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  Letteratura  »  Charles Baudelaire: simbolismo e sintesi, di Fabrizio Manini 01/09/2007
 

CHARLES BAUDELAIRE:

SIMBOLISMO E SINTESI

                                                                                   di Fabrizio Manini

 

La personalità di Baudelaire (1821-1867) è sicuramente al di sopra delle regole; la sua poesia si sviluppa in un momento di transizione, mentre il Romanticismo sta perdendo la sua carica innovativa e tendenze culturali alternative si insinuano in una società malata, dentro la quale l’istituzione della famiglia borghese inizia a decadere. La stessa famiglia del poeta è incredibilmente precaria: quando egli nasce il padre ha già sessant’anni, mentre la madre si riaccompagna con un uomo integerrimo, ma troppo severo, che rende ancora più insopportabile la già cupa infanzia del figliastro. Questa situazione, in concomitanza con quella di transizione dell’epoca, fa di Baudelaire forse il miglior portavoce dell’abissale disagio che vive la società europea alla metà del XIX secolo. Baudelaire riesce inizialmente a liberarsi dall’oppressione familiare, grazie a centomila franchi ereditati dal padre, e poi dai condizionamenti insopportabili del perbenismo borghese: durante questo periodo vive nel lusso, veste elegante, prende parte a ricevimenti e feste, non lavora. In compenso scrive moltissimo: nella scrittura trova la cura per l’anima, proprio lui che si ritiene assolutamente inadatto a qualsiasi attività e prova profondo disgusto all’idea di poter essere utile. Tuttavia questa vita libera e solo apparentemente felice dura appena due anni; perseguitato dalla famiglia, che incarna i peggiori difetti della morale borghese (in particolare l’ipocrisia, la mancanza d’affetto e la grettezza), perde ben presto il libero accesso al patrimonio e si avvia verso una decadenza inarrestabile. Si sente totalmente incompreso dalla Parigi perbenista e per questo si allontana verso il Belgio, dove spera di trovare il guadagno e il successo con un ciclo di conferenze. Ma proprio qui, a causa dell’alcool e della droga, invecchia precocemente fino a spegnersi a soli quarantasei anni.

Baudelaire sfoga violentemente le sue angosce nei suoi scritti. Il contenuto del suo capolavoro I Fiori del Male rappresenta il massimo della trasgressione: egli esalta il tedio esistenziale come lo stato d’animo che provoca sconforto e follia, descrive la depressione più nera e celebra l’uso della droga, parla dell’amore nelle sue espressioni più carnali. Era inevitabile che suscitasse le ire della società letteraria, e non solo. Baudelaire, in questo libro, parla di ciò che conosce meglio, in quanto ha sperimentato sulla sua persona ogni esperienza che ha messo in versi; aveva provato fino all’ultimo a fare di sé l’artista completo, il poeta per antonomasia al di sopra delle convenzioni sociali, ma non al di sopra della vita autentica e della gente più umile di Parigi. La sua personalità fa si che la figura del poeta scenda dal piedistallo e si mescoli alle folle di periferia, senza però perdere mai il suo ideale e la propria sensibilità. È grazie a lui che la poesia si libera dalle regole metriche e contenutistiche imposte fino ad allora dalla tradizione, rinascendo più viva e ispirata dalla vita reale in un’ottica precorsiva del futuro che apre la strada all’esperienza moderna.

Sotto l’aspetto prettamente letterario, Baudelaire è considerato il punto di riferimento dei poeti simbolisti francesi del secondo Ottocento (Rimbaud, Verlaine, Mallarmé, Valéry). Il pensiero di questi autori vuole la natura come un insieme di simboli che non hanno valore se presi singolarmente, ma che, all’interno di un contesto globale e più ampio, rimandano a una realtà più profonda, nascosta e incomprensibile agli occhi della gente comune, che solo il poeta, con la propria sensibilità, riesce a decifrare. Baudelaire è il primo che espone questa teoria in versi, nel sonetto Corrispondenze: secondo lui il dovere del poeta è interpretare questi simboli, perché il volgo da solo non è in grado di farlo, in quanto privo di cultura e della sensibilità superiore degli artisti. È per questo motivo che la poesia deve rinnovarsi e abbandonare gli schemi del passato; solo cambiando radicalmente potrà sollevare il velo che ricopre l’universo e dimostrare così che il tutto è un infinito gioco di corrispondenze. Partendo da questa convinzione, Baudelaire riesce a creare un linguaggio nuovo, evocativo, a tratti anche oscuro, in cui le suggestioni delle cose sono segnali della loro profondità e del loro appartenere all’universo in tutte le forme.

La teoria dell’analogia universale, comunque, è un pensiero che Baudelaire ha ereditato dal Romanticismo d’inizio Ottocento: già il filosofo Schelling (1775-1854) considerava la natura un insieme di segnali che ne fanno un unitario organismo vivente. In Baudelaire quest’idea si accorda con quella del poeta come artista totale che da sempre persegue: il poeta non deve limitarsi a comporre versi, ma anche essere un interprete della realtà tramite i più svariati mezzi, dallo studio della pittura (significativa è la profonda amicizia con Eugène Delacroix) all’immersione nei piaceri anche effimeri, della vita, fino alla frequentazione dei bassifondi di Parigi. Per fare questo egli è sostenuto dalla sua eccezionale sensibilità che lo porta oltre le brutture e la noia; quella medesima sensibilità che però allo stesso tempo lo condanna irreversibilmente perché, dando il meglio di sé nell’arte, nella vita quotidiana il poeta è impacciato e indifeso. È quanto Baudelaire esprime magistralmente nella poesia L’Albatro dove l’uccello dalle grandi ali diventa il simbolo del poeta, superbo e incontrastato signore del cielo, ma del tutto incapace di vivere sulla terra.

 

 

 

 

 

 

 
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