Area riservata

Ricerca  
 
Cookies Policy  
 
Diritti d'autore  
 
Biografia  
 
Siti amici  
 
News  
 
Bell'Italia  
 
Il cerchio infinito  
 
Canti celtici  
 
Poesie  
 
Racconti  
 
Scritti di altri autori  
 
Editoriali  
 
Recensioni  
 
Libri e interviste  
 
Intervista all'autore  
 
Letteratura  
 
Freschi di stampa  
 
Il mondo dell'editoria  
 
Fotografie  
 
Le Agenzie Letterarie  
 
 
 

  Letteratura  »  Stéphane Mallarmé Il misticismo della poesia, di Fabrizio Manini 08/09/2007
 

STÉPHANE MALLARMÉ

IL MISTICISMO DELLA POESIA

di Fabrizio Manini

 

Per Mallarmé (1842 - 1898), così come lo era stato per Baudelaire e per Rimbaud, l’assoluto e il linguaggio sono i due cardini su cui si fonda il concetto di poeta e di poesia. Tuttavia però la conquista del primo non avviene tramite il deragliamento dei sensi proposto da Rimbaud, tantomeno mediante la ricerca di paradisi artificiali baudeleriana; quella conquista ha luogo attraverso una tragica lotta giornaliera combattuta contro l’oggettività delle cose insieme a un linguaggio che sembra impotente e quasi sterile. La lettura de I fiori del male di Baudelaire lo sconvolge e lo segnerà per il resto della vità; da questo libro apprenderà il culto per la bellezza, la presenza costante di simboli nell’universo, la capacità critica nel produrre poesia. Le modalità di rappresentazione della realtà usate fino a quel momento (poesia parnassiana e naturalista) vanno strette a uno come Mallarmé perché possono rappresentare soltanto l’apparenza fenomenologica, cioè un dato meramente oggettivo che riflette la contingenza senza preoccuparsi minimamente dell’essenza delle cose nella loro più profonda e concreta intimità. In altre parole l’esigenza avvertita da Mallarmé è ripensare il ruolo del poeta, nonché i temi e le tecniche espressive. Per far questo egli conferisce alla poesia una funzione conoscitiva oltremodo ambiziosa, tipica della ragione e della scienza, vale a dire decifrare il mistero dell’universo contenuto in maniera frammentaria nell’anima delle cose.

Così Mallarmé definisce la poesia: la voce, attraverso il linguaggio umano ricondotto al suo ritmo essenziale, del senso misterioso degli aspetti dell’esistenza; essa rende così autentica la nostra vita e costituisce il solo compito spirituale. Al poeta affida una mansione demiurgica e creativista, quasi parificata a quello di Dio, e lo fa dicendo che il Signore delle lettere deve creare con pazienza d’alchimista la Grande Opera per dare la spiegazione orfica della terra la quale [spiegazione ndc] è il solo dovere del poeta e il gioco letterario per eccellenza. Nel solco tracciato dagli altri simbolisti il poeta deve ricercare oltre la realtà, deve guardare all’ideale e all’assoluto discostandosi dal relativo e dal contingente, deve spazzare via le apparenze in uno sforzo voluto dalla coscienza, uno sforzo intellettuale e disperato al tempo stesso. Questa è l’unica via che avvicina al senso dell’universo. Ma questa stessa ascesa, o forse discesa, irrimandabile ed esplicatoria, ma anche folle e sovrumana porterà il poeta nelle zone rarefatte dell’indefinibile, delle vuote idealità, del nulla. Il poeta deve rompere il legame con la realtà per dipingere non la cosa, ma l’effetto che produce. Il verso non deve dunque comporsi di parole, ma di intenzioni. L’elemento di rottura e di novità introdotto da Mallarmé è che il poeta deve attuare quanto detto con le sue forze e cercare in sé la volontà all’azione (niente alcool, niente droga, nessuna rivolta in senso stretto). Per evitare il rischio di banalizzare i versi occorre conferire loro quella che Mallarmé chiama rarità e che consiste in una purificazione del linguaggio quotidiano proponendo parole nuove, anche nella loro grafia etimologica, quasi vergini, termini evocativi che creano risonanze, impressioni, analogie e molteplicità di significati. Sul fascino misterioso della poesia Mallarmé ci dice quanto segue: i parnassiani ci presentano l’oggetto nella sua interezza, per questo essi mancano di mistero; infatti privano la mente dell’affascinante gioia di credere che essa sta creando. Definire interamente un oggetto è vanificare i tre quarti del godimento della poesia, che è dato dall’intuire a poco a poco; suggerirlo, questa la straordinaria magia della poesia; evocare a poco a poco un oggetto per suggerire uno stato d’animo. Non sono più sufficienti l’analogia, la sinestesia e il fonosimbolismo introdotti da Baudelaire; occorrono tecniche nuove.

