigionato nel 1794, cioè nel pieno del terrore, affida il figlio a un precettore, l’abate Raillane, poiché la madre era già morta nel 1790.

Così nel 1796 il giovane Henry entra nella scuola di Grenoble e nel 1799 ottiene già un impiego, a Parigi, presso il Ministero della Guerra.

Nel 1800 si verifica l’evento che darà un’impronta indelebile a tutta la sua vita: parte per l’Italia, come sottotenente dei dragoni, al servizio di Napoleone Bonaparte.

La sua stima verso questo generale corso si accresce ogni giorno e diventa una vera e propria idolatria; del resto i giovani dell’epoca vedevano nel condottiero vincitore di tante battaglie l’uomo nuovo, colui che avrebbe dato lustro e speranze alla Francia, un militare non di origini nobili, ma che da lì a poco sarebbe diventato imperatore, come a dire che grazie alla rivoluzione tutti potevano costruire il loro futuro, indipendentemente dalle origini.

Nel 1803 si congeda dall’esercito, pur restando alle dipendenze del ministero della guerra, funzione che lo vedrà al seguito di Napoleone su tutti i principali teatri di battaglia, compresa la disastrosa campagna di Russia, e fino al 1814, caduta dell’imperatore.

In quella circostanza pensa bene di trasferirsi in Italia, paese che ama più della Francia e dove non manca di intrecciare avventure galanti, anche turbinose.

E’ una vita sospesa fra realtà e sogno, fra la necessità di adattarsi all’imperante restaurazione e il desiderio del risorgere di una nuova figura come quel Napoleone che tanto lo ha influenzato.

Nel 1821, considerate le sue simpatie per i carbonari, viene espulso da Milano e allora gira per il nostro bel paese, scrivendo saggi e sempre amoreggiando.

Con la morte del padre rientra in Francia e fonda un circolo letterario, di chiara ispirazione romantica, a cui aderiranno autori di successo, fra cui Prosper Mérimée.

Nel 1827 pubblica il suo primo romanzo, Amance, adottando nell’occasione lo pseudonimo di Stendhal, ispirato da Stendal, luogo di nascita di Winckelmann, il padre dell’archeologia moderna.

Amance è influenzato dalla sua vicenda amorosa con Matilde Viscontini Dembowski ed è il primo romanzo dove la trama ha un suo preciso contesto storico, il che consente a Stendhal di criticare la società di quel periodo.

Seguiranno poi nel 1830 Il rosso e il nero, nel 1839 La Certosa di Parma e nel 1894, postumo, Lucien Leuwen, tutte opere innovative e di grande pregio, tanto che non è azzardato dire che con Stendhal nasce il romanzo moderno.

Sono produzioni tutte indiscutibilmente romantiche, ma con caratteristiche proprie come l’analisi attenta delle passioni, dei comportamenti della società, l’amore per l’arte, per la musica, per la letteratura, per il piacere in se stesso. Lo stile è quanto di meglio si possa trovare in campo letterario, con una fusione perfetta fra il realismo dell’osservazione oggettiva e il carattere tipicamente individuale, o meglio ancora soggettivo, della sua espressione.

Stendhal sa far convivere sapientemente l’ambientazione storica e la fine analisi psicologica, fornendoci così, ovviamente dal suo punto di vista, il clima etico e intellettuale della società del suo tempo.

Quanto alla doppia identità, la stessa non è dovuta  probabilmente a motivi di sicurezza, perché la polizia francese non ignora certo che dietro quello pseudonimo si cela un simpatizzante di Napoleone e del resto i suoi romanzi sono fortemente critici nei confronti di chi detiene il potere dopo la caduta dell’imperatore. Ci si chiede, allora, perché non rinchiuderlo, non esiliarlo?

Stendhal in effetti è assai meno pericoloso di quanto sembri, perché non critica un sistema, ma gli uomini di quel sistema.

Lui è nostalgico del Napoleone imperatore, non della repubblicana rivoluzione francese, lui non è mai stato un plebeo, ma un borghese e in quegli anni la borghesia sta lentamente soppiantando la nobiltà.

In fin dei conti Henry Beyle è un semplice nostalgico di un ideale di condottiero che mai più si ripresenterà;

non contesta la nobiltà e nemmeno l’assolutismo, bensì in lui resta forte il desiderio che un uomo di valore, anche se di umili origini, possa essere la guida di una nazione e quindi per meriti, e non per discendenza.

E’ un modo di pensare che è ormai fuori dal tempo, perché inficiato dalla convinzione che un uomo solo possa plasmare una nazione.

E appaiono inutili, quindi, i suoi sforzi di sbugiardare la borghesia della restaurazione (Il rosso e il nero) e di rappresentare il dispotismo della vecchia nobiltà, contrapposto al giovanile entusiasmo del marchese Fabrizio Del Dongo (La certosa di Parma).

Stendhal è pertanto un sognatore e come tale non costituisce un pericolo.

Henry Beyle muore a Parigi il 23 marzo 1842 e sulla sua lapide, accanto al nome e cognome, per sua volontà viene aggiunto “milanese”, a ricordo di quegli anni trascorsi in Italia come sottotenente dei dragoni, quando tutto sembrava possibile ed era sorta quell’infatuazione per Napoleone che resterà sempre viva, come un sogno in cui rifugiarsi per fuggire la realtà. 

 

 

 
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