La frase deve essere rotta nella sua linearità discorsiva e ridotta alle sue strutture portanti, meglio ancora al frammento. Bisogna sempre tagliare l’inizio e la fine di ciò che si scrive, elidere le connessioni più ovvie e scontate. I periodi devono diventare frasi atomizzate, in modo che ogni parola, resa il più possibile indipendente sintatticamente, riluca a sé della propria luce. La cosa originariamente nominata all’inizio di una poesia, viene spostata e nominata in un altro punto, più tardi, in maniera che l’inizio resti libero di esprimersi in un modo distaccato dalla cosa. Ovvero, se una cosa era apparsa prima nella sua interezza semplice e consueta, nelle redazioni successive si frantuma in isolati dettagli plurivalenti. Sempre più ristretto diviene il numero dei motivi, sempre più tenue e lieve il mondo delle cose concrete e, in maniera inversamente proporzionale, sempre più anormale diviene il contenuto. Tutto dunque deve procedere verso la purezza, per eliminazione e condensazione. Questo il procedimento: da una prima stesura discorsiva di un testo, si passa, per successive e numerose rielaborazioni, a tagliare ogni pur minimo residuo rimasto, a distillare le parole con una pazienza d’alchimista, a condensare sempre più, fino ad arrivare, da parecchi vocaboli, a una parola totale, nuova, estranea alla lingua. È una lotta tormentosa verso l’essenziale, fino ai limiti della pagina bianca, del silenzio; e il silenzio diviene l’unica forma espressiva adeguata all’assoluto. La frase che esce dal laboratorio di Mallarmé è tutta giocata di inversioni grammaticalmente ingiustificate, di ellissi, di accostamenti imprevedibili, di inusuali scorporazioni sintattiche. E invertire, scorporare, elidere, frammentare il periodo, insomma fare della poesia un puzzle significa, da un lato, rompere i tradizionali legami di linearità e logicità con cui leggiamo e cogliamo il reale e, dall’altro, ritrovare una parola a tal punto isolata e slegata da ogni rapporto logico con le altre da trasformarsi in simbolo. Con un componimento ridotto a frammento e vicino al silenzio, con una parola ridotta a qualcosa di raro, di originario, a una purezza rarefatta e assoluta, Mallarmé intende immettere la poesia sul sentiero dell’oscurità, di una incomprensibilità ermetica che la preservi dall’empietà del profano e la lasci pura, incontaminata e sacra al predestinato. Mallarmé lamenta che alla poesia, alla più grande delle arti, finora sia stato negato il mistero, per cui anche i primi venuti entrano senza alcuno sforzo in un capolavoro; lamenta che da quando ci sono i poeti non è stata inventata, per allontanare gli importuni,una lingua immacolata, delle formule ieratiche, il cui studio difficile acciechi il profano… O gli inviolati geroglifici dei rotoli di papiro!

È anche questo un modo di reagire alla società borghese.

 

 

Riferimenti bibliografici:

Treré S. & Gallegati G. (1990). Nuovi itinerari nella comunicazione letteraria. EBF.

 

 
©2006 ArteInsieme, « 09400757 